Come si costruisce un nemico (in politica)

March 19th, 2010

È tutta colpa dei comunisti, sostiene uno a destra. Ormai siamo in dittatura, afferma l’altro a sinistra. Quante volte abbiamo sentito dire queste cose? Io non le conto più. E probabilmente nemmeno maggioranza e opposizione al governo contano più le volte in cui le hanno dette.

Il premier Silvio Berlusconi ci mette in guardia dal pericolo comunista quasi quotidianamente e in ogni dove, e lo fa più intensamente in periodo elettorale e quando viene emessa una sentenza a suo sfavore. L’ultimo caso questa mattina durante un comizio a Napoli. Pare fossero pochi i fortunati spettatori nel padiglione 6 della Mostra d’Oltremare – circostanza che Italo Bocchino avrebbe tentato di fotografare prima di essere prontamente fermato dai fedelissimi al grido di «traditore!» – ma consoliamoci: considerato il contenuto poco originale del discorso del premier – farcito degli abituali attacchi ai comunisti – noi assenti non ci siamo persi nulla che non avremo modo di risentire.

Le forze d’opposizione, dal canto loro, ci parlano di rischio regime, di dittatura e di mire totalitarie del governo, accusando i destrorsi di mettere in pericolo la democrazia attraverso il mancato rispetto della Carta costituzionale. Alcuni giorni fa, in occasione della manifestazione «per la democrazia e il lavoro» che si è tenuta a Roma, il leader di Italia dei valori, Antonio Di Pietro, ha parlato di «fascismo di ritorno». Pierluigi Bersani del Partito democratico si è augurato una «grande riscossa democratica», così come la radicale Emma Bonino. Ma già tempo fa Dario Franceschini, allora segretario nazionale del Pd, ebbe ad affermare che «in Italia c’è il pericolo di un nuovo autoritarismo».

Quest’attacco continuo agli avversari non deriva soltanto, a mio parere, da semplici rapporti d’antagonismo o dalla convinzione che esista davvero un pericolo comunismo o un rischio dittatura. Non m’interessa, in questo momento, capire se la maggioranza sia realmente persuasa che i magistrati siano tutti “rossi” o se l’opposizione creda davvero che ci troviamo sull’orlo del burrone totalitario e chi abbia ragione delle due. M’interessa invece analizzare le circostanze dal punto di vista comunicativo: per me, le accuse reciproche sono dovute anche ad una strategia di comunicazione precisa, che si chiama costruzione del nemico.

Costruire il nemico significa screditare l’avversario, dipingendolo come pericoloso, malvagio, sospetto o infido. È una strategia utilizzata in molti campi ed in molti modi. In politica serve per esaltare la propria persona e sminuire quella altrui, in modo tale da creare una contrapposizione fra due forze: bene e male, giusto e ingiusto, diritto e prevaricazione, verità e menzogna. Valori e disvalori vengono incarnati i primi dalla propria immacolata figura; i secondi dalla diabolica figura altrui. Così io divento un eroe e l’altro un vile. Un esempio? Il 3 febbraio 2005 dichiara Berlusconi: «La sinistra è il male». Pochi giorni prima, il 21 gennaio, aveva detto: «Lo dico chiaro, io sono il bene».

Insomma, se l’avversario diventa un nemico, un pericolo da combattere, tutto ciò che dirà o farà verrà guardato con sospetto. I cantieri di costruzione del nemico sono aperti su entrambi i fronti della politica. Con la differenza che a destra il nemico si chiama comunista e a sinistra dittatore. Nell’uno e nell’altro caso, è sulla paura – dei comunisti o dei dittatori – che si fa leva per alimentare il proprio consenso.

Inno al controluce

March 19th, 2010

Soltanto il tramonto può regalare questi effetti. Essere al posto giusto nel momento giusto, poi – rubando le parole ad una celebre pubblicità – non ha prezzo.

Quasi pop art

March 18th, 2010

Finalmente un po’ di pop art in questa campagna elettorale. Per questo dobbiamo ringraziare gli ideatori del manifesto qui sotto che, per la struttura complessiva, mi fa pensare alla nota corrente artistica. Non so se per voi vale lo stesso.

Oddio, il manifesto è molto, molto meno colorato – addirittura grigio – rispetto ai più celebri esempi della pop art. Pensiamo alla Marylin Monroe di Andy Warhol. Tuttavia nessun tono è fuori posto. Questo manifesto è cromaticamente ine-cce-pi-bi-le, anche grazie alla straordinaria circostanza per cui gli occhi azzurri del candidato si abbinano clamorosamente allo sfondo del simbolo. Se a questo si aggiunge che il colore dominante è il celeste, tutto diventa un blu dipinto di blu. Con sprazzi di giallo diffuso, che è il colore scelto per quasi tutti i testi. E mica per caso: la tonalità crocea appartiene anch’essa al simbolo della lista.

L’espressione del candidato è tranquilla. Il volto rilassato. Il sorriso accennato. Lo sguardo rivolto altrove fa pensare al futuro. Una foto naturale che suggerisce una visione genuina della politica. E infatti la promessa è: «Mi farò in 4… per te!». Questo lo slogan, che spiega – con una battuta – la scelta di utilizzare altrettante foto piuttosto che una. Ma quanto sarebbe stato carino se al posto del bianco&nero gli ideatori avessero rispolverato Warhol. E magari evitato l’uso dei punti sospensivi che mi sembrano inutili. Lo slogan avrebbe avuto certamente più incisività senza. In compenso, il punto esclamativo finale restituisce un po’ di enfasi, anche se personalmente tendo ad evitarlo: non mi fido in genere dei messaggi urlati.

Voto? 7, per l’ironia della battuta sul farsi in 4. I have a dream: un manifesto elettorale davvero pop.

Ps: grazie ad Alessandro per la gentile concessione dello scatto ;)

Neve che vale

March 17th, 2010

neve

Ho scattato questa foto due mesi fa in Sila, in cima ad un cocuzzolo stracolmo di neve e con un freddo polare. Dove abbia trovato il coraggio di togliere i guanti per scattare la foto è ancora un mistero. Ma ne è valsa la pena perché resta un bellissimo – e bianchissimo – ricordo.

Inchiesta Rai-Agcom, politica e giornalismo

March 16th, 2010

Oggi le prime pagine di tutti i giornali sono occupate dall’inchiesta Rai-Agcom che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il commissario dell’Autorità garante delle comunicazioni, Giancarlo Innocenzi, e il direttore del Tg1, Augusto Minzolini. Una vicenda che riporta in auge il tema del rapporto tra politica e giornalismo, ed in particolare delle pressioni spesso esercitate dalla prima sul secondo.

Non è per nulla raro che i mass media si autodichiarino indipendenti e, con ciò, privi di vincoli che li leghino a persone o cose in grado di condizionarli. Spesso essi si autoproclamano fonti d’informazione libere, tanto nella scelta dei contenuti e della forma da attribuir loro, quanto nella costruzione del quadro nel quale inserirli. Si autodefiniscono, insomma, testate indipendenti perché svincolate da ogni interferenza, influenza o pressione che sia. In questi giorni, per esempio, abbiamo sentito Minzolini affermare che il telegiornale che dirige, il Tg1, è «libero», ma in Italia molti quotidiani, come il Corriere della Sera o il Sole24Ore, associano alle varie Carte che regolano la professione giornalistica alcune norme deontologiche che rappresentano autentiche dichiarazioni d’indipendenza.

Fonte: http://www.kaleidoscomunicazione.it

Tuttavia, nonostante norme e proclami, l’indipendenza dei mass media non è per nulla scontata. Un qualsiasi operatore dell’informazione può ritrovarsi al centro di pressioni e di influenze volte al controllo o al condizionamento del suo lavoro. Facciamo un esempio pratico. Un ministro, a fine mandato, decide di ricandidarsi. Egli, è chiaro, ha tutto l’interesse di venire rieletto. Tuttavia certe notizie “scomode” potrebbero compromettere il suo sogno di gloria. Affinché esse non vengano diffuse oppure siano rese innocue, il nostro ministro decide di premere sui mezzi d’informazione. Ciò gli consente non solo di tutelare la propria immagine pubblica, ma anche di lustrarla un po’ con l’aiuto di quegli stessi media su cui preme. Immune da macchia e con la vittoria in tasca, il ministro rieletto a questo punto potrebbe andare in cerca di un direttore di giornale che appoggi le sue iniziative politiche, e così via.

