Io, su Altro

Sono sul numero odierno di AltroQuotidiano con un pezzo sull’inquinamento marino delle coste calabresi. Questo è il link. L’articolo è a pagina 9 del pdf. O meglio occupa pagina 9.

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Perdonate la prolungata assenza, ma – tra le altre cose – nell’arco delle ultime settimane ho collezionato novità che hanno un po’ invaso le mie giornate. Per fortuna si tratta di belle novità, per cui la mia è stata una latitanza felice.

C’è di nuovo che sono stata al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, britannicamente noto come International Journalism Festival. Erano anni che desideravo andarci come semplice spettatrice ed invece mi sono ritrovata ad essere un po’ protagonista. Lo devo a Paola Bacchiddu, giornalista de L’Unione Sarda, che – quando ha scoperto il mio SanLucidoCity.com – ha pensato fosse il caso di parlarne al Festival, in occasione del Journalism Lab sull’informazione locale ed ultralocale al quale ha partecipato il 24 aprile scorso.

Raggiunta Perugia – bellissima e traboccante di cultura – ho potuto assistere di persona al mio piccolo momento di gloria. SanLucidoCity.com è stato indicato come un esempio interessante d’informazione locale (o meglio ultralocale, dato che San Lucido, di cui si occupa il sito, è un paese di appena 6mila abitanti) sul web. Quando ciò accadeva, io e la mia fida videocamera eravamo lì ad immortalare l’evento:

La passione e l’impegno – ne ho avuto conferma – presto o tardi portano i loro frutti, e non c’è frutto più dolce di quello nato unicamente dal lavoro delle proprie mani. Grazie a Paola per aver colto – fra i tanti frutti che offre il grande albero Internet – proprio SanLucidoCity.

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Il giornalismo vive di novità, per cui eccone due di giornata.

La prima l’anticipavo due giorni or sono, e riguarda il debutto del giornale online “Post”, diretto da Luca Sofri. Che a ragione lo definisce un’evoluzione del suo blog, un Wittgenstein.it ma con «più storie, più link, più idee, più blog».

Per la testata il “Post” sceglie un carattere moderno, in stampatello, ma con un tocco classico per la lettera S che rimanda alle grafiche di testate storiche come il “New York Times” o il “Washington Post”. Gli articoli – o sarebbe meglio chiamarli post – sono mediamente brevi per non scoraggiare i meno avvezzi alle lunghe letture; il linguaggio più da blog che da giornale istituzionale, gli argomenti anche. D’altronde i temi da trattare provengono dalla Rete, che come noto si rinnova continuamente, partorendo notizie in continuazione. Pure il “Post” è veloce – Sofri d’altronde c’aveva promesso che il nuovo giornale avrebbe puntato anche sulla velocità per far fronte alla concorrenza – forse troppo. L’home page cambia spesso, aggiornata man mano con le ultime novità. I cambi sono più evidenti rispetto a siti come quello del Corriere o di Repubblica, che aggiornano i singoli articoli – magari aggiungendo un link – invece di scriverne di nuovi.

Immancabili gli strumenti di condivisione sui social network e il form per i commenti che fanno tanto blog. Ne riprendono la struttura anche i widget laterali che raccolgono le ultime news e quelle più lette e più commentate. Ci sono anche gli annunci di Google Adsense, cui si ricorre per cercare di ricavare qualche soldino dai clic dei lettori. Molto in evidenza i blog della redazione ed i contributi come quelli di Giovanni Floris, conduttore di Ballarò, o di Flavia Perina, direttrice del “Secolo d’Italia”. Per il resto è tutto un post: tra postille e post-it, i giochi di parole si sprecano.

La seconda novità è che “Repubblica” si veste di nuovo ma non troppo. Cambia l’home page: più in evidenza la testata, più morbida la barra di navigazione, due – piuttosto che una soltanto – le notizie sotto l’apertura e collocamento a sinistra – prima si trovavano solo a destra – dei riquadri per le ultime news, per la borsa e per l’oroscopo che non manca mai, per i libri, per il cinema e per il calcio che conquista un riquadro tutto suo.

C’è di nuovo che adesso tutto questo è personalizzabile: per esempio si può scegliere la squadra da seguire, l’edizione locale del giornale da visualizzare, il segno dell’oroscopo da trovare in home page. Più personalizzazione ma anche più condivisione nella nuova ricetta di Repubblica: le icone di Twitter, Facebook e Friendfeed invitano a seguire il giornale anche tramite i social network. Anche il multimedia conquista nuovi spazi: se audio, video e foto fanno da corollario a molti degli articoli – in special modo alla notizia d’apertura – la piattaforma Repubblica.tv occupa l’area centrale dell’home page. Nuova anche la fascia che rimanda agli articoli della stessa categoria (cronaca, esteri, politica…) che sovrasta la pagina dell’articolo singolo. Per il resto, tutto rimane uguale a prima: il multitab in alto, l’inserzione pubblicitaria quadrata sotto, l’elenco delle news più giù che continua a trattare di moda, spettacolo, fantacalcio, auto e curiosità, il piede della pagina con i contenuti relativi alle diverse sezioni e ai blog dei giornalisti. E la pubblicità invasiva.

