Archive for March, 2009

Biotestamento: caro dottore, sia fatta la tua volonta’

Tuesday, March 31st, 2009

Coloro che credono di poter decidere in totale e completa autonomia di quali e quante cure e terapie beneficiare si sbagliano. Chi, dopo la vicenda Englaro, s’è affrettato ad affidare a YouTube il proprio testamento biologico (come questo), magari esprimendo chiaramente la volontà di non essere sottoposto ad alimentazione ed idratazione forzate, ha perso tempo. Infatti, l’ultima parola riguardo alla vita e alla morte del paziente non spetta a quest’ultimo, bensì al medico curante. E non per la missione che gli è propria di garantire la salute dell’individuo e salvargli la vita laddove essa fosse in pericolo, ma perché sta a lui decidere se seguire o no la volontà del paziente in fatto di trattamento sanitario.

In buona sostanza, il paziente non detiene completamente il potere di decidere per se stesso in merito ai trattamenti cui essere sottoposto, perché a decidere davvero è il medico. La sua volontà insomma non è sovrana; il medico non per forza deve adeguarsi ad essa. Può tranquillamente non farlo, se lo ritiene. O almeno questo è quanto è stato approvato dal Senato con 150 voti favorevoli, 123 contrari e 3 astenuti. Vediamo, in sintesi, cosa prevedono le “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento” che dovranno ora essere approvate dalla Camera.

Fonte: Web

Si ribadisce innanzitutto che la vita umana è un «diritto inviolabile e indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui la persona non sia più in grado di intendere e di volere» e che «nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge» (?). Su ogni trattamento sanitario dev’esserci l’accordo del paziente, da questi (o dal suo tutore) espresso formalmente tramite un «documento di consenso informato, firmato dal paziente, che diventa parte integrante della cartella clinica» e che può comunque essere revocato. Questo passaggio viene saltato a pie’ giunti in caso di emergenza.

Veniamo alla cosiddetta Dat, la dichiarazione anticipata di trattamento. Si tratta di un documento, valido per tre anni e revocabile e modificabile in ogni momento, con cui una persona, nella piena capacità di intendere e di volere e cosciente della propria situazione medico-clinica, decide se essere sottoposta o meno a trattamento sanitario, a meno che questa sua decisione non violi il codice penale. Nel caso in cui questa stessa persona dovesse ritrovarsi nella condizione di non poter assumere decisioni che la riguardano perché non più in grado di intendere e di volere, la dichiarazione anticipata di trattamento è il documento che manifesta la sua volontà.

C’è un però: con la dichiarazione non si può disporre in merito all’alimentazione e all’idratazione, perché esse sono considerate «forme di sostegno vitale fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita». Anche se una persona esprimesse con la dichiarazione anticipata di trattamento la volontà di non essere sottoposta ad alimentazione ed idratazione, essa non avrebbe concretamente alcun peso.

Ma pure tutte le altre disposizioni della Dat possono essere di fatto annullate dal medico curante, il quale può decidere se attenersi ad esse o meno. Le indicazioni vengono valutate dal medico «in scienza e coscienza, in applicazione del principio dell’inviolabilità della vita umana e della tutela della salute». Insomma a lui la responsabilità di applicare o no la volontà del paziente. A lui la decisione.

Poniamo il caso che questa legge fosse andata in vigore qualche anno fa e mettiamo che Eluana Englaro avesse scritto la sua dichiarazione anticipata di trattamento esprimendo la volontà di non essere sottoposta ad alimentazione e idratazione forzate. Essa non avrebbe alcuna validità, perché, secondo quanto previsto dal ddl, l’alimentazione e l’idratazione «non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Su questo insomma decide lo Stato.

È un emendamento dell’Udc ad aver eliminato dal ddl l’obbligo del medico di attenersi alla volontà del paziente rifacendosi alla dichiarazione anticipata di trattamento. Firmato da Antonio Fosson, l’emendamento è stato approvato dal Senato con 136 voti favorevoli e 116 contrari.

Il vicepresidente dei senatori del Popolo della libertà, Gaetano Quagliarello, ha dichiarato in merito: «Vogliamo lasciare al medico un margine per poter intervenire a fronte di nuove evidenze scientifiche». Su tutte le furie l’opposizione. La capogruppo del Partito democratico, Anna Finocchiaro: «Agli italiani avete spiegato che questa era una legge per poter scrivere il proprio testamento biologico, ora gli dire che invece non contano più niente». Felice Casson del Partito democratico: «È una presa in giro per i cittadini. Le loro dichiarazioni anticipate diventano carta straccia».

“Corriere”, si ripete la staffetta Mieli-De Bortoli

Monday, March 30th, 2009

Quello di Ferruccio de Bortoli alla guida del “Corriere della sera” non è un debutto, ma un ritorno. Il direttore uscente del “Sole 24 Ore” ha infatti già occupato la poltrona più importante di via Solferino per sei anni, dal 1997 al 2003. Anche allora de Bortoli andò a sostituire Paolo Mieli, proprio come avviene in quest’occasione. L’addio (che quest’oggi si ridimensiona in un arrivederci) di de Bortoli al “Corriere” risale al 2003, quando dovette cedere il posto a Stefano Folli. Ufficialmente per motivi personali, ufficiosamente (neppure troppo) per le pressioni subite da parte del governo.

Ferruccio de Bortoli - Fonte: Web

Tutto ha inizio il 9 febbraio 2003. Ferruccio de Bortoli firma un editoriale titolato «Le ragioni per dire no» con cui critica la guerra preventiva, perché «rischia di trasformarsi in una guerra continua». «È la guerra continua che lasceremo ai nostri figli in un Occidente più diviso e, dunque, più vulnerabile?», domanda. Non solo: de Bortoli critica anche la politica del governo in materia di giustizia e pone l’accento sul conflitto d’interessi del premier.

«Noi del Corriere abbiamo sempre detto e scritto cosa pensiamo della politica del governo. Abbiamo scritto pagine di attualità politica relative ai progetti di politica economica e abbiamo detto ad alta voce cosa pensiamo del conflitto di interessi del presidente del Consiglio, ma le pressioni si sono fatte indubbiamente sentire. L’impressione è che si voglia avere un’informazione vassalla», scrive de Bortoli il 22 febbraio 2003. In maggio, tre mesi più tardi, il direttore rassegna le dimissioni. Causa pressioni politiche? Niente affatto per il presidente di Rcs MediaGroup, Cesare Romiti, il quale dichiara: «Che gli editoriali non siano piaciuti è vero, che questi abbiano provocato la richiesta di de Bortoli di lasciare la direzione non è vero. Della richiesta di lasciare il giornale ne abbiamo parlato ieri in Consiglio. Abbiamo cercato di convincerlo. Lui ha detto no».

Ma scrive Antonio Padellaro sull’ “Unità”: «Adesso diranno che Ferruccio de Bortoli non è stato dimesso, bensì che si è dimesso da solo dalla direzione del “Corriere della sera”, guidato per oltre sei anni con equilibrio, competenza, onestà professionale», e aggiunge: «De Bortoli non è stato cacciato, perché non c’era bisogno di farlo. Hanno aspettato che si esaurissero le sue riserve fisiche e nervose. Hanno fatto in modo da rendergli la vita impossibile. E poi lo hanno molto gentilmente accompagnato alla porta».

Trascorrono cinque anni. Nel frattempo, nel 2005, de Bortoli diviene il numero uno di un’altra testata, il “Sole 24 ore”, e qui decide di rimanere quando, ai primi di questo mese, viene indicato quale possibile presidente della Rai. De Bortoli rifiuta: «Ringrazio Dario Franceschini e Gianni Letta per l’offerta di presiedere la Rai, azienda patrimonio del Paese. Un incarico di grande prestigio per il quale mi ero reso disponibile. Dopo attenta riflessione ho però deciso di restare dove sono: a fare solo il giornalista».

Peccato, perché la sua figura quale presidente Rai aveva ottenuto il placet dell’intero mondo politico. Anche di Berlusconi («Per de Bortoli avevamo dato il nostro benestare, invece lui ci ha ripensato») e dello stesso Romiti che, come cinque anni prima dinanzi alla dipartita di de Bortoli dal Corriere, mostra dispiacere e rassegnazione: «È una notizia che, in un certo senso, mi dispiace. Ma dobbiamo accettare le motivazioni che lui dà. Ho una grande stima di de Bortoli». Al suo posto, verrà nominato Paolo Garimberti.

Chissà se già allora si prospettava per de Bortoli la possibilità di sostituire Mieli al “Corriere”. Fatto sta che le voci su un cambio del direttore in via Solferino si rincorrevano già da un po’ di tempo, senza tuttavia che il presidente Berlusconi fosse al corrente di una simile possibilità. «Non mi risulta ci sia un cambio di direzione al “Corriere della sera”», ha detto Berlusconi solo sei giorni or sono scendendo dal treno Frecciarossa sulla nuova linea Milano-Roma. «Tutte le volte che si cambia il direttore del “Corriere della Sera” – ha detto il premier ai giornalisti – si entra in un fatto traumatico ed è sempre colpa del premier, come già accadde alcuni anni fa con Mieli».

Mieli, appunto. Perché è stato di nuovo sostituito, peraltro con la stessa persona? Il comunicato diffuso da Rcs MediaGroup lo cita solamente per esprimere «vivo apprezzamento per l’attività svolta in contesti spesso delicati e complessi e per la disponibilità a continuare, nelle forme che saranno concordate, a collaborare con il Gruppo, che ha verso il dottor Mieli profondi motivi di gratitudine». Resta ora da capire se Mieli ha scelto le dimissioni o qualcuno l’ha fatto per lui.

Rassicurazioni arrivano intanto dal presidente della società, Piergaetano Marchetti: «È una designazione di forte indipendenza», ha detto ai rappresentanti del Comitato di redazione del “Corriere”, ribadendo l’autorevolezza e l’indipendenza del giornale.

Il “Guardian”: «Sull’Italia l’ombra del fascismo»

Monday, March 30th, 2009

Si stende sull’Italia l’«ombra del fascismo». Lo scrive oggi il “Guardian” che, in un editoriale dal titolo «Italy: Fascism’s shadow», evidenzia come l’Italia, «diversamente dalla Germania del dopoguerra», non si sia «mai confrontata completamente con l’eredità del fascismo. Come risultato, mentre il neofascismo non è mai davvero riemerso in Germania, in Italia c’è stata una significativa continuità», che si è ora «rafforzata». «È questo – sostiene il “Guardian” all’indomani del congresso fondativo del Popolo della libertà – un giorno vergognoso per l’Italia».

«L’ultima mossa di Berlusconi – si legge a proposito dell’avvenuta unione tra Forza Italia e Alleanza nazionale – può lasciare un segno più durevole sulla vita pubblica italiana di ogni altra cosa il magnate populista abbia fatto», e ciò perché Forza Italia si è fusa proprio con Alleanza nazionale che, osserva il “Guardian”, «deriva direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini». Per il quotidiano inglese, dunque, il Bel Paese non ha mai rotto davvero col passato, con il quale si ravvisa una certa «continuità».

Pur riconoscendo che «An ha percorso una lunga strada in sessant’anni» e che «il suo leader, Gianfranco Fini, ha smesso i vecchi abiti politici ed ha condotto il suo partito in direzione del centro» ed oggi «parla di necessità di dialogo con l’Islam, denuncia l’antisemitismo, e patrocina un’Italia multietnica», il “Guardian” non manca di sottolineare come Berlusconi faccia «fatica» ad «accordarsi» con queste posizioni, viste «le sue campagne populiste anti-zingaro e anti-immigrato» e la «predisposizione» ad un «razzismo soft-core». «È davvero scioccante – osserva il quotidiano inglese – il pensiero che vi sia un capo di governo tra i venti leader mondiali nel summit economico di Londra di questa settimana che ha riedificato la sua base politica su fondamenta gettate dal fascismo».

E sulla figura del premier italiano, il “Guardian non fa sconti”. «L’obiettivo principale di Silvio Berlusconi come presidente del consiglio italiano è sempre sembrato sfacciatamente ovvio – si legge in apertura di articolo. Sin da quando egli ha cavalcato il vuoto politico creato nel 1993 dallo scandalo del governo contemporaneo da una parte e il crollo del comunismo italiano dall’altra, Berlusconi ha usato la sua carriera politica e il potere per proteggere se stesso e il suo impero mediatico».

Berlusconi, Di Pietro e la loggia P2

Sunday, March 29th, 2009

Il cancan delle dichiarazioni, tra repliche e controrepliche e repliche alle controrepliche, come al solito non s’è fatto attendere. Il vulnus scatenante è costituito stavolta dalle parole di Antonio di Pietro, il quale, dopo aver ascoltato la trionfale chiusura del primo congresso del Popolo della libertà da parte del premier Silvio Berlusconi, ha dichiarato d’aver intravisto nel suo stile modi da «ducetto» ed ha aggiunto che il presidente del Consiglio «vuole azzerare la Costituzione e diventare il padre padrone della sua nuova azienda “Italia”», che «propone la riforma dei regolamenti parlamentari al solo fine di eliminare definitivamente quel che lui considera un inutile ingombro, ossia l’opposizione» e infine che «pretende che vengano dati maggiori poteri al premier, cioè a lui, così avrà mano libera su quello che lui percepisce come una zavorra: la democrazia».

Dopo Di Pietro, ecco il leader dell’Unione di centro, Pierferdinando Casini, che, ospite della trasmissione “In 1/2 ora” su RaiTre, afferma: «Splendido dal punto di vista scenico, ha ricalcato anche nel discorso quello di 15 anni fa». «Nel frattempo Berlusconi è stato 7 anni, la meta’ del tempo, a Palazzo Chigi, e oggi ripropone le stesse cose come se fosse Alice nel paese delle meraviglie». Quindi Anna Fiocchiaro, presidente dei senatori del Partito democratico: «Un refrain che e’ sempre lo stesso. Un Paese nelle mani di un uomo solo, un’idea di partito quasi confessionale, la sottovalutazione dei reali problemi del Paese».

silvio berlusconi primo congresso popolo della libertà marzo 2009

Berlusconi ha sostenuto questa mattina sul palco del congresso: «La Costituzione assegna al presidente del Consiglio dei poteri quasi inesistenti. In altri Paesi, invece, il premier ha poteri veri: in Italia ahimé ha solo poteri finti e così il governo non può intervenire con prontezza e lo Stato non può funzionare. Il Paese ha bisogno di governabilità». In particolare, Berlusconi ha in mente di modificare, «senza stravolgerla», la seconda parte della Carta costituzionale che, afferma, «va rivitalizzata e arricchita. Una delle missioni della nostra maggioranza – ha detto il presidente del Consiglio – è ammodernare l’architettura istituzionale dello Stato».

Ma torniamo a Di Pietro. Più che un progetto d’ammodernamento, egli scorge all’orizzonte italiano una fase d’arretramento, che porterà il Paese ad essere tale e quale a come fu pensato trent’anni fa da Licio Gelli, Gran Maestro Venerabile della loggia Propaganda Due. «Dopo il controllo dell’informazione, l’attacco all’indipendenza della magistratura, l’indebolimento del sindacato, ecco il potere assoluto – sostiene Di Pietro – ultimo tassello per il compimento del Piano di rinascita democratica della P2, di cui Berlusconi è un noto affiliato».

Il Piano di rinascita democratica è il documento d’intenti della loggia massonica Propaganda Due, definita brevemente P2. Viene sequestrato nel 1982 all’aeroporto di Fiumicino sul fondo di una valigia della figlia di Licio Gelli, Maria Grazia, che sta rientrando in Italia da Nizza. Si legge in premessa al documento: «Il piano tende a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori». E poi: «I programmi a medio e lungo termine prevedono alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali». Insomma: il piano si propone di “restaurare” le istituzioni fondamentali, di sollecitazione in sollecitazione, per poi ritoccare la Costituzione. Tali interventi interessano i partiti politici, la stampa, i sindacati, il Governo, la magistratura, il Parlamento e non sono finalizzati, precisa il piano, al rovesciamento del sistema. Soltanto alla sua modifica, tramite quella degli organismi principali e dunque della Costituzione.

