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Naming, Art&Copy: Maria Francesca Calvano
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Prima che il dramma del terremoto coinvolgesse anche me e la tastiera del mio computer (sulla quale ho digitato più parole di quante poi ne abbia qui pubblicate, ché in questi casi nessuna pare adeguata), avevo scritto sul disegno di legge che riguarda il testamento biologico. Il post s’intitolava “Caro dottore, sia fatta la tua volontà” perché con quel ddl, se approvato dalla Camera nella forma con cui è passato al Senato, sarà affidato proprio al medico il compito di decidere se applicare o meno la volontà individuale espressa tramite la Dat (dichiarazione anticipata di trattamento), con cui ognuno può disporre sulle cure e terapie alle quali essere sottoposto. Secondo il ddl, il medico può disattendere tali indicazioni, che comunque non possono riguardare l’alimentazione e l’idratazione forzate: esse vengono considerate, infatti, non terapie straordinarie ma prassi ordinarie, non cure che il paziente è libero di rifiutare ma «forme di sostegno vitale», e come tali obbligatorie.
Il disegno di legge è passato in Senato a fine marzo, con pochi voti di scarto tra quelli favorevoli della maggioranza (150) e quelli contrari dell’opposizione (123). Tre gli astenuti. Al voto sono seguite un mucchio di polemiche tra gli schieramenti. Se da una parte il governo difende la possibilità, da parte del medico, di «intervenire a fronte di nuove evidenze scientifiche», dall’altra l’opposizione condanna il ddl, considerandolo «una presa in giro per i cittadini» perché «le loro dichiarazioni anticipate diventano carta straccia».
Nello stesso post, avevo ipotizzato cosa sarebbe successo se quanto stabilito dal ddl fosse divenuto legge prima che Eluana Englaro spirasse. La sua volontà, in questo caso, non sarebbe stata affatto sovrana, venendo di fatto annullata dalle decisioni dello Stato. Suo padre Beppino, letto il ddl, aveva commentato un mese prima dell’approvazione in Senato: «Ci stiamo incanalando in uno Stato etico, non in uno Stato di diritto», e ancora: «Cancellare l’idea costituzionale del diritto inviolabile della libertà della persona è inaccettabile», e ancora: «Sono convinto che gli italiani non si lanceranno imporre una legge del genere». Una legge da lui definita «una barbarie», «assurda e incostituzionale contro la quale è assolutamente necessario che i cittadini facciano sentire la propria voce». Poi, l’approvazione.
Nel frattempo Beppino Englaro non ha cambiato idea e oggi, in un’intervista con “Repubblica”, ribadisce che il disegno di legge sul testamento biologico «va nella direzione opposta a quella giusta. È anticostituzionale. Antiscientifico. Intollerabile. Non degno di un paese civile». «Io dico no all’imposizione di cure e terapie. E dico no all’abbandono terapeutico», aggiunge.
Dopotutto Gianfranco Fini, durante il congresso fondativo del Popolo della libertà, gli ha dato sostanzialmente ragione affermando che il ddl è più da «Stato etico» che da Stato di diritto. «Che questo lo sottolinei Fini e che i senatori e i politici non se ne rendano conto è per me inconcepibile», commenta Englaro. Che adesso, se il ddl dovesse divenire legge, spera nel disappunto della Corte costituzionale.
Tuttavia sono molti gli emendamenti alla proposta di legge presentati alla Camera. Uno di essi, bipartisan, resuscita il carattere vincolante della Dat (quando c’è) e conferisce importanza al documento anche se scaduto (la Dat vale infatti cinque anni). Inoltre considera la possibilità di disattendere la rinuncia all’alimentazione e all’idratazione forzate da parte del paziente solo nel caso esistano prospettive di beneficio comprovate per la sua salute. In caso di assenza della dichiarazione, rimane nelle mani del medico la decisione finale sulla «modulazione e la via di somministrazione» di alimentazione ed idratazione, pur prevedendo che esse vengano concordate con l’eventuale fiduciario e i familiari.