Nulla di esaltante, insomma. Nulla che faccia gridare al miracolo di una nuova webinformazione italiana. «Squadra che vince non si cambia», si giustifica “Repubblica” davanti ai lievi cambiamenti. Sarà. Magari la squadra non cambiamola, ma il sito sì.

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Se lo cercherete qui, troverete soltanto una schermata celeste e ghirigori che ricordano tanto la testata del “New York Times”. Ed una data: quella del debutto. Si tratta del “Post”, un nuovo giornale on line. Vivrà su Internet dov’è nato: la redazione è composta da cinque persone, selezionate tra le 350 che hanno risposto ad un annuncio su Wittgenstein.it, il blog di Luca Sofri che del “Post” sarà il direttore.

Il nuovo giornale si avvale di collaborazioni importanti: da Flavia Perina, direttrice del Secolo d’Italia, a Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, al noto giornalista del “Giornale” Filippo Facci, giusto per dirne qualcuno. «Contributi diversi ma accomunati da un unico auspicio: migliorare la qualità dell’informazione in Italia», promette Sofri. L’idea è quella di non produrre notizie ma di selezionarle e raccontarle puntando tutto sulla qualità, proprio come fa il modello al quale il “Post” s’ispira: nientepopodimenoche il blog statunitense “Huffington Post”, uno dei siti più influenti del mondo, che più che creare notizie le aggrega, appunto. Non ci sono editori ma soltanto finanziatori. In pratica il “Post” si reggerà soprattutto sulla pubblicità e sul successo già ottenuto dal blog del direttore, con le sue 10mila visite uniche giornaliere. Sarà on line il 20 aprile.

Mentre trepidante conto alla rovescia, non so voi ma io – con molto ottimismo- divento fan della pagina su Facebook.

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È un caso che la scorsa domenica io abbia acceso il televisore e sentito Roberto Saviano, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, pronunciare queste parole su quanto la verità sia a favore o contro il proprio paese: «È uno dei temi con cui mi devo confrontare quotidianamente: essere considerato un diffamatore della propria terra. La cosa che mi fa più male in assoluto è vivere questo clima di fastidio verso quello che dico come se fossi uno che detesta la sua terra o sputa sull’immagine del suo paese. E’ come se si lasciasse perdere chi ha dato fuoco e si desse la colpa a chi dà l’allarme dell’incendio. Questo sta accadendo. Cioè, tu parli di queste cose: sei colui che sta creando queste cose. (…) La colpa viene data a chi queste cose le racconta e le fa arrivare al grande pubblico».

Trascorrono pochi giorni e l’entità che accusa Saviano di non far altro che «cattiva pubblicità» al Bel Paese acquista un’identità precisa: quella del premier Silvio Berlusconi, che ieri ha puntato il dito contro Gomorra e contro fiction come la Piovra per dire che trovate come queste non fanno per niente bene all’immagine dell’Italia, che le cose in realtà stanno diversamente e che non c’è da allarmarsi: da queste parti la mafia è sotto controllo. Vedi le numerose operazioni di polizia ed i risultati strabilianti ottenuti dal suo governo. Ma ho già scritto ieri sull’argomento e non voglio tornarci.

Invece terrei a riflettere sul rapporto tra giornalismo e verità. Non ci ha (stranamente) tirati in ballo il premier nella sua requisitoria, è vero. Ma il tema riguarda noi giornalisti molto da vicino.

Ricordo che qualche anno fa scrissi un pezzo su una lettera piuttosto dura che un turista appena tornato dalle vacanze aveva inviato a “Repubblica” riguardo alle pessime condizioni del paese in cui vivo. Pubblicato l’articolo, il sindaco allora in carica fece il diavolo a quattro, accusandomi di fare cattiva pubblicità alla mia città. Dovetti difendermi sostenendo di non aver fatto altro che il mio lavoro, il quale consiste nel raccontare la realtà, e che della realtà non potevo certo essere io la responsabile.