Un anno prima del ritrovamento del Piano di rinascita democratica, nel corso d’indagini dalle finalità diverse, vengono rinvenute le liste dei 962 affiliati (o presunti tali) alla loggia P2, nella cassaforte della fabbrica d’abbigliamento Gio.Le di Castiglione Fibocchi. Nell’elenco compaiono i nomi di tre ministri e quarantaquattro parlamentari in carica, insieme con quelli di sessanta politici, cinquantadue dirigenti ministeriali, ma anche numerosi militari, banchieri, industriali, medici, docenti universitari, commercialisti, avvocati, magistrati, imprenditori. In particolare la tessera numero 625 corrisponde ad un certo Silvio Berlusconi. Il quale una decina d’anni più tardi entrerà in politica. Ma questa è un’altra storia?

Saviano e il potere delle parole

Thursday, March 26th, 2009

Dunque Roberto Saviano è tornato in tv. Ogni volta è netta la percezione del ritorno nel senso letterale del termine: come visita nuova di un luogo dopo esser stato assente, o quantomeno invisibile. Nel caso di Saviano, che vive sotto scorta, introvabile: è come se, nel compiere il giro prima di tornare al punto di partenza, in qualche modo egli perdesse la propria concretezza e si smaterializzasse inesorabilmente, per poi emergere di nuovo, tutte le volte che riappare in pubblico, da una dimensione astratta, da un posto inconoscibile, da un buco nero che inghiotte la sua esistenza e la restituisce poi. Saviano va via, ogni volta, per andare chissà dove e per poi tornare direttamente dall’ignoto. Egli esiste, di fatto, solo quando compare oppure si esprime in forma pubblica coi suoi articoli. È incredibile come la dimensione “sociale” sia divenuta tutto ciò che oggi quest’uomo possiede. Un uomo che, dando alle stampe il suo libro, scegliendo di diffondere il più possibile ciò di cui è a conoscenza, ha finito per vivere solo in quella dimensione.

Difficile aggiungere parole a quelle che lo scrittore napoletano ha pronunciato ieri sera, sia durante il lungo monologo nella prima parte di “Che tempo che fa”, andato in onda per oltre due ore a partire dalle 21.10 su RaiTre, sia nel corso dell’intervista col conduttore Fabio Fazio e in occasione del trittico televisivo con Paul Auster e David Grossman. È difficile commentare certe fotografie di giovani innocenti ammazzati e dimenticati, come Salvatore Nuvoletta, o le storie di reputazioni infangate per convenienza, come quella di don Peppe Diana. Ma è bene che, dopo il monologo di Saviano, il giornalismo si ponga un paio di domande.

Joseph Pulitzer scriveva che «una stampa cinica e mercenaria prima o poi creerà un pubblico ignobile». Davanti a certi titoli di giornale, come quelli citati dallo scrittore napoletano, viene da chiedersi se siamo o no sulla buona strada. Certo è difficile capire se il modo di gestire l’informazione derivi dalla realtà o la realtà derivi dal modo di gestire l’informazione, così com’è arduo rispondere all’interrogativo imperituro se sia nato prima l’uovo o la gallina. Tuttavia è chiara la responsabilità che il giornalismo ha nel definire l’opinione pubblica. I mass media hanno l’immenso potere di esercitare un condizionamento, di creare un’opinione, una data visione della realtà. E questa visione della realtà può passare anche dalla titolatura.

Il titolo di un articolo di giornale è un contenitore pieno zeppo di significati, e a riempirlo è il giornalista. A volte è, questo, un esercizio praticato con onestà assoluta, con precisione e secondo i crismi della professionalità; moltissime altre è un compito svolto con malizia, con cinismo, ricorrendo ai doppi sensi, alle allusioni, caricando le parole scelte di significati altri, di accuse velate, persino di condanne. E tutto questo non è mai casuale. Non è per caso che un titolo viene composto in un certo modo, tantomeno in una terra di camorra in cui pesa ogni parola, in cui se “sbagli”, se “sgarri” non puoi sperare in nessun perdono.

E allora che dire di titoli come: «Stupra donna sposata e finisce in cella», con il riferimento – curioso e assurdo – allo stato civile della donna violentata; «Giustiziato sindacalista», quando la giustizia c’entra poco; «Pirolo, la corte assolve l’Infame»: così viene definito negli ambienti della camorra il collaboratore di giustizia?

Ripetere quotidianamente messaggi portatori di significati dati finisce col perpetuare di giorno in giorno la visione della realtà veicolata: l’annaffia tutti i dì come fosse un tulipano, mantenendola viva e prosperosa di generazione in generazione. «Io sono cresciuto in una terra raccontata così, raccontata al ritmo di questi titoli. È come se tu ti abituassi a queste parole, è come se le parole in genere potessero condizionare anche la lettura dei fatti. A seconda di come viene data un’informazione o di come viene percepita dal territorio tu ti fai un’idea, una costruzione della tua terra», dice Saviano.

Dagli studi Rai andiamo quindi nella terra dell’autore di Gomorra, nella Campania felix, e vediamo come ha reagito la stampa casertana, tirata in ballo direttamente (e non per la prima volta) da Saviano (che ne aveva già parlato in occasione del Festival della letteratura di Mantova, nel settembre 2008).

Il Mezzogiorno di Napoli e Caserta, tramite il direttore editoriale Gianluca Parisi, si è dichiarato subito solidale nei confronti dei «giornalisti, ingiustamente colpiti dalla caduta di stile del Saviano, che tra mille difficoltà, raccontano puntualmente ogni giorno la cronaca e gli eventi di Caserta e Provincia». Il Mezzogiorno esprime quindi vicinanza al “Corriere di Caserta” e alla “Gazzetta di Caserta”, il primo «reo di prestare il fianco nella titolazione delle notizie camorristiche» e il secondo «reo di aver pubblicato e risposto ad una lettera spedita dal carcere da Sandokan, Francesco Schiavone».

Scrive Parisi sul blog della testata: «L’attacco è sembrato subito spropositato e gratuito, soprattutto nei confronti dei lavoratori giornalisti precari di questi due giornali che, quotidianamente, fanno i salti mortali per sopravvivere».

Ma Parisi, contrattaccando, accusa Saviano di diffamazione, non diversamente da quanto accaduto subito dopo l’omicidio di don Diana: «Proprio in occasione dell’assassinio di Don Peppino Diana, Saviano ha fatto notare che all’epoca fu messa in atto una campagna diffamatoria e denigratoria nei confronti del sacerdote, volta a giustificare quel barbaro omicidio o quantomeno tentare di farlo. Ieri sera, alimentando negli spettatori il dubbio che i quotidiani potessero addirittura prestare il fianco alla Camorra, Saviano si è comportato allo stesso modo di quanti hanno tentato di infangare Don Peppino Diana». Che titolo daresti, tu, ad un intervento così?

Gomorra c’e’. E stasera torna in tv.

Wednesday, March 25th, 2009

Loro aspettano, e il mio destino ovviamente sarà questo, semplicemente che la mia parabola scenda e che in qualche modo l’attenzione intorno a me, intorno ai miei libri, intorno alla mia vicenda scemi. Tutto qui.

Roberto Saviano

Roberto Saviano stasera torna in tv. Come annunciato nella puntata di sabato scorso da Fabio Fazio, il famoso giornalista e scrittore napoletano autore di Gomorra sarà ospite di “Che tempo che fa”. L’ultima apparizione pubblica di Saviano, che da quando il suo libro è diventato un caso editoriale (e non solo) vive sotto scorta, risale alla scorsa domenica, quando a sorpresa è salito sul palco della manifestazione organizzata dall’associazione Libera contro tutte le mafie. In quell’occasione, Saviano ha letto i nomi di alcune tra le centinaia vittime della mafia ricordate durante lo scorrere del corteo lungo le vie di Napoli. Questa sera dunque si apriranno nuovamente per lui le porte degli studi Rai. La trasmissione andrà in onda alle 21.10 sulla terza rete e durerà due ore.