Altri emendamenti, presentati dal Partito democratico, come quello di Angela Finocchiaro, modificano la proposta di legge, considerando idratazione e alimentazione oggetto della dichiarazione anticipata solo in casi particolari; altri, invece, come Umberto Veronesi, ritengono che idratazione e nutrizione debbano considerarsi terapie a tutti gli effetti e sostengono quindi il diritto del paziente a disporre in merito. Infine, 2.572 emendamenti tra «soppressivi, migliorativi e aggiuntivi» sono stati presentati dai Radicali e 8 dall’Udc.
Ma Beppino Englaro ha già ribattuto ai tentativi di trovare un compromesso: «Le società scientifiche si sono espresse: alimentazione e idratazione sono terapie. Rimane il concetto che si possa dire sì o no ad esse. Il resto sono cavilli».
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Su Google Earth, L’Aquila è tale e quale a com’era il 4 settembre 2006, quando la fotografò il satellite. Lo zoom sulla città plana lungo fasce di tetti rossi allineati, strade intatte, cupole inviolate. Google l’ha immortalata integra e intonsa. In foto è un luogo immobile: pure le auto rimangono ferme in mezzo al traffico, imbottigliate per sempre. Queste immagini sono ormai cartoline d’epoca, perché L’Aquila oggi è una città diversa. Cambiata per sempre. Come percorsa da un gigante. Sotto i suoi piedi si sono sbriciolate case e palazzi, ed esistenze sono state spezzate per sempre o, nei casi fortunati, soltanto interrotte, segnando il confine tra ciò che era e ciò che è.
Con chi prendersela ora, per tutto questo? Chi maledire per le distruzioni immense e per le morti odiose? «Nessuno è senza colpa. Molti sono stati coinvolti nella costruzione dei palazzi crollati. Deve esserci un esame di coscienza senza discriminanti né coloriture politiche, non per battersi il petto, ma per capire cosa è indispensabile e urgente fare per evitare che questi fatti si ripetano e perché si possa fare prevenzione, non con fantasiose profezie o impossibili previsioni, ma apprestando mezzi indispensabili perché case ed edifici resistano», ha detto oggi il presidente della repubblica Giorgio Napolitano in visita a L’Aquila.
Il significato delle sue parole non è diverso da quello espresso solo un anno e mezzo fa, in occasione del quinto anniversario del terremoto di San Giuliano di Puglia, il 31 ottobre 2007, quando, in un messaggio al presidente del Comitato vittime della scuola elementare, Antonio Morelli, il presidente Napolitano aveva sottolineato la necessità di «promuovere una maggiore e più diffusa cultura della sicurezza nell’edilizia scolastica». Perché quel che accadde a San Giuliano non debba mai più ripetersi.
Già, San Giuliano. Morirono ventisei bambini allora, il 31 ottobre 2002, sotto le macerie dell’unico edificio del paese che non seppe reggere al terremoto: la scuola Francesco Iovine. Disse l’arcivescovo di Campobasso, monsignor Armando Dini, nel dì dei funerali, tre giorni dopo il disastro: «Qui manca la cultura della prevenzione. Dovremmo fare come in Giappone». Lo stesso presidente Carlo Azeglio Ciampi ribadì il concetto: «Occorre insistere sulla prevenzione».
Le accorate esortazioni di sette anni fa sono dunque identiche a quelle di oggi; tuttavia poco o nulla è cambiato da allora, se l’Italia piange ancora i suoi figli, sepolti sotto cumuli di macerie di palazzi che avrebbero dovuto ergersi sprezzanti del pericolo e invece si sono sgretolati miseramente.
