È un caso che la scorsa domenica io abbia acceso il televisore e sentito Roberto Saviano, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, pronunciare queste parole su quanto la verità sia a favore o contro il proprio paese: «È uno dei temi con cui mi devo confrontare quotidianamente: essere considerato un diffamatore della propria terra. La cosa che mi fa più male in assoluto è vivere questo clima di fastidio verso quello che dico come se fossi uno che detesta la sua terra o sputa sull’immagine del suo paese. E’ come se si lasciasse perdere chi ha dato fuoco e si desse la colpa a chi dà l’allarme dell’incendio. Questo sta accadendo. Cioè, tu parli di queste cose: sei colui che sta creando queste cose. (…) La colpa viene data a chi queste cose le racconta e le fa arrivare al grande pubblico».
Trascorrono pochi giorni e l’entità che accusa Saviano di non far altro che «cattiva pubblicità» al Bel Paese acquista un’identità precisa: quella del premier Silvio Berlusconi, che ieri ha puntato il dito contro Gomorra e contro fiction come la Piovra per dire che trovate come queste non fanno per niente bene all’immagine dell’Italia, che le cose in realtà stanno diversamente e che non c’è da allarmarsi: da queste parti la mafia è sotto controllo. Vedi le numerose operazioni di polizia ed i risultati strabilianti ottenuti dal suo governo. Ma ho già scritto ieri sull’argomento e non voglio tornarci.

Invece terrei a riflettere sul rapporto tra giornalismo e verità. Non ci ha (stranamente) tirati in ballo il premier nella sua requisitoria, è vero. Ma il tema riguarda noi giornalisti molto da vicino.
Ricordo che qualche anno fa scrissi un pezzo su una lettera piuttosto dura che un turista appena tornato dalle vacanze aveva inviato a “Repubblica” riguardo alle pessime condizioni del paese in cui vivo. Pubblicato l’articolo, il sindaco allora in carica fece il diavolo a quattro, accusandomi di fare cattiva pubblicità alla mia città. Dovetti difendermi sostenendo di non aver fatto altro che il mio lavoro, il quale consiste nel raccontare la realtà, e che della realtà non potevo certo essere io la responsabile.
Avevo ventuno o forse ventidue anni, e ben poca esperienza. Però qualche tempo prima mi era capitato di leggere un fondo di Piero Ottone, mi pare proprio su “Repubblica”; l’avevo ritagliato e conservato sotto il vetro che da sempre protegge il legno bianco della mia scrivania. Ancora oggi – per quanto ingiallito dal tempo – ce l’ho sempre sotto gli occhi e mi viene in soccorso nelle amnesie professionali. Ottone scrive: «Il New York Times aveva pubblicato la notizia che il governo americano stava addestrando alcune migliaia di fuoriusciti cubani, per invadere Cuba: una notizia esplosiva, imbarazzante per il governo. La spedizione fallì. Pochi giorni dopo, John Kennedy deplorò la pubblicazione, invitò i direttori dei giornali più importanti alla Casa Bianca, li esortò a porsi il problema, prima di pubblicare certe notizie, della sicurezza nazionale. Turner Cartledge, direttore del New York Times, rispose che il giornalista non può, e non deve, diventare uomo di Stato, sostituirsi al governante, chiedersi quali saranno le conseguenze di quel che pubblica: “Il nostro compito è di pubblicare i fatti, quando siamo certi che siano veri”. In altra occasione disse che niente secondo lui era più importante, per il paese, che la conoscenza della verità».
Certo le due pubblicazioni – le lamentele di un turista insoddisfatto e i preparativi dell’invasione di Cuba – non sono confrontabili, ma la sostanza è identica. Cosa viene prima? La convenienza, la cautela, la paura dei rimproveri e delle ritorsioni o la verità dei fatti? Sono tentazioni, queste, che si fanno avanti, impietose, quando ci troviamo di fronte al foglio bianco e siamo chiamati a scegliere se scrivere e con quali parole. Potremmo decidere di non raccontare la verità o di non raccontarla tutta per mille buoni motivi. Per non subire le conseguenze dei mal di pancia che causeremo ai proprietari del nostro giornale, agli inserzionisti, alle nostre fonti, ai politici, ai gruppi d’interesse, per esempio. È una guerra impari, ché contro tutti questi motivi ce n’è uno soltanto: l’idea che siano i fatti a contare, che in fondo sia la verità la cosa più importante. Sta a noi giornalisti decidere. Sta a noi la scelta.