Se questo è ciò che potrebbe accadere, viene da chiedersi: ma i giornalisti sono liberi nell’esercizio del proprio lavoro oppure no? In realtà i fattori in grado d’incidere sul loro operato sono numerosi, a partire dalla stessa proprietà del giornale. Gli interessi dei proprietari potrebbero costituire la principale linea da seguire nel trattamento delle notizie, dei commenti, degli editoriali. Ascoltiamo due grandi proprietari di giornali americani: Matthews e Murdoch. «In linea di massima, i direttori avranno una libertà completa purché siano d’accordo con la politica che io ho stabilito», dichiara Matthews. «Non ho fatto tutta questa strada per non interferire», risponde Murdoch al direttore di un giornale che protesta per le pesanti ingerenze nella linea editoriale. Le loro parole non confortano i sostenitori dell’autonomia del direttore rispetto alla proprietà.

Tornando nell’italica patria, una vicenda esemplare del delicato rapporto tra direzione e proprietà – in questo caso interviene anche il fattore politico – è quella raccontata dal giornalista toscano Indro Montanelli. Nel 1974 Montanelli fonda il quotidiano Il Giornale. Quattro anni dopo entra a far parte dell’assetto proprietario Silvio Berlusconi, inizialmente con una percentuale azionaria del 30 percento, che cresce fino all’82 percento negli anni Novanta. Ceduto Il Giornale al fratello Paolo nel 1990, in seguito all’entrata in vigore della legge Mammì – che introduce la proibizione per chi detiene la proprietà di un canale televisivo di controllare contemporaneamente un quotidiano – Silvio Berlusconi fonda nel 1994 il partito Forza Italia e si candida alle elezioni politiche. Montanelli racconta che, nel corso di un’assemblea di redazione, Berlusconi avrebbe preteso di ottenere dal quotidiano l’appoggio alla propria candidatura. «Quell’incursione – scrive Montanelli – era inammissibile. Anche solo dal punto di vista formale, il fatto che Berlusconi ratificasse d’avere ancora ingerenze nel Giornale metteva me in posizione di grave impaccio». «Quando un redattore gli chiese a bruciapelo se fosse disposto a sostenere ancora il Giornale, rispose che l’avrebbe fatto solo se avesse seguito una linea che piacesse a lui». Dopo il fatto, Montanelli decide di dimettersi in segno di dissenso.

Ora: è realistico credere che i mass media siano completamente estranei ed impermeabili ad ogni tentativo di influenza? Non è invece più probabile che essi cerchino di raggiungere un equilibrio fra tutte le pressioni subite? Quante volte i mass media sottostanno, in toto o in parte, alle richieste esterne – provengano esse dalla proprietà o dalla politica, dalle fonti o dagli inserzionisti o ancora dai gruppi d’interesse – ignorando il diritto sovrano del lettore all’obiettività dell’informazione ed in barba a tutte le Carte deontologiche?

Il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuscinski non nega l’evidenza: «L’ideale, naturalmente, è l’indipendenza assoluta – sostiene – ma la vita e l’ideale sono due cose diverse. Il giornalista subisce pressioni perché scriva quello che vuole il datore di lavoro. La nostra professione è una continua lotta tra i sogni di libertà e la realtà che ci costringe a rispettare gli interessi, le opinioni e le aspettative dell’editore. Nei paesi dove vige la censura, si lotta per esprimere la maggior parte possibile di ciò che si vuole dire. Nei paesi dove vige la libertà di parola, la libertà del giornalista viene limitata dagli interessi del giornale per il quale lavora. In molti casi il giornalista, specie se giovane, deve accettare gravi compromessi e ricorrere ad una raffinata strategia per evitare gli scontri diretti». «Comunque, bisogna conquistarsi a forza ogni frammento di indipendenza». Quanti ci riescono?

Il giornalismo che mi piace

March 15th, 2010

Un «giornale di frontiera, di opposizione, destinato giocoforza a essere, in quanto quotidiano della sera, un secondo giornale e perciò impegnato più di altri nell’approfondimento delle notizie, nella lettura controluce dei fatti, nella ricerca delle sfumature, nel dare voce ai protagonisti minori e non ufficiali». Così Alberto Spampinato definisce L’Ora di Palermo nel suo libro C’erano bei cani ma molti seri, dedicato al fratello Giovanni, «ucciso per aver scritto troppo». Appunto qui queste parole per avere sempre con me la descrizione esatta del giornalismo che mi piace.

Uno di quei rari momenti

March 15th, 2010

Da marittima, non mi capita spesso di vedere il sole tramontare sui monti. Questo è uno di quei rari momenti. Davvero uno spettacolo.