Le bare dei bimbi di San Giuliano erano bianche, bianchi i fiori che le ricoprivano. Una madre in nero salì sull’altare delle esequie e pronunciò parole semplici: «Io sono la mamma di Luigi, ma sono la mamma di tutti questi angeli. E a tutti chiedo una cosa sola: che le nostre scuole siano più sicure. Non voglio assolutamente che nessuna mamma e nessun papà, nessuno pianga più i suoi figli». Oggi a L’Aquila altre madri piangono su altre bare bianche, culle eterne dei loro bimbi innocenti, creature che la vita non volevano perderla e non l’hanno persa: la vita è stata loro strappata. Nessuna mamma e nessun papà, nessuno avrebbe più dovuto piangere i suoi figli. Lo disse quella madre affranta e tutti applaudirono. Ma non tutti, forse, ascoltarono davvero.
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Una buona notizia è buona il doppio in questi giorni di disperazione. Così, se una vicenda si conclude col lieto fine, non si tira un sospiro di sollievo ma due. Spazio alla lieta novella, allora. Il bimbo di cinque anni scomparso ieri a San Marco Argentano, comune della provincia cosentina, è ora di nuovo tra le braccia di papà Aldo e mamma Virginia.
Di Michael Cipolla, questo il suo nome, non si avevano notizie dalla tarda mattinata d’ieri, quando si era allontanato dal piazzale davanti casa, dove stava giocando col fratello maggiore, per raggiungere suo padre, che in quel momento stava lavorando i campi a pochi metri dal casolare. Michael aveva avvisato del suo spostamento la nonna, la quale però non l’ha più visto tornare e, non riuscendo a trovarlo, ha allertato i genitori. Dunque, segnalata la scomparsa del piccolo ai carabinieri, sono partite le operazioni di ricerca.
Tutta la zona di contrada Ghiandaro, località del comune di San Marco Argentano in cui si trova il casolare della famiglia Cipolla, è stata setacciata palmo a palmo per tutta la notte da carabinieri, polizia, vigili del fuoco, vigili urbani e protezione civile locale, coadiuvati da un elicottero della polizia e unità cinofile. Alla ricerca ha partecipato l’intera comunità cittadina. Nel frattempo è partito il tam tam su Facebook, dove sono state diffuse alcune fotografie del piccolo per aiutare le ricerche. Si temeva, in quelle ore di preoccupazione, che Michael fosse rimasto vittima di una disgrazia in un territorio di aperta campagna; per questo i soccorritori hanno controllato pozzi e canali d’irrigazione della zona.
In forte apprensione, com’è comprensibile, i genitori. «Rivoglio mio figlio, ridatemi mio figlio. È un angelo e quando lo vedrete capirete perché», urlava disperato il padre, che fa il bidello e che si era detto disponibile a pagare un riscatto se suo figlio fosse stato rapito. «Sono disposto a vendere tutto pur di riavere mio figlio. Sono disposto a pagare un riscatto. Sono pronto a vendere la casa ed il terreno». La probabilità veniva comunque considerata remota. L’ipotesi più accreditata rimaneva quella di un allontanamento del bimbo alla ricerca del papà, in seguito al quale però si sarebbe perso. Non si escludeva comunque l’eventualità di un incidente.
Per fortuna la vicenda si è conclusa questo pomeriggio nel migliore dei modi. Michael sta bene, ha solo qualche graffio sul viso e adesso è di nuovo in compagnia dei suoi genitori. Sarebbero stati alcuni parenti impegnati nella ricerca a trovarlo, richiamati dalle urla del bambino, in un canalone coperto di rovi e vegetazione, dove sarebbe caduto accidentalmente. La zona del ritrovamento dista due chilometri da casa, in località Iotta. Michael è quindi stato restituito alla famiglia dai carabinieri. Il ricongiungimento coi genitori è stato accompagnato da un lungo e commosso applauso.
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Secondo un’antica leggenda giapponese, il terremoto in quelle zone è dovuto all’agitarsi di un pesce gatto gigantesco che se ne sta rintanato sotto l’arcipelago nipponico: coi suoi movimenti, il pesce scuote il Paese, causando il sisma. Dovendoci avere a che fare, il Giappone si è impegnato a trovare un modo per incassare i suoi colpi di coda facendosi meno male possibile, ed oggi è all’avanguardia nelle tecniche antisismiche. Nella costruzione degli edifici, per esempio, ricorre a cuscinetti, sistemati alle fondamenta e tra un piano e l’altro in modo da attutire i colpi, e all’acciaio elastico e alla fibra di carbonio per i pilastri delle strutture. In tal modo, il rischio di crollo risulta estremamente ridotto. Al punto che, se in Calabria un terremoto d’intensità 7,5 della scala Richter causerebbe tra le 15 e le 32mila vittime, a Tokyo i morti sarebbero molti di meno.
I nipponici hanno pensato persino ai cimiteri, perché i defunti possano davvero riposare in pace per l’eternità. Nel 2007, alcuni ricercatori dell’Università di Kanazawa hanno ideato il modo di costruire tombe e lapidi capaci di sopportare scosse fino all’ottavo grado della scala Richter. Le parole d’ordine, per i vivi e per i morti, sono sempre le stesse: resistenza e flessibilità. I giapponesi di oggi le hanno imparate osservando le antiche pagode buddhiste, costruite secondo criteri antisismici incredibilmente moderni: i piani oscillano controbilanciandosi intorno ad un’asse centrale che viene chiamata shinbashira.
Visti i traguardi raggiunti dal paese del Sol levante in materia di norme antisismiche, a ragione oggi Alessandro Martelli dell’Università di Ferrara, docente di Costruzioni in zona sismica, presidente dell’Associazione nazionale d’ingegneria sismica e dirigente della sezione Prevenzioni rischi naturali dell’Enea, afferma che «in Giappone un terremoto come quello dell’Aquila non sarebbe neanche finito sul giornale». Nel giugno dello scorso anno, quando un sisma d’intensità pari a 7,2 gradi della scala Richter colpì il nord est del Giappone, 29mila abitazioni collocate nella zona colpita rimasero senza elettricità, ma le vittime furono poche decine. I feriti duecento.
Rui Pinho è un collega di Martelli. Insegna Meccanica strutturale all’Università di Pavia e presso l’European Centre for training and research in earthquake engineering è responsabile del settore rischio sismico. «Non esiste terremoto in grado di far crollare un palazzo costruito adottando tutti i dispositivi dell’ingegneria antisismica. Lo provano i casi di California e Giappone, dove sismi molto potenti provocano danni limitati», sostiene. E per danni limitati s’intende che di persone ne muoiono molte di meno rispetto all’Italia.
L’Italia? Che succede in Italia? In Italia molti danni, molti morti. In Italia un terremoto d’intensità di due gradi inferiore miete un numero incredibilmente più alto di vittime. Perché? Le Nazioni Unite, domandandosi come possa succedere che un sisma di forza moderata come viene considerato quello che ha colpito l’Abruzzo possa causare danni enormi, ha individuato il problema nel fattore portafogli: «Costruire un edificio nuovo nel rispetto delle norme antisismiche fa lievitare la fattura del 3-5 per cento. Risparmiare una cifra ridicola e non rispettare le norme di sicurezza è un gesto criminale». Sono le parole di Pascal Pedruzzi, consigliere scientifico dell’Agenzia Onu Isdr, International Strategy for Disaster Reduction.
Ma la prevenzione di un disastro simile può davvero essere affidata alla disponibilità a mettere mano al portafogli? O piuttosto è il sistema delle leggi a dover garantire che gli edifici vengano costruiti secondo le norme antisismiche? «Da noi l’applicazione della legge che impone criteri antisismici per gli edifici di nuova costruzione viene rimandata in continuazione», afferma Martelli. Il collega Pinho è d’accordo: «L’Italia ha una normativa e un livello della ricerca che sono all’avanguardia nel mondo. Il vero punto debole è l’applicazione delle leggi».
E le leggi il modo per convivere col pesce gatto responsabile dei terremoti ce lo suggeriscono pure. A differenza dei giapponesi, però, finché possiamo ci infischiamo del pesce gatto, delle sue inquietudini e delle leggi. Finché le leggi, adeguatamente applicate, non ci obbligheranno a fare il contrario.
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