Ci saranno anche Paul Auster e David Grossman, entrambi scrittori di fama internazionale: il primo è autore, tra le altre cose, della Trilogia di New York e del romanzo L’invenzione della solitudine; David Grossman, ritenuto uno tra i più grandi scrittori contemporanei, ha scritto Qualcuno con cui correre e più di recente A un cerbiatto somiglia il mio amore.

Roberto Saviano - fonte: Web

È indicativo il fatto che proprio Saviano, tuttora nel mirino della camorra per il fatto stesso di aver scritto (e dunque per esser stato letto, e molto), si trovi ad avere questa sera come vicino di poltrona uno come Auster che, nel suo libro L’arte della fame, sostiene: «Scrivere non è più un atto di libera scelta per me, è una questione di sopravvivenza». Forse Saviano ha avvertito lo stesso impulso, la stessa esigenza di raccontare, un’uguale spinta verso la parola scritta, forte quanto basta per superare l’istinto – salvifico certamente, ma vigliacco – che porta a farsi i fatti propri e a campare cent’anni indisturbati. Saviano invece ha scelto di parlare e di farlo tramite le pagine del suo Gomorra.

«Non lo riscriverei mai», afferma il giovane ventinovenne durante un’intervista con Euronews, registrata nello scorso febbraio. «Io ormai lo odio, non ne posso più. Non ho alcuna simpatia per quel libro insomma». No, non è la retromarcia di uno che ha fatto una sciocchezza ed ora si batte il petto pentito: quella di Saviano è l’espressione del dolore di vivere i propri giorni sotto scorta, è la difficoltà che diventa antipatia per un libro non è più questo libro ma quel libro. È sul piano personale, è pensando alla propria vita privata demolita dalla scelta stessa di conferire una dimensione pubblica a ciò di cui si è a conoscenza che Saviano afferma che quel libro no, non lo riscriverebbe, se potesse tornare indietro.

Roberto Saviano, Gomorra

Ma le lancette del tempo conoscono una sola direzione e Gomorra è divenuto qualcosa di più grande, di troppo grande perché oggi si possa fare anche soltanto un passo indietro. «Tante persone si sono avvicinate alla lettura, persone che non entrerebbero mai in libreria lo hanno comprato, persone che non leggerebbero mai queste storie vi si sono avvicinate», afferma Saviano durante la stessa intervista.

Se per Paul Auster scrivere «è una questione di sopravvivenza», per Roberto Saviano lo è venir letto. «Ciclicamente – ha detto lo scrittore nella stessa intervista – c’è sempre qualcuno che dà una notizia sulla mia morte o sulla mia esecuzione. Loro infatti per colpirmi aspettano semplicemente che l’attenzione su di me e la mia vicenda cali. Perché oggi quello che mi tiene in vita non è la protezione, a cui sicuramente sono grato, ma è l’attenzione, la gente. La mia vera scorta, la mia vera protezione è il successo generato dalle mie parole».

In questo senso, la scorta di Saviano è formata non soltanto da una manciata di carabinieri, bensì da due milioni di persone, da quei due milioni di individui che hanno acquistato Gomorra e che così hanno conosciuto, riflettuto, hanno meditato sul sistema camorristico e che ora lo conoscono. Due milioni di persone almeno (ma sono senz’altro molte di più, se si pensa che il libro si trova anche in formato Word nei vari canali peer to peer) che sanno cos’è la camorra napoletana, che hanno preso coscienza di quali sono i suoi meccanismi, dei canali che esso utilizza, dei suoi metodi. «All’estero si chiedono come sia possibile che un libro dia così fastidio ad un’organizzazione così potente. In realtà il libro ha dato fastidio perché è stato letto da milioni di persone e perché ha innescato un’attenzione mediatica, televisiva, radiofonica, della carta stampata – veicolo naturalmente di nuove letture – che loro prima non avevano».

Scriveva Böll: «Le autorità lo hanno sempre saputo: i lettori sono gente pericolosa, che vuole avere in mano il testo scritto per rileggerlo, per consultarlo, per riflettere». Gomorra c’è, si legge, si sfoglia. Si rilegge, si ricorda. Gomorra c’è. E stasera torna in tv.

