Archive for April, 2009
Giglio bianco
Monday, April 20th, 2009Copywriting – Demo per Fairy Cosmetics
Saturday, April 18th, 2009Ddl sul biotestamento, il no di Beppino Englaro. Lo modificheranno gli emendamenti?
Tuesday, April 14th, 2009Prima che il dramma del terremoto coinvolgesse anche me e la tastiera del mio computer (sulla quale ho digitato più parole di quante poi ne abbia qui pubblicate, ché in questi casi nessuna pare adeguata), avevo scritto sul disegno di legge che riguarda il testamento biologico. Il post s’intitolava “Caro dottore, sia fatta la tua volontà” perché con quel ddl, se approvato dalla Camera nella forma con cui è passato al Senato, sarà affidato proprio al medico il compito di decidere se applicare o meno la volontà individuale espressa tramite la Dat (dichiarazione anticipata di trattamento), con cui ognuno può disporre sulle cure e terapie alle quali essere sottoposto. Secondo il ddl, il medico può disattendere tali indicazioni, che comunque non possono riguardare l’alimentazione e l’idratazione forzate: esse vengono considerate, infatti, non terapie straordinarie ma prassi ordinarie, non cure che il paziente è libero di rifiutare ma «forme di sostegno vitale», e come tali obbligatorie.
Il disegno di legge è passato in Senato a fine marzo, con pochi voti di scarto tra quelli favorevoli della maggioranza (150) e quelli contrari dell’opposizione (123). Tre gli astenuti. Al voto sono seguite un mucchio di polemiche tra gli schieramenti. Se da una parte il governo difende la possibilità, da parte del medico, di «intervenire a fronte di nuove evidenze scientifiche», dall’altra l’opposizione condanna il ddl, considerandolo «una presa in giro per i cittadini» perché «le loro dichiarazioni anticipate diventano carta straccia».
Nello stesso post, avevo ipotizzato cosa sarebbe successo se quanto stabilito dal ddl fosse divenuto legge prima che Eluana Englaro spirasse. La sua volontà, in questo caso, non sarebbe stata affatto sovrana, venendo di fatto annullata dalle decisioni dello Stato. Suo padre Beppino, letto il ddl, aveva commentato un mese prima dell’approvazione in Senato: «Ci stiamo incanalando in uno Stato etico, non in uno Stato di diritto», e ancora: «Cancellare l’idea costituzionale del diritto inviolabile della libertà della persona è inaccettabile», e ancora: «Sono convinto che gli italiani non si lanceranno imporre una legge del genere». Una legge da lui definita «una barbarie», «assurda e incostituzionale contro la quale è assolutamente necessario che i cittadini facciano sentire la propria voce». Poi, l’approvazione.
Nel frattempo Beppino Englaro non ha cambiato idea e oggi, in un’intervista con “Repubblica”, ribadisce che il disegno di legge sul testamento biologico «va nella direzione opposta a quella giusta. È anticostituzionale. Antiscientifico. Intollerabile. Non degno di un paese civile». «Io dico no all’imposizione di cure e terapie. E dico no all’abbandono terapeutico», aggiunge.
Dopotutto Gianfranco Fini, durante il congresso fondativo del Popolo della libertà, gli ha dato sostanzialmente ragione affermando che il ddl è più da «Stato etico» che da Stato di diritto. «Che questo lo sottolinei Fini e che i senatori e i politici non se ne rendano conto è per me inconcepibile», commenta Englaro. Che adesso, se il ddl dovesse divenire legge, spera nel disappunto della Corte costituzionale.
Tuttavia sono molti gli emendamenti alla proposta di legge presentati alla Camera. Uno di essi, bipartisan, resuscita il carattere vincolante della Dat (quando c’è) e conferisce importanza al documento anche se scaduto (la Dat vale infatti cinque anni). Inoltre considera la possibilità di disattendere la rinuncia all’alimentazione e all’idratazione forzate da parte del paziente solo nel caso esistano prospettive di beneficio comprovate per la sua salute. In caso di assenza della dichiarazione, rimane nelle mani del medico la decisione finale sulla «modulazione e la via di somministrazione» di alimentazione ed idratazione, pur prevedendo che esse vengano concordate con l’eventuale fiduciario e i familiari.
Altri emendamenti, presentati dal Partito democratico, come quello di Angela Finocchiaro, modificano la proposta di legge, considerando idratazione e alimentazione oggetto della dichiarazione anticipata solo in casi particolari; altri, invece, come Umberto Veronesi, ritengono che idratazione e nutrizione debbano considerarsi terapie a tutti gli effetti e sostengono quindi il diritto del paziente a disporre in merito. Infine, 2.572 emendamenti tra «soppressivi, migliorativi e aggiuntivi» sono stati presentati dai Radicali e 8 dall’Udc.
Ma Beppino Englaro ha già ribattuto ai tentativi di trovare un compromesso: «Le società scientifiche si sono espresse: alimentazione e idratazione sono terapie. Rimane il concetto che si possa dire sì o no ad esse. Il resto sono cavilli».
San Giuliano ieri, L’Aquila oggi. Stesso dolore, stesse parole.
Thursday, April 9th, 2009Su Google Earth, L’Aquila è tale e quale a com’era il 4 settembre 2006, quando la fotografò il satellite. Lo zoom sulla città plana lungo fasce di tetti rossi allineati, strade intatte, cupole inviolate. Google l’ha immortalata integra e intonsa. In foto è un luogo immobile: pure le auto rimangono ferme in mezzo al traffico, imbottigliate per sempre. Queste immagini sono ormai cartoline d’epoca, perché L’Aquila oggi è una città diversa. Cambiata per sempre. Come percorsa da un gigante. Sotto i suoi piedi si sono sbriciolate case e palazzi, ed esistenze sono state spezzate per sempre o, nei casi fortunati, soltanto interrotte, segnando il confine tra ciò che era e ciò che è.
Con chi prendersela ora, per tutto questo? Chi maledire per le distruzioni immense e per le morti odiose? «Nessuno è senza colpa. Molti sono stati coinvolti nella costruzione dei palazzi crollati. Deve esserci un esame di coscienza senza discriminanti né coloriture politiche, non per battersi il petto, ma per capire cosa è indispensabile e urgente fare per evitare che questi fatti si ripetano e perché si possa fare prevenzione, non con fantasiose profezie o impossibili previsioni, ma apprestando mezzi indispensabili perché case ed edifici resistano», ha detto oggi il presidente della repubblica Giorgio Napolitano in visita a L’Aquila.
Il significato delle sue parole non è diverso da quello espresso solo un anno e mezzo fa, in occasione del quinto anniversario del terremoto di San Giuliano di Puglia, il 31 ottobre 2007, quando, in un messaggio al presidente del Comitato vittime della scuola elementare, Antonio Morelli, il presidente Napolitano aveva sottolineato la necessità di «promuovere una maggiore e più diffusa cultura della sicurezza nell’edilizia scolastica». Perché quel che accadde a San Giuliano non debba mai più ripetersi.
Già, San Giuliano. Morirono ventisei bambini allora, il 31 ottobre 2002, sotto le macerie dell’unico edificio del paese che non seppe reggere al terremoto: la scuola Francesco Iovine. Disse l’arcivescovo di Campobasso, monsignor Armando Dini, nel dì dei funerali, tre giorni dopo il disastro: «Qui manca la cultura della prevenzione. Dovremmo fare come in Giappone». Lo stesso presidente Carlo Azeglio Ciampi ribadì il concetto: «Occorre insistere sulla prevenzione».
Le accorate esortazioni di sette anni fa sono dunque identiche a quelle di oggi; tuttavia poco o nulla è cambiato da allora, se l’Italia piange ancora i suoi figli, sepolti sotto cumuli di macerie di palazzi che avrebbero dovuto ergersi sprezzanti del pericolo e invece si sono sgretolati miseramente.
Le bare dei bimbi di San Giuliano erano bianche, bianchi i fiori che le ricoprivano. Una madre in nero salì sull’altare delle esequie e pronunciò parole semplici: «Io sono la mamma di Luigi, ma sono la mamma di tutti questi angeli. E a tutti chiedo una cosa sola: che le nostre scuole siano più sicure. Non voglio assolutamente che nessuna mamma e nessun papà, nessuno pianga più i suoi figli». Oggi a L’Aquila altre madri piangono su altre bare bianche, culle eterne dei loro bimbi innocenti, creature che la vita non volevano perderla e non l’hanno persa: la vita è stata loro strappata. Nessuna mamma e nessun papà, nessuno avrebbe più dovuto piangere i suoi figli. Lo disse quella madre affranta e tutti applaudirono. Ma non tutti, forse, ascoltarono davvero.
Michael Cipolla, una storia a lieto fine
Thursday, April 9th, 2009Una buona notizia è buona il doppio in questi giorni di disperazione. Così, se una vicenda si conclude col lieto fine, non si tira un sospiro di sollievo ma due. Spazio alla lieta novella, allora. Il bimbo di cinque anni scomparso ieri a San Marco Argentano, comune della provincia cosentina, è ora di nuovo tra le braccia di papà Aldo e mamma Virginia.
Di Michael Cipolla, questo il suo nome, non si avevano notizie dalla tarda mattinata d’ieri, quando si era allontanato dal piazzale davanti casa, dove stava giocando col fratello maggiore, per raggiungere suo padre, che in quel momento stava lavorando i campi a pochi metri dal casolare. Michael aveva avvisato del suo spostamento la nonna, la quale però non l’ha più visto tornare e, non riuscendo a trovarlo, ha allertato i genitori. Dunque, segnalata la scomparsa del piccolo ai carabinieri, sono partite le operazioni di ricerca.
Tutta la zona di contrada Ghiandaro, località del comune di San Marco Argentano in cui si trova il casolare della famiglia Cipolla, è stata setacciata palmo a palmo per tutta la notte da carabinieri, polizia, vigili del fuoco, vigili urbani e protezione civile locale, coadiuvati da un elicottero della polizia e unità cinofile. Alla ricerca ha partecipato l’intera comunità cittadina. Nel frattempo è partito il tam tam su Facebook, dove sono state diffuse alcune fotografie del piccolo per aiutare le ricerche. Si temeva, in quelle ore di preoccupazione, che Michael fosse rimasto vittima di una disgrazia in un territorio di aperta campagna; per questo i soccorritori hanno controllato pozzi e canali d’irrigazione della zona.
In forte apprensione, com’è comprensibile, i genitori. «Rivoglio mio figlio, ridatemi mio figlio. È un angelo e quando lo vedrete capirete perché», urlava disperato il padre, che fa il bidello e che si era detto disponibile a pagare un riscatto se suo figlio fosse stato rapito. «Sono disposto a vendere tutto pur di riavere mio figlio. Sono disposto a pagare un riscatto. Sono pronto a vendere la casa ed il terreno». La probabilità veniva comunque considerata remota. L’ipotesi più accreditata rimaneva quella di un allontanamento del bimbo alla ricerca del papà, in seguito al quale però si sarebbe perso. Non si escludeva comunque l’eventualità di un incidente.
Per fortuna la vicenda si è conclusa questo pomeriggio nel migliore dei modi. Michael sta bene, ha solo qualche graffio sul viso e adesso è di nuovo in compagnia dei suoi genitori. Sarebbero stati alcuni parenti impegnati nella ricerca a trovarlo, richiamati dalle urla del bambino, in un canalone coperto di rovi e vegetazione, dove sarebbe caduto accidentalmente. La zona del ritrovamento dista due chilometri da casa, in località Iotta. Michael è quindi stato restituito alla famiglia dai carabinieri. Il ricongiungimento coi genitori è stato accompagnato da un lungo e commosso applauso.
In Giappone il terremoto non fa paura. Neppure da morti.
Wednesday, April 8th, 2009Secondo un’antica leggenda giapponese, il terremoto in quelle zone è dovuto all’agitarsi di un pesce gatto gigantesco che se ne sta rintanato sotto l’arcipelago nipponico: coi suoi movimenti, il pesce scuote il Paese, causando il sisma. Dovendoci avere a che fare, il Giappone si è impegnato a trovare un modo per incassare i suoi colpi di coda facendosi meno male possibile, ed oggi è all’avanguardia nelle tecniche antisismiche. Nella costruzione degli edifici, per esempio, ricorre a cuscinetti, sistemati alle fondamenta e tra un piano e l’altro in modo da attutire i colpi, e all’acciaio elastico e alla fibra di carbonio per i pilastri delle strutture. In tal modo, il rischio di crollo risulta estremamente ridotto. Al punto che, se in Calabria un terremoto d’intensità 7,5 della scala Richter causerebbe tra le 15 e le 32mila vittime, a Tokyo i morti sarebbero molti di meno.
I nipponici hanno pensato persino ai cimiteri, perché i defunti possano davvero riposare in pace per l’eternità. Nel 2007, alcuni ricercatori dell’Università di Kanazawa hanno ideato il modo di costruire tombe e lapidi capaci di sopportare scosse fino all’ottavo grado della scala Richter. Le parole d’ordine, per i vivi e per i morti, sono sempre le stesse: resistenza e flessibilità. I giapponesi di oggi le hanno imparate osservando le antiche pagode buddhiste, costruite secondo criteri antisismici incredibilmente moderni: i piani oscillano controbilanciandosi intorno ad un’asse centrale che viene chiamata shinbashira.
Visti i traguardi raggiunti dal paese del Sol levante in materia di norme antisismiche, a ragione oggi Alessandro Martelli dell’Università di Ferrara, docente di Costruzioni in zona sismica, presidente dell’Associazione nazionale d’ingegneria sismica e dirigente della sezione Prevenzioni rischi naturali dell’Enea, afferma che «in Giappone un terremoto come quello dell’Aquila non sarebbe neanche finito sul giornale». Nel giugno dello scorso anno, quando un sisma d’intensità pari a 7,2 gradi della scala Richter colpì il nord est del Giappone, 29mila abitazioni collocate nella zona colpita rimasero senza elettricità, ma le vittime furono poche decine. I feriti duecento.
Rui Pinho è un collega di Martelli. Insegna Meccanica strutturale all’Università di Pavia e presso l’European Centre for training and research in earthquake engineering è responsabile del settore rischio sismico. «Non esiste terremoto in grado di far crollare un palazzo costruito adottando tutti i dispositivi dell’ingegneria antisismica. Lo provano i casi di California e Giappone, dove sismi molto potenti provocano danni limitati», sostiene. E per danni limitati s’intende che di persone ne muoiono molte di meno rispetto all’Italia.
L’Italia? Che succede in Italia? In Italia molti danni, molti morti. In Italia un terremoto d’intensità di due gradi inferiore miete un numero incredibilmente più alto di vittime. Perché? Le Nazioni Unite, domandandosi come possa succedere che un sisma di forza moderata come viene considerato quello che ha colpito l’Abruzzo possa causare danni enormi, ha individuato il problema nel fattore portafogli: «Costruire un edificio nuovo nel rispetto delle norme antisismiche fa lievitare la fattura del 3-5 per cento. Risparmiare una cifra ridicola e non rispettare le norme di sicurezza è un gesto criminale». Sono le parole di Pascal Pedruzzi, consigliere scientifico dell’Agenzia Onu Isdr, International Strategy for Disaster Reduction.
Ma la prevenzione di un disastro simile può davvero essere affidata alla disponibilità a mettere mano al portafogli? O piuttosto è il sistema delle leggi a dover garantire che gli edifici vengano costruiti secondo le norme antisismiche? «Da noi l’applicazione della legge che impone criteri antisismici per gli edifici di nuova costruzione viene rimandata in continuazione», afferma Martelli. Il collega Pinho è d’accordo: «L’Italia ha una normativa e un livello della ricerca che sono all’avanguardia nel mondo. Il vero punto debole è l’applicazione delle leggi».
E le leggi il modo per convivere col pesce gatto responsabile dei terremoti ce lo suggeriscono pure. A differenza dei giapponesi, però, finché possiamo ci infischiamo del pesce gatto, delle sue inquietudini e delle leggi. Finché le leggi, adeguatamente applicate, non ci obbligheranno a fare il contrario.
Non abitiamo una terra immobile
Tuesday, April 7th, 2009C’è una giostra al luna park che gira, gira, gira come una trottola. Chi ci sale, deve riuscire a rimanere in piedi su questo disco rotante, come un surfista deve riuscire a dominare le onde dritto sulla sua tavola. Sembra improbabile, ma coloro che hanno deciso di raccogliere la sfida hanno trovato il modo di vincerla: basta piazzarsi il più vicino possibile al centro della piattaforma, in quella zona di stabilità relativa dove i movimenti sono attenuati. Qui puoi correre comunque il rischio di cadere, certo, ma sicuramente in misura minore rispetto ai margini del disco. I ragazzini ardimentosi sono saliti sulla giostra e finiti gambe all’aria una, due, tre volte. Poi però hanno capito il trucco, o qualcuno gliel’ha svelato in gran segreto, ed ora si atteggiano a gran fighi, in piedi sul disco che ruota, con le quattordicenni che li guardano ammirate e timide. Easy: basta scoprire il trucco e il gioco è fatto.
Ammetto che il paragone può sembrare banale e forse lo è. Certo non ad una giostra si pensa dinanzi alla tragedia di un terremoto. Ma i fighetti sul disco che balla dovrebbero insegnarci come si fa a non cadere per la quarta volta, come si fa a rimanere trionfalmente in piedi mentre la giostra tenta di sballottarci qua e là. Invece noi italiani, ignari di essere clienti abituali del gestore della giostra, non ci curiamo del suo continuo girare, e muoversi, e spostarsi e ce ne stiamo tranquilli, pensando di esser saliti su una pacifica ruota panoramica e di poterci godere la vista e la vita indisturbati.
La realtà invece è un’altra. Siamo nati in sella alla giostra Italia, una terra viva e vitale. Una terra dalla natura inquieta, con la quale fatichiamo a fare i conti. La vorremmo calma, fissa, immobile e facciamo finta che sia tale. Così costruiamo case, scuole, ospedali fragili. Più adeguati a fare un giro su una ruota panoramica che non su una giostra selvaggia.
Finisce che la trottola Italia sobbalza e gli edifici crollano come castelli di carte. Giù palazzi ed ospedali, prefetture e case dello studente. Così, d’un tratto, si scopre quello ch’era già noto: che non erano poi così robusti, non erano poi così antisismici. Non rimangono in piedi nemmeno gli edifici di costruzione più recente. Tutti sbriciolati come stretti da una morsa, investiti da un turbine.
La scena è uguale ovunque. Intorno alle case sfatte la gente forma semicerchi, come dinanzi ad un altare. I piani collassati, uno sopra l’altro. Il divano del ragazzo del terzo piano accanto alla credenza della signora del secondo. Il letto matrimoniale dell’inquilino del primo piano sopra il frigorifero di quello del piano terra. Vite che si mischiano l’una con l’altra. Esistenze confuse, storie ammassate in un mucchio di calcinacci, accalcate nell’immensa discarica delle vite che furono. E allora pianti, disperazione, gare di solidarietà. Mea culpa. Bisognava costruire edifici sicuri, a norma. Mettere in sicurezza quelli già esistenti. Fare in modo che non si sgretolassero appena trema la terra. Bisognava vigilare sulla qualità dei materiali. Mea culpa. Si accenda una candela in ricordo di quei bimbi volati in cielo per esser rimasti schiacciati sotto il tetto della loro casa. Si aiutino gli sfollati inviando una donazione al conto corrente. Promesso però: la prossima volta le cose andranno diversamente. Costruiremo edifici sicuri, a norma. Metteremo in sicurezza quelli già esistenti. Faremo in modo che non si sgretolino appena trema la terra. Vigileremo sulla qualità dei materiali.
Sarà così? Oppure si spegneranno i riflettori e la pietà umana, e giornali e televisioni si daranno appuntamento al prossimo terremoto per raccontare il dramma sempre uguale dell’Italia incapace di fare i conti con se stessa? Non abbiamo imparato dai giri di giostra passati; sarà questo a cambiare le cose?
Ci sarà un altro terremoto, in futuro, da qualche parte. E questa è una certezza che data dalla natura della terra che abitiamo, non da una previsione alla quale si può credere o non credere. Sobbalzerà ancora la trottola, e dobbiamo imparare il trucco. Se vogliamo rimanere in piedi.
Terremoto in Abruzzo, tragedia annunciata o catastrofe imprevedibile?
Monday, April 6th, 2009Quella che dovrebbe rappresentare la prova di ciò che aveva affermato ce l’abbiamo sotto gli occhi. Il grande terremoto in Abruzzo c’è stato, seppure con una settimana di ritardo rispetto a quando previsto, ed ora è più facile per tutti credere alle sue parole. Per questo oggi Giampaolo Giuliani, ricercatore presso i Laboratori nazionali del Gran Sasso, potrebbe dire di averci avvisati. Egli infatti, domenica 29 marzo, cioè una settimana fa, aveva alzato il telefono e chiamato i vigili urbani di Sulmona per comunicar loro una semplice notizia: sta per arrivare il terremoto, e sarà disastroso. Uomo avvisato. I vigili chiamano il sindaco della città, Fabio Federico, che si trova a Roma per il congresso del Pdl. Federico parla al telefono con Giuliani, che rinnova l’annuncio della catastrofe: da lì a poche ore un terremoto devasterà Sulmona.
In un film americano stile Armageddon, il sindaco avrebbe prontamente allertato rigorosi dirigenti in divisa, uomini svelti dalla risposta pronta, i quali avrebbero messo in moto la macchina della sicurezza immediatamente, senza alcuna esitazione, con in testa idee chiarissime su cosa fare e non fare. Il sindaco Federico invece ci pensa e ci ripensa. «Non sapevo che fare: far scattare il piano d’evacuazione o far finta di niente?». Alla fine sceglie la seconda.
I suoi amministrati, invece, nel dubbio che Giuliani abbia ragione, scendono in strada muniti di materassi e affollano le palestre. Non si può mai sapere. Anche se credere a questo Giuliani che prevede ciò che non si può prevedere sembra una follia. Ma perché correre il rischio? E se fosse vero che a breve la terra tremerà come non mai? Soltanto poco prima, del resto, una scossa di magnitudo 4 aveva colpito la città. La gente, nel dubbio, crede a Giuliani e si diffonde il panico. Talmente tanto che la commissione Grandi Rischi della Protezione Civile, due giorni dopo, martedì 31 marzo, si riunisce d’urgenza non perché un pericolo esista davvero e mettere quindi in guardia la popolazione, ma per dire che esso non è affatto fondato. «Non c’è alcun pericolo in corso», «la situazione è monitorata ora per ora», si affretta a sostenere. «Non è possibile prevedere in alcun modo il verificarsi di un sisma», precisa. E Bertolaso rincara la dose, chiamando «imbecilli» quelli che «si divertono a diffondere notizie false». Giampaolo Giuliani si prende pure una denuncia per procurato allarme. È martedì e al gran terremoto mancano soltanto cinque giorni, ma intanto lo scisma annunciato non si è verificato, dunque il ricercatore viene sospettato di essere solamente un ciarlatano.
Il primo aprile esce sul “Corriere della sera” la notizia del «disastro» annunciato da Giuliani ma mai avvenuto, tant’è che lo chiamano ormai «il terremoto che non c’è». Qualcuno, commentando la notizia, afferma che i profeti non esistono. Occhio, quindi. «Anche i Giapponesi – dice – hanno provato ad adottare lo studio di Giuliani ma non mi risulta che l’abbiano adottato. Inoltre Giuliani non è uno scienziato (a me quantomeno non risulta ma potrei essere smentito). È un tecnico di laboratorio e non mi risulta essere laureato». Insomma non c’è da credergli.
Intanto però Giuliani, dal suo osservatorio del Gran Sasso, vede avvicinarsi il terremoto. Il gas radon si sprigiona sempre più in grande quantità dalla crosta terrestre, ed è il segno che si sta per verificare un sisma, perché il gas si libera dal sottosuolo quando le faglie si attivano. Sono anni ch’egli sostiene che i due eventi, la fuoriuscita di radon e il verificarsi di un terremoto, sono collegati e che perciò monitorare la prima può permettere di prevedere il secondo. È come una spia che si accende, avvisando che sta per avvenire una tragedia, ma che si decide di ignorare perché non si crede che funzioni davvero. Perché lo sanno tutti che i terremoti non si possono prevedere, e certamente non può farlo questo Giuliani. Snobbato dalla Protezione civile, il ricercatore si deve tenere per sé la percezione dell’allarme. Anche quando questa notte il suo sismografo segnala il pericolo.
Ore 3.32: la scala Richter segna 5,8 gradi. Il sisma, con epicentro poco distante da L’Aquila e profondo 8,8 chilometri, è avvertito in tutto il Centro Italia. Nove ore dopo, si contano cinquanta morti, ma il bilancio è destinato ad aumentare. Tantissimi gli sfollati: tra i 45 e i 50mila le persone costrette ad abbandonare la propria casa, crollata o lesionata dal terremoto della notte o dalle scosse che si succedono rapidamente. Per loro vengono allestiti diversi campi a L’Aquila, per circa 7mila posti, ma molti sono sistemati anche negli alberghi rimasti in piedi e negli impianti sportivi. Nel frattempo, in centinaia vagano per le strade in stato di choc. Alcuni di loro hanno perso i propri familiari.
Il caos rende più problematici i soccorsi. Il capo della polizia Antonio Manganelli chiede di «non intasare le strade che saranno sede di carovane di soccorsi». La stessa sede della prefettura, dalla quale sarebbero dovuti partire gli interventi, è completamente distrutta, così come danneggiati sono l’edificio della provincia dell’Aquila e vari uffici della Regione Abruzzo. Crollate case degli studenti nel capoluogo, in via Sant’Andrea e in via XX settembre: dalle macerie un ragazzo viene estratto vivo, ma altre decine sarebbero ancora sepolti là sotto. Colpita la chiesa di Santa Maria del Suffragio in piazza Duomo. Gravissimi i danni in provincia, soprattutto a Paganica, ridotto ad un paese fantasma come riferiscono le cronache, e ad Onna, dove la metà delle case è distrutta, ma anche a Sulmona, a Castel di Sangro e ad Avezzano. A Palena, in provincia di Chieti, un uomo si è buttati per la paura dal terzo piano. Lesioni vengono segnalate anche fuori regione: a Sora, in provincia di Frosinone, e nel territorio di Rieti. Tra l’altro molte zone rimangono isolate per diverso tempo: nelle prime ore di luce vengono ripristinate le linee telefoniche fisse e mobili, elettriche e ferroviarie principali.
In tutto gli edifici colpiti, secondo le prime stime, sarebbero circa 15mila. Lo stesso ospedale, colpito dal sisma, dispone soltanto di una sala operatoria perché le altre sono inagibili. I medici prestano le prime cure all’aperto, mentre i feriti più gravi sono trasferiti in elicottero nei nosocomi di Roma e Rieti.
Il sisma è dunque poi arrivato, devastante e terrificante, e lo stesso Giuliani oggi è uno sfollato, come altre migliaia di persone. «Tutti potevano osservarlo e tanti l’hanno osservato. Poteva essere visto se ci fosse stato qualcuno a lavorare o si fosse preoccupato», afferma pieno di amarezza il ricercatore a poche ore dal terremoto. «Se commento adesso c’è il rischio che a me domani mi mettano in galera. Non è vero, è falso che i terremoti non possono essere previsti. Sono quasi dieci anni che noi riusciamo a prevedere eventi in un raggio d’azione di 120-150 chilometri dai nostri rilevatori. Sono tre giorni che vedevamo un forte incremento di radon, e i forti incrementi di radon al di fuori dalla soglia di sicurezza significano forti terremoti. Ma questa notte anche la sala sismica si sarebbe potuta accorgere che ci sarebbe stato un terremoto molto forte, perché il mio sismografo denunciava una forte scossa di terremoto, e ce l’avevamo online. Tutti potevano osservarlo e tanti l’hanno osservato. E si sono resi conti che le scosse crescevano. Anche la tecnologia classica avrebbe potuto prevederla se ci fosse stato qualcuno a lavorare, se qualcuno si fosse preoccupato». Giuliani non smette di ribadire che radon e terremoto formino un binomio esatto. «Questi scienziati canonici, che possono dire che i terremoti non potranno mai essere previsti – dice – loro lo sapevano che i terremoti invece possono essere previsti».
Giuliani, in un’intervista al quotidiano “Capoluogo d’Abruzzo”, aveva sostenuto il 23 marzo che si tratta di utilizzare lo strumento giusto, che in questo caso si chiama «rilevatore gamma». In sostanza, grazie a questo speciale radometro, un misuratore del livello di radon, è possibile prevedere l’arrivo di un terremoto da 6 a 24 ore prima che si verifichi. Aveva spiegato il ricercatore: «Con la tecnologia che utilizza oggi la scienza per vedere i terremoti non è possibile e non sarà mai possibile prevedere un terremoto. La scienza utilizza il sismografo che permette di vedere l’evento dopo che si è verificato, utilizza i classici radometri che permettono di vedere il radon ma non permettono di rilevare il precursore sismico contenuto nel radon. Lo strumento che noi abbiamo fatto (all’inizio non pensavamo di ottenere questi risultati) ci ha permesso di rilevare nel continuo di questo elemento il precursore sismico che si presenta da 6 a 24 ore prima di un terremoto». «Se noi avessimo una rete di questi rilevatori potremmo monitorare interi territori e avere informazioni da 6 a 24 ore prima di un evento sismico. Poter controllare grandi edifici, ponti, viadotti ed avere la possibilità di sapere in anticipo l’evento disastroso che si potrà verificare». Grazie a questi «rilevatori gamma», «posti in diversi punti in Abruzzo, presso i Laboratori nazionali del Gran Sasso e il Laboratorio di fisica nucleare al Gran Sasso», aveva affermato Giuliani, «abbiamo la possibilità di conoscere l’intensità dell’evento e dove potrà verificarsi. Oggi noi sappiamo che il terremoto lo possiamo prevedere, anche se solo con 24 ore di anticipo».
È questa, dunque, come molte altre così definite, una tragedia annunciata?
