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Coi suoi piedi fasciati

Monday, September 13th, 2010

Mi ero avvicinata soltanto per dare un’occhiata a qualcosa a cui do solitamente un’occhiata per esigenze giornalistiche: i lavori in corso su una strada del paese. Ma pochi metri più in là, inaspettata, c’era lei. Distesa per terra su strati di non so cosa, il capo voltato dall’altra parte, i capelli chiari, lunghi abbastanza da accarezzare il collo. La pelle bianca della schiena era un triangolo tra le fasce incrociate di un costume nero che, insieme con un paio di pantaloncini jeans, faceva di lei una vacanziera stanca. Non lo era. Era ferita. Un ginocchio fasciato, fasciati i piedi, come avvolti in stivaletti rudimentali. S’è voltata e mi ha guardata, coi suoi occhi di cui non ricordo il colore. Indifferente, s’è girata di nuovo dall’altra parte, senza dire una parola, recuperando l’esatta posizione iniziale. E’ rimasta lì immobile non so per quanto tempo. So soltanto che poco dopo non c’era più. Andata via, chissà dove, coi suoi piedi fasciati.

Un esempio di marketing geniale di provincia

Sunday, September 12th, 2010

Se il mio neoacquisto telefonico me lo consentisse, vi mostrerei un esempio di marketing geniale della sperduta provincia calabra nella quale trascorro il tempo della mia vita. Ma purtroppo questo cellulare molto touch screen ma poco avvezzo a socializzare non ne vuole sapere di scambiare una parola con il computer. Oppure potrei dire che il computer si rifiuta con tutte le sue forze di buttare un occhio sui file multumediali contenuti nel mio cellulare. In buona sostanza: non c’è modo di trasferire una foto da un aggeggio all’altro. Per questa ragione sono costretta a spiegarvi a parole ciò in cui mi sono imbattuta ieri pomeriggio.

Imbattuta è il termine adatto (scelgo i termini con estrema cura). Calcavo indisturbata l’ampio corridoio di un supermercato quando, tra il banco dei prodotti-che-si-consiglia-di-tenere-in-frigo e gli scaffali dei tarