Sulla costa tirrenica buone notizie dal ministero

Il rapporto parla del 93% di balneabilità in Calabria. Ma soprattutto cancellato l’incubo della “nave dei veleni”

Caso chiuso: nel mare antistante Cetraro, che si trova al centro del tratto di costa tirrenica che va da Maratea a Diamante, non c’è traccia di quell’inquinamento radioattivo di cui si era parlato lo scorso anno in seguito alle “rivelazioni” del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti. In una dichiarazione spontanea alla magistratura Fonti aveva segnalato la presenza proprio nel mare di Cetraro della nave “Cunsky”, carica – secondo il suo racconto – di fusti pieni di rifiuti tossici. Della vicenda si erano occupati giornali e televisioni di tutta Italia perché era scattato un allarme ambientale di enormi proporzioni. Ora l’esito finale delle analisi ha portato ad archiviare il caso: la nave in questione non è la “Cunsky” e il mare di Cetraro non è inquinato.

Va tutto bene quindi? Immergersi tranquillamente davanti alle spiagge del Tirreno cosentino e lucano è possibile? Ma quanti – insieme col caso “nave dei veleni” – archivieranno anche le preoccupazioni per altre forme d’inquinamento che invece da anni affliggono queste cose?

I motivi per essere preoccupati ci sono, come c’erano negli anni scorsi, ben prima che l’ingiustificato allarme per le “rivelazioni” di Fonti creasse il panico. La Calabria, del resto, esce con le ossa rotte dalla stagione estiva 2009, almeno stando alle conclusioni di Legambiente. Anche l’anno scorso l’associazione ambientalista ha sguinzagliato in giro per le coste italiane il suo celebre battello Goletta Verde che in due mesi ha raccolto cinquecento campioni d’acqua e li ha analizzati secondo i crismi di legge. I risultati sono stati tutt’altro che confortanti per la Calabria: la regione s’è guadagnata la maglia nera per inquinamento, con quindici punti critici. Uno ogni 47 chilometri di costa. Se non fosse che sono quindici anche le località calabresi premiate nel 2009 con le Vele della Guida blu di Legambiente e Touring Club, ci sarebbe davvero da preoccuparsi.

Consola invece leggere il Rapporto 2009 sulle acque di balneazione del ministero della Salute. Il documento attesta che dei 653 chilometri di costa calabrese controllati 609 sono balneabili in quanto non contaminati da microrganismi e batteri. Dunque il 93 per cento del litorale sottoposto a verifica (sui 715 chilometri di costa complessivi, 62 non sono accessibili al monitoraggio) risulta balneabile. Tuttavia il Rapporto viene stilato in base ai risultati delle analisi effettuate dalle Agenzie regionali per l’ambiente nella stagione balneare precedente. Ciò significa che potremo conoscere i dati ministeriali sulle condizioni attuali del nostro mare soltanto nel 2011. In ogni caso, per il 2009 il ministero aveva previsto la possibilità di monitorare in tempo reale i divieti di balneazione attraverso il proprio sito, in modo da fornire al cittadino una fonte aggiornata.

Per rispondere alle richieste d’informazioni da parte del pubblico, l’Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria) aveva attivato persino un numero verde ed una casella di posta elettronica dedicata. D’altronde si era allora nel pieno delle proteste dovute al mare sporco che si levavano da più parti. Proprio in quei giorni, sul Tirreno cosentino la Procura della Repubblica di Paola aprì un’inchiesta sui depuratori di alcuni comuni, ipotizzando reati come danneggiamento comune, disastro ambientale, omissione d’atti d’ufficio e mancato rispetto delle norme sui rifiuti e sullo smaltimento dei rifiuti speciali. C’era chi, vedendo acque poco chiare, si chiedeva dove fosse mai quel «mare da bere» auspicato da tempo dal presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio. Una promessa, la sua, difficile da mantenere. Tra il dire e il bere c’è di mezzo un mare di problemi.

Pubblicato da “l’Altro quotidiano”
11 maggio 2010

Qui il giornale in pdf, l’articolo è a pagina 9.

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