Repetita iuvant?

March 11th, 2010

Camaraderie

March 10th, 2010

Il francese mi seduce, non c’è niente da fare. E pure Alessio Vinci, conduttore di Matrix, le volte in cui lo utilizza. Poco fa rileggevo una sua intervista di qualche settimana addietro, tentando di scrivere un post sul suo predecessore Enrico Mentana. Tra un virgolettato e l’altro, ecco comparire questa bellissima parola:

camaraderie

che, tradotta dal francese, significa cameratismo, amicizia per estensione. È un termine difficile da ricordare, così come credo sia improbabile che la maggior parte delle persone lo comprendano nel suo significato. Ho voluto prenderne nota. Chissà che scriverlo non mi aiuti a ricordarlo.

Basculante

March 9th, 2010

Era una vita che non sentivo questa parola. È riemersa dal dimenticatoio grazie alla speaker che l’ha utilizzata continuamente nel corso della sua trasmissione pomeridiana. Dev’essere un po’ come me, che quando scopro – o riscopro, come in questo caso – una parola continuo a ripeterla e ad usarla ad ogni occasione.

Basculante

è una parola affascinante. Ha un suono particolare che, non a caso, le deriva dal francese basculer, oscillare. Basculante è ciò «che ha movimento oscillante analogo a quello della bascula» (Garzanti), cioè di una bilancia.

La solitudine di una virgola

March 8th, 2010

È per pura deformazione professionale che leggo con attenzione i testi di tutti gli avvisi, i segnali ed i manifesti pubblici che mi capita d’incontrare sul mio cammino. Non sono capace di guardarli se non attraverso le lenti della grammatica.

Ho scattato questa foto ieri. Non ho potuto evitare di notare quella virgola tanto solitaria. Trovo insopportabile che sia stata lasciata lì, abbandonata a se stessa, senza nemmeno una compagna con la quale costruire un inciso. Sarebbe bastata una virgolina-ina-ina dopo quel “che”. Invece niente. Si tira dritto fino a “locali”. A quel punto, meglio non mettercene nessuna, di virgola. Così, per pura pietà umana.

Tutto rosa e fiori

March 6th, 2010

Non so voi ma io, appena ho visto questo manifesto, ho pensato ad altro. E l’altro in questione è una pubblicità andata in onda qualche tempo fa. Quella di Lactacyd, il sapone. Lo ricorderete per le statistiche tutte al femminile: 15 donne su 100 vivono da sole, 30 donne su 100… eccetera. Lo spot mi piace, si fa guardare. Almeno dalle donne, che per una volta sentono parlare un po’ di se stesse, di come vivono, di ciò che pensano – e non importa se si tratti o meno di dati fittizi – piuttosto che fungere solamente da manichini nudi.

Sarà per l’accostamento cromatico rosa-bianco, ma il manifesto mi ricorda la pubblicità. Apprezzo il rosa e adoro il bianco, ma per il manifesto non li avrei utilizzati. Suppongo comunque che gli ideatori abbiano scelto le due tonalità per attirare l’attenzione delle donne, esattamente come fa lo spot Lactacyd. Comprensibile. Ma perché usare una foto in bianco e nero, che ha il suo fascino per carità, ma che per un manifesto elettorale non è il massimo? Immaginiamo la foto in versione extralarge: perde, e molto. Non mi convince neppure lo sfondo bucolico, tanto meno il foulard: mi fa pensare ad un’hostess, probabilmente anche per il riferimento all’aereo contenuto nello slogan.

Lo slogan, appunto: «Faresti pilotare un aereo ad un Marinaio?». Trovo ingiustificata la scelta del maiuscolo per «marinaio», ma – considerato che in questi giorni va molto più di moda la sostanza rispetto alla forma – concentriamoci sul significato dello slogan. Il messaggio punta sul voto consapevole, esortando l’elettore a preferire il candidato che possiede i titoli e la preparazione per amministrare. Giusto, giustissimo. Magari fosse prassi. «Investi sul futuro della Basilicata con una professionista dei finanziamenti europei e del marketing turistico» recita il sottoslogan. La Lucania a chi sa governarla, insomma. Con tanto di bandiera europea a suggellare il tutto. Non posso che essere d’accordo. L’impronta è buona. Peccato per l’impostazione grafica troppo femminil-style.

Voto? 6. Sufficientemente originale. Ma meglio sarebbe se non fosse tutto rosa e fiori.

Ps: Questa la mia fonte d’ispirazione. Grazie, Luca!

Sesquipedale

March 5th, 2010

Io, da oggi in poi, invece di dire grandissimo dirò sesquipedale. Che termine meraviglioso. Mai sentito prima d’oggi, l’ho scoperto in un post di Alessandro Gilioli che leggevo poco fa. Avrete capito che la parola nuova di oggi è proprio

sesquipedale

che significa “enorme, smisurato”. Esiste addirittura l’avverbio sesquipedalmente. Che meraviglia. Una meraviglia sesquipedale.