Avevo ventuno o forse ventidue anni, e ben poca esperienza. Però qualche tempo prima mi era capitato di leggere un fondo di Piero Ottone, mi pare proprio su “Repubblica”; l’avevo ritagliato e conservato sotto il vetro che da sempre protegge il legno bianco della mia scrivania. Ancora oggi – per quanto ingiallito dal tempo – ce l’ho sempre sotto gli occhi e mi viene in soccorso nelle amnesie professionali. Ottone scrive: «Il New York Times aveva pubblicato la notizia che il governo americano stava addestrando alcune migliaia di fuoriusciti cubani, per invadere Cuba: una notizia esplosiva, imbarazzante per il governo. La spedizione fallì. Pochi giorni dopo, John Kennedy deplorò la pubblicazione, invitò i direttori dei giornali più importanti alla Casa Bianca, li esortò a porsi il problema, prima di pubblicare certe notizie, della sicurezza nazionale. Turner Cartledge, direttore del New York Times, rispose che il giornalista non può, e non deve, diventare uomo di Stato, sostituirsi al governante, chiedersi quali saranno le conseguenze di quel che pubblica: “Il nostro compito è di pubblicare i fatti, quando siamo certi che siano veri”. In altra occasione disse che niente secondo lui era più importante, per il paese, che la conoscenza della verità».

Certo le due pubblicazioni – le lamentele di un turista insoddisfatto e i preparativi dell’invasione di Cuba – non sono confrontabili, ma la sostanza è identica. Cosa viene prima? La convenienza, la cautela, la paura dei rimproveri e delle ritorsioni o la verità dei fatti? Sono tentazioni, queste, che si fanno avanti, impietose, quando ci troviamo di fronte al foglio bianco e siamo chiamati a scegliere se scrivere e con quali parole. Potremmo decidere di non raccontare la verità o di non raccontarla tutta per mille buoni motivi. Per non subire le conseguenze dei mal di pancia che causeremo ai proprietari del nostro giornale, agli inserzionisti, alle nostre fonti, ai politici, ai gruppi d’interesse, per esempio. È una guerra impari, ché contro tutti questi motivi ce n’è uno soltanto: l’idea che siano i fatti a contare, che in fondo sia la verità la cosa più importante. Sta a noi giornalisti decidere. Sta a noi la scelta.

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Grammo, decigrammo, centigrammo, milligrammo. La discesa verso i sottomultipli lungo la scala di misura del grammo recita più o meno così, se ricordo bene. Per le parole vale lo stesso. Tanto, tantino, zinzino. La differenza è decimale, ma ammetterete che il fascino che ha zinzino non ce l’ha tantino. Zanzino ha la dolcezza del più piccolo, la tenerezza di Cucciolo o di Puffo Nghé (si scrive così? Dubbio lancinante…).

Zinzino

infatti è ancor meno di tantino: indica una quantità piccolissima di qualcosa, ancor minore di tantino – che significa una piccola quantità di qualcosa – e dei suoi derivati (i vari tantinino, tantinello). Zinzino indica una quantità sesquipedalmente piccola di qualcosa.

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Il nostro premier Silvio Berlusconi sostiene che la mafia italiana è più famosa che pericolosa. Che essa, in parole povere, è figlia più dei media che della realtà. Il fatto m’inquieta – e molto – ma non mi sorprende.

Prendiamo Berlusconi. Lo si può contestare come premier, ma nessuno può negare sia un grande comunicatore. Come tale, egli conosce bene tecniche e dinamiche della comunicazione. Sa che ciò di cui parlano i media, la televisione in particolare, esiste; tutto il resto no. Ad esempio: se in questo momento un uomo ne ha ucciso un altro in Kenya e nessun organo d’informazione ne riporta la notizia, il fatto è accaduto ma in effetti per l’opinione pubblica non è mai esistito. Se si tiene conto di questo, non può stupire il fatto che il nostro premier addebiti ai media – alle fiction ed alla letteratura – la responsabilità di aver “creato” la mafia, di averne fatto – soltanto parlandone – un potere più forte di quel che è.

Secondo Berlusconi, «la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta, perchè c’è stato un supporto promozionale che l’ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra programmate dalle tv di 160 paesi nel mondo e tutta la letteratura in proposito, Gomorra e il resto…». Dunque, se di mafia italiana si fa tanto parlare e scrivere con allarme e preoccupazione, è perché i media esagerano. Il fenomeno in realtà è più circoscritto di quanto le fiction ed i libri di Saviano vogliano farci credere.

Ma la mafia è esagerazione. È omicidi, sequestri, intimidazioni. Fosse anche un solo omicidio, un solo sequestro, un solo atto intimidatorio sarebbe già esagerato. E non c’è classifica delle mafie – cinese, russa, giapponese; primo, secondo, sesto posto – che regga. Lo si vada a dire ad una madre a cui è stato assassinato il figlio, ad un padre cui hanno sequestrato una figlia, ad un uomo onesto e minacciato che la mafia in Italia, in fondo, non fa poi così tanto male. È che la disegnano così.

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