San Lucido - Ieri pomeriggio l’addio a “Ciccio” Carnevale
Di Maria Francesca Calvano • 24 Maggio 2008 • Categoria: san lucidoSono state celebrate ieri pomeriggio, nella chiesa parrocchiale San Giovanni Battista, le esequie di Francesco Carnevale. L’uomo, sessant’anni, aveva perso la vita tragicamente il 19 maggio scorso a San Lucido. Come ha chiarito l’autopsia effettuata il 22 maggio presso l’ospedale di Cetraro, la morte è avvenuta a causa di un gravissimo trauma cranico, procurato dall’impatto violento del capo con una pietra, impatto dovuto alla caduta dell’uomo dall’escavatore a bordo del quale stava effettuando alcuni lavori per conto della ditta edile Ridenti.

Francesco Carnevale, conosciuto come Ciccio, era molto stimato nella cittadina. In tantissimi hanno voluto porgergli l’ultimo saluto partecipando, ieri pomeriggio, alla funzione ed hanno atteso per ore di poter esprimere vicinanza alla famiglia affranta, alla moglie Eva Sotero e ai figli Luigi, Maurizio, Marinella, Sabrina ed Alessandro, anche loro conosciuti e stimati.
I familiari hanno affidato il loro dolore ad una lettera. Una lettera «a Ciccio», «un marito, un padre, un figlio, un fratello, uno zio, un amico fuori dal comune, dalle mille qualità». Per lui parole piene di affetto e di disperazione: «Avevi la dote di farti amare da tutti. Sei stato sempre un uomo disponibile e sicuro di te stesso. Amavi la tua famiglia e il tuo lavoro, e anche se questo ti ha portato via da noi, il tuo amore non lo dimenticheremo mai. Quando si stava con te si provava gioia e non dolore, felicità e non tristezza, serenità e non malinconia. Ricorderemo i momenti in cui tu eri con noi. In questo giorno, che non dimenticheremo mai, possiamo dirti addio con le labbra, ma non con il cuore. Aspettiamo il tempo in cui potremo ricordarti con un sorriso e non con una lacrima. Ti vorremo bene per l’eternità».
E di eternità ha parlato don Franco Spadafora nell’omelia. «Quando arriva l’ora dell’appuntamento con la morte – ha detto il parroco, che ha celebrato le esequie – il Signore viene a prenderci perché il posto che ci ha preparato per la nostra esistenza eterna è pronto per noi. È allora che avviene quel passaggio dalla storia all’eternità, dallo spazio all’infinito». «Ciccio era un uomo affezionato alla famiglia, al dovere, al lavoro, un uomo rispettato, un amico. Tutte qualità che certamente ognuno di noi ricorda».
E se don Spadafora ha parlato della morte sul lavoro come «una tecnica per andare ad occupare il posto che il Signore ha preparato per noi», ha pure invocato «più garanzia, più sicurezza, più certezza. Tutti noi abbiamo il dovere di impegnarci perché i nostri ragazzi, i nostri padri possano andare a lavorare e tornare a casa. Lotteremo sempre e pregheremo per avere sicurezza sul lavoro e sulle strade». La bara di Francesco Carnevale ha lasciato la chiesa ricoperta da tantissime corone di fiori.
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Piu’ ed oltre il cordoglio, ci vuole solidarieta’.. nel senso proprio di qualcosa di “solido”. P.S. Per quanto mi sforzi, non riesco proprio a comprendere il senso della frase di Don Spadafora riguardo la morte sul lavoro come «tecnica per andare ad occupare il posto che il Signore ha preparato per noi». Un refuso? :/
Hai ragione, ghost.. è un po’ sibillina. Cercherò di spiegarla in termini meno truci possibile: praticamente quando la morte arriva, arriva. La circostanza concreta, la “tecnica”, può essere un incidente sul lavoro oppure sulla strada, o qualsiasi cosa.. è il “mezzo”, lo “strumento” che sceglie il Signore perché avvenga il “passaggio” dalla vita terrena alla vita eterna. Questo è il senso del discorso di don Spadafora. Posto che sicuramente esiste una volontà divina, io credo che questo non debba farci perdere comunque il contatto con le situazioni reali: bisognerebbe anzi prima di tutto fare in modo che gli incidenti sul lavoro non si verifichino, quindi attuare le leggi sulla sicurezza sul posto di lavoro. Non ci si può certo nascondere dietro la “volontà” di Dio. Se le norme non sono state rispettate (non mi risulta che l’uomo indossasse un casco, per esempio), è bene che si levi una voce di condanna dell’accaduto, e non scendano soltanto lacrime.
“Posto che sicuramente esiste una volontà divina, io credo che questo non debba farci perdere comunque il contatto con le situazioni reali…” … ecco, Ghost, m’è andato di traverso il nocciolo!!! Gentile Signorina, don Spadafora farebbe bene a spiegare ai suoi fedeli come mai nella sua preghiera invochi la protezione solo per ragazzi e uomini … dimenticando l’altra metà del mondo…che le donne sanlucidane non lavorano?!? … Parlando di “tecnica” (ohibò!!), avrebbe giovato più al suo gregge ricordare che esiste una legge sulla sicurezza, avrebbe potuto invocare castighi divini (questi si…) per chi dimentico delle vite altrui, se ne sbatte delle legge e della sua applicazione, invitando i suoi fedeli a pretendere tutto ciò che umanamente possibile per preservare la vita che, con diversi significati, per laici e credenti, sempre sacra è!!…. Mi dispiace molto per il povero sanlucidano, e mi sento di esprimere il mio cordoglio alla famiglia. Ma per favore, non si parli di volontà divina in vece di negligenza, questo no!!
Sono più che d’accordo, anche sul nocciolo… mannaggia alla fretta e alla fame di mezzogiorno! :p
Avrei gradito anch’io un’omelia più “sociale”. Le fatalità sono tali in pochi casi: in molti altri sarebbe meglio parlare di responsabilità, quelle di chi, per esempio, manca di rispettare regole minime ma fondamentali. Circostanze che possono costare la vita a tutti (anche alle donne, perché io valgo). Mi sarei aspettata che il parroco invitasse alla presa di coscienza più che alla rassegnazione, in quella chiesa gremita. Invece ha dominato la seconda: la morte quando arriva, arriva. Certo il “momento” giunge per tutti, prima o poi. Ma se non lo facciamo “capitare” è meglio.
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