Secondo l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, allo stato attuale delle conoscenze non è possibile prevedere dove, quando e con che forza si verificherà un terremoto, anche in presenza di sequenze o sciami sismici (come avviene in Abruzzo dal 16 gennaio) che nella maggior parte dei casi non sono portatori di forti eventi sismici. Lo stesso Guido Bertolaso, poche ore dopo il terremoto, ribadisce che una scossa così intensa, tanto da far parlare della «peggiore tragedia dall’inizio di questo millennio», «era impossibile da prevedere», anche se molti «pontefici» ora sosterranno il contrario. «La commissione grandi rischi presieduta da Franco Barberi si è riunita a L’Aquila con tutti i tecnici locali, con il prefetto vicario e l’assessore regionale della Protezione civile. C’erano tutti i più importanti sismologi compreso Enzo Boschi dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Li ho mandati lì – continua il capo della Protezione civile – proprio perché a seguito di queste continue scosse nella zona avevo bisogno di avere elementi. E le conclusioni della commissione nazionale, massimo organo tecnico-scientifico d’Italia, erano che non si poteva assolutamente prevedere che cosa sarebbe accaduto nei giorni successivi. Mi aspetto che di ovviamente questo se ne parlerà a lungo. È ben evidente che non avremmo mai immaginato di dover evacuare una intera regione come l’Abruzzo senza sapere quello che sarebbe accaduto successivamente. Purtroppo, aldilà di tenere tutta la struttura allertata e dopo cinque minuti eravamo già in sala operativa a lavorare, non potevamo fare altro».
Attendere prego, linea (24) occupata
Friday, April 3rd, 2009Chi ha partorito il piano dice di averlo fatto per il loro bene, perché non siano più costretti a farsi due chilometri a piedi fino alla fermata dell’autobus. Dice che questa novità di una linea in più garantirà un servizio più efficiente. E poi l’autobus, che vuoi di più?, andrà a prenderli direttamente sotto casa. O meglio: sotto il centro. Di accoglienza. Quello di Borgo Mezzanone, il secondo in Italia dopo quello di Lampedusa, in provincia di Foggia.
Infatti i fortunati utenti per i quali è stato pensato il pullman galantuomo che aspetta davanti alla porta si chiamano immigrati in attesa di asilo presso il Centro di accoglienza di Borgo Mezzanone. Qualcuno ha pensato di riservare loro un autobus a parte, dedicato, che faccia il suo percorso: l’Ataf, Azienda trasporti automobilistici Foggia, che ha istituito la nuova linea dopo una serie di incontri in prefettura e di concerto col ministero dell’Interno.
Se tutto andrà come stabilito, dal prossimo lunedì gli ospiti del centro di accoglienza usufruiranno della linea 24/1, quella creata apposta per loro, che li porterà fino al piazzale della stazione di Foggia. Gli abitanti del Borgo attenderanno invece l’arrivo dell’autobus (un altro, il 24) nel centro della frazione, appunto due chilometri più avanti rispetto al centro di accoglienza, per poi scendere non sul piazzale delle ferrovie di Foggia ch’è il capolinea dell’autobus degli immigrati, bensì in via Galliani, qualche centinaio di metri più in là.
Insomma le due linee 24 e 24/1 sono state progettate in modo che residenti ed immigrati possano accuratamente evitarsi. Sì, perché la decisione di separare le utenze non sembra esser legata, o almeno non soltanto, all’attenzione da parte delle istituzioni alle esigenze degli immigrati, alla necessità di offrire loro «un servizio migliore», creando una linea apposita, e indubbiamente più «comodo», facendo partire l’autobus dal Centro, come precisato dal sindaco di Foggia, Orazio Ciliberti, e ribadito poi da Paolo Di Nunzio, presidente della circoscrizione di Borgo Mezzanone. Non pare si tratti solamente di questo. La linea 24/1, più che il simbolo di un servizio aggiuntivo, sembra il segno della difficoltà d’interazione tra comunità che, indipendenti nella vita, sull’autobus per Foggia devono invece convivere.
Tra i sedili del pullman da cinquanta posti per la città, troppo stretti nei corridoi, italiani ed immigrati hanno infatti finito per litigare. «Ai capolinea abbiamo avuto problemi più volte, tanto da chiedere alla prefettura un presidio che vigilasse», riferisce il presidente dell’Ataf, Giuseppe Marasco. Inizialmente, s’è pensato di istituire una seconda linea, con punto di partenza uguale per residenti ed immigrati. Neppure questa soluzione dev’essersi rivelata efficace se si è poi deciso di differenziare completamente le due linee 24 e 24/1, prevedendo punti di partenza e d’arrivo diversi. In modo che le utenze potessero muoversi lungo percorsi indipendenti. D’altronde Ciliberti non nega che dietro all’iniziativa ci sono «motivi di sicurezza» e l’intenzione di «prevenire» gli «attriti tra la popolazione e gli immigrati».
Razzismo? Nuova apartheid? «Nessuna ragione di razzismo», sostiene Ciliberti. Si tratta soltanto di «sicurezza». «Nessuno impedisce agli immigrati di prendere l’altra linea», aggiunge il sindaco di Foggia. Certo, sarebbe consigliabile che gli immigrati s’imbarchino sul 24/1, ora che l’Ataf ha «dovuto creare un’altra linea e quindi raddoppiare i pullman, che costano in media, tra gasolio e manutenzione, 10mila euro al mese», come spiega Marasco. Sarebbe consigliabile, adesso che per loro un altro modo per raggiungere la città esiste, e non c’è più la necessità che affollino proprio il pullman degli italiani.
Media nazionali, via col gioco delle sedie. Ma non tutti si divertono.