Un cappello pieno di ciliege

March 4th, 2010

Stamattina ho finito di leggere Un cappello pieno di ciliege, il romanzo-saga di Oriana Fallaci. L’ultimo, postumo, mai terminato dalla grande scrittrice e giornalista toscana. Avevo promesso che ve ne avrei parlato, ed eccomi qui.

Quello per Un cappello è stato un autentico colpo di fulmine. L’ho incontrato per la prima volta nella libreria di un paese qui vicino (ché nel mio di questi posti straordinari non ce ne sono, ahimé). C’erano due file di volumi sullo scaffale, e Un cappello pieno di ciliege era in seconda. Quasi nascosto. Cercavo un libro da regalare, così ne prendevo uno, lo guardavo, leggevo la terza di copertina, lo giravo, lo rigiravo. Poi facevo la stessa cosa con un altro, fino a quando non ho trovato quello adatto e l’ho comprato. Non prima però d’innamorarmi di lui.

Dicevo che se ne stava lì, nascosto. Non ha una copertina di quelle che si fanno notare, questo libro, di quelle dai colori accesi, dalle immagini forti che richiamano l’attenzione. Al loro posto c’è il nome dell’autrice, stampato in grande, molto più in grande rispetto al titolo, come se l’attrazione in fin dei conti fosse lei: Oriana. È una copertina elegante ma che facilmente passa inosservata se non si cerca con attenzione. Il bello sta tutto dentro le sue 823 pagine.

Dalla libreria a casa mia c’è arrivato per una circostanza fortunata: si dà il caso che il mio ventinovesimo compleanno sia caduto proprio qualche giorno dopo l’incontro fulminante col romanzo. Così mia madre ha pensato bene di farmi una sorpresa e regalarmelo. Nonostante smaniassi dalla voglia di leggerlo, ho rimandato la lettura di qualche mese, presa com’ero da tante, troppe altre cose. Non so esattamente quando ho cominciato, ma non dev’essere stato molto tempo fa, dal momento che ho letteralmente divorato questo romanzo immenso ma così appassionante da rubarmi la voglia di spegnere la luce, nonostante sia tardi e gli occhi si chiudano per la stanchezza.

In genere giudico un libro da quanto mi prende: Un cappello pieno di ciliege mi ha risucchiata. Ma oltre al fascino della narrazione, c’è un altro motivo per cui apprezzo tanto Un cappello. Più volte mi è capitato di pensare che ognuno di noi è il prodotto delle vite dei nostri antenati, che in qualche modo, con le loro esperienze, le loro gioie, le loro ferite, determinano la nostra natura, lasciandoci traccia delle loro vite passate nel dna. Perciò, quando nasciamo, siamo un po’ anche loro. Capire cosa c’è in noi dei nostri antenati è un po’ come vedere le immagini delle cose già viste negli occhi di uno che ha girato il mondo. Non avevo focalizzato bene il concetto finché non ho letto l’incipit del romanzo, che dice:

Nel 1773, quando Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena era granduca di Toscana e sua sorella Maria Antonietta regina di Francia, corsi il rischio più atroce che possa capitare a chi ama la vita e pur di viverla è pronto a subirne tutte le catastrofiche conseguenze: il rischio di non nascere. Naturalmente l’avevo già corso numerose volte, per milioni di anni e ogni volta che un mio arcavolo si sceglieva un’arcavola o viceversa, ma quell’anno fui proprio sul punto di pagare con la mia pelle il principio biologico che dice: «Ciascuno di noi nasce dall’uovo nel quale si sono uniti i cromosomi del padre e della madre, a loro volta nati da uova nelle quali s’erano uniti i cromosomi dei loro genitori. Se cambia il padre o la madre, dunque, cambia l’unione dei cromosomi e l’individuo che avrebbe potuto nascere non nasce più. Al suo posto ne nasce un altro e la progenie che ne deriva è diversa dalla progenie che avrebbe potuto essere.

Una folgorazione. La sistemazione teorica di ciò che avevo pensato, ma confusamente.

Non so esattamente di quante generazioni racconti Oriana Fallaci, nel viaggio attraverso le storie di arcavoli e arcavole, bisnonni e bisnonne, nonne e nonni. Ad un certo punto ho perso il conto e, se non fosse stato per i brevi e opportuni flash sui personaggi e i fatti passati che riepilogano quanto narrato in precedenza, facilmente mi sarei persa. So però che ad alcune figure mi sono affezionata più che ad altre: a Caterina, a Montserrat, ad Anastasìa. Se leggerete il romanzo, scoprirete che ognuna delle loro storie sarebbe potuta essere un romanzo a sé. Invece Oriana Fallaci, incalzata dalla morte, ha dovuto raccontarcele di corsa, una dietro l’altra, come chi – andando via – deve lasciare più informazioni possibile a chi resta.

Finita la lettura, mi viene voglia di rileggere le prime pagine e tornare al momento in cui la saga dei Fallaci e delle famiglie che si sono intrecciate con essi – i Ferrier, i Launaro, i Cantini – ha avuto inizio. E probabilmente lo farò.