Ma la mafia è davvero fuori da Facebook?

Tuesday, March 24th, 2009

Su Facebook il gruppo che vuole la mafia fuori dal famoso social network conta in questo momento 179mila iscritti. «Questi gruppi vanno chiusi. La mafia va isolata nella realtà e in tutte le sue espressioni, compresa Facebook» è l’idea alla quale hanno aderito tutti coloro che si sono iscritti al gruppo da quando è stato fondato.

A partire da quel momento, diversi esponenti politici hanno manifestato il loro apprezzamento. Da Walter Veltroni, che allora ricopriva ancora la carica di segretario del Partito democratico, a Gianpiero D’Alia dell’Udc, membro della Commissione parlamentare antimafia, fino alla senatrice del Popolo della libertà Simona Vicari, eletta nella circoscrizione siciliana. Lo spazio che raccoglie le notizie recenti elenca gli obiettivi raggiunti: chiusi i gruppi dedicati a Matteo Messina Denaro, Cutolo, Riina, Provenzano, Brusca e “Sandokan”. Un trionfo.

Ma fatto ciò, la mafia, oggi, è davvero fuori da Facebook? Questa mattina, fatto login, ho aperto la mia Home e, curiosando tra le attività recenti dei miei contatti, ho trovato che uno di loro aveva risposto alle domande di un quiz. Su Facebook questo genere di passatempo spopola, e spesso mi sono divertita anch’io nello scoprire che numero sono o chi ero in passato o quale libro mi rappresenta. Tuttavia il quiz al quale ha risposto il mio contatto, un giovane compaesano, è del tutto particolare. Si chiama così: «Sei “il Capo dei Capi”?». Sottotitolo: «Dai la prova a te stesso e a tutti che sei tu “il Capo dei Capi”». Ah beh, c’era bisogno di un quiz così.

Quiz - Sei tu il Capo dei Capi?

Scorriamo le domande, poste tra l’altro in un italiano discutibile.

Domanda numero 1: «Ti propongono di ammazzare il tuo capo, così tu possa prendere il suo posto, che fai?». Puoi scegliere di risparmiargli la vita perché «di sicuro è una trappola», oppure di non ammazzarlo e andare a dirlo «a tutti», oppure puoi decidere di ammazzarlo perché vuoi essere tu il capo o perché «è logico, tanto sono culo e cucchiara con i carabinieri».

Domanda numero 2: «Hai ammazzato un capo rivale che la commissione non voleva accadesse, che fai?». Scegli di allearti «col capo più forte» così che possa proteggerti oppure chiedi al tuo capo «cosa fare visto che usi il cervello»? Rendendoti conto che hai «sbagliato» sparisci per sempre oppure ti nascondi semplicemente e aspetti «che si calmino le acque»?

La domanda numero 3 testa la tua conoscenza delle armi. «Devi ammazzare una persona e devi essere sicuro che con questa arma ci riesci, quale usi?». Hai quattro possibilità: «Luger P 08, Ivory P 38, Beretta mod. 1934, Magnum cal. 380». Se sbagli arma, finisce che quello sopravvive. Quindi scegli bene.

La quarta è la domanda clou. Devi scegliere il personaggio al quale ispirarti, colui che, secondo te, più di ogni altro è andato vicino all’obiettivo di somigliare al «Capo dei Capi». «Chi pensi che tra questi capi è stato come SALVATORE RIINA (scritto maiuscolo, dovesse passare inosservato…)?». Chi, dunque? Salvatore Lo Piccolo o Francesco Madonia; Giuseppe Genco Russo o Vito Casciano.?

Ma se sei un vero mafioso, te lo dice l’ultima domanda. «La cosa più importante per un vero mafioso cos’è?». È il lavoro, l’onore, la famiglia o «tradire su tradire»?

Il mio contatto ha ottenuto questo risultato: «Sei tu il “Capo dei Capi”». Io il quiz non sono riuscita a farlo e, in effetti, non mi sono neppure sforzata.