Thursday, April 2nd, 2009Le ultime settimane sono state piuttosto movimentate per i media nazionali, o almeno per chi li dirige. Prima la nomina di Paolo Garimberti a presidente della Rai, dopo il gran rifiuto di Ferruccio de Bortoli, il quale ha poi invece detto (per la seconda volta) sì al “Corriere della sera” quando gli ha offerto la direzione al posto di Paolo Mieli che (per la seconda volta) gliel’ha ceduta. Dunque ecco arrivare la nomina di un nuovo direttore per il “Sole 24 ore”, avvenuta ufficialmente il 30 marzo: è Gianni Riotta, già direttore del Tg1. Trascorrono tre giorni e giunge l’investitura del nuovo direttore generale della tv di Stato, nella persona di Mauro Masi.
Mentre i designati decorano le scrivanie con le foto di figli e consorti al mare, prosegue il gioco delle sedie, scatenato dall’abbandono del Tg1 da parte di Riotta. Intanto che la musica va, a girare intorno alla sua poltrona ormai vuota ci sarebbe Maurizio Belpietro, oggi direttore di Panorama, in compagnia di Augusto Minzolini. Passiamo al Tg2, attualmente guidato da Mauro Mazza. Si preparerebbe per lui il posto di comando della rete ammiraglia. Pronto a sostituirlo al Tg2 ci sarebbe Mario Orfeo, direttore del Mattino di Napoli. Infine starebbe gravitando intorno alle poltrone tanto ambite anche Carlo Rossella, già direttore del Tg1 e del Tg5. Antonio di Bella dovrebbe rimanere invece alla guida del Tg3.
Nelle prossime settimane, quando finirà la musica, si saprà chi s’è seduto dove. Nel frattempo, godiamoci i buoni propositi di chi arriva e i saluti affettuosi di chi lascia.
Partiamo da Garimberti. Nella lettera inviata a tutti i dipendenti Rai nel giorno del primo consiglio d’amministrazione da lui presieduto, il primo aprile, l’elenco dei dieci comandamenti dell’informazione. «Insieme agli altri consiglieri dovrò essere il garante della libertà (primo comandamento) e del pluralismo (secondo), della tutela della libertà di espressione (terzo), inclusa la libertà di opinione (quarto comandamento), dell’obiettività (quinto), completezza (sesto), lealtà (settimo) e imparzialità dell’informazione (ottavo comandamento)». Senza dimenticare l’«apertura alle diverse opinioni e tendenze politiche, sociali, culturali e religiose» (nono comandamento) e il «rispetto della dignità delle persone e soprattutto dei minori» (decimo comandamento). Credo del giornalista Rai, chiamato a recitarlo spesso, «in un impegno comune ad operare esclusivamente per gli interessi dell’azienda. Lo stesso impegno – ha scritto Garimberti ai dipendenti Rai – che tutti voi mettete nel vostro lavoro e che ha permesso di raggiungere grandi risultati, spesso misconosciuti da chi, per malcelati interessi, preferisce dipingere la Rai come un carrozzone».
Nello stesso giorno in cui Garimberti tiene il primo consiglio d’amministrazione della tv di Stato, Mieli prende commiato dalla redazione del “Corriere”, diretto per oltre quattro anni. Pare ch’egli abbia difeso la poltrona con le unghie e con i denti, prima che inesorabile arrivasse da parte di Rcs MediaGroup l’indicazione del suo sostituto, Ferruccio de Bortoli. Davanti a metri di tavola imbandita, tra bottiglie di spumante e pizzette, Mieli ha tracciato un bilancio positivo della sua gestione: «Al di là delle vicende che hanno portato alle mie dimissioni – ha detto – credo che il giudizio sia concorde sul fatto che l’impresa è riuscita. Il giornale oggi è un giornale forte, è un giornale che è preparato per reagire bene ai tempi di crisi. La prima metà del tragitto dentro la tempesta di questa crisi è passata e la seconda metà potrà essere guidata con un timone certo. Insomma s’intravede, almeno per quello che riguarda la carta stampata, per quello che riguarda il “Corriere della Sera”, s’intravede il porto, la meta. Le decisioni sono prese, non ci saranno i lutti che tutti in cuor vostro prevedete. State sereni, nel senso che questa è un’azienda solida, è un’azienda certa e tutto ciò che è a conoscenza mia, ma anche del mio successore, porta a considerare che certo la navigazione è complicata, è complicata per tutti gli altri giornali così come per il nostro, ma noi non viviamo in un momento di particolare criticità. Insomma aspettatevi tempi più sereni di quanto i privati conversari ci mostrano.
Insomma: ieri mattina in via Solferino s’è potuto di diritto brindare a cuor leggero, perché tutto va molto, molto bene. «I nostri lettori sono caldi, sono affezionati al nostro prodotto», ha detto Mieli. Nel suo discorso, egli ha fatto solo un paio di accenni al cambio di direzione, descrivendolo come «armonioso, affettuoso, già privatamente avvenuto». Tuttavia il direttore uscente ha anche parlato di un «modo traumatico» con cui la redazione ha vissuto la vicenda, «non per colpa nostra», ha detto Mieli ai colleghi redattori. Il passaggio del testimone, viene da pensare, non è stato forse così armonioso. Ma il “Corriere” ci ha abituati a vedere Paolo Mieli e Ferruccio de Bortoli avvicendarsi ai vertici. Finora però il senso di marcia ha conosciuto una sola direzione per due direttori. A spese del primo, a favore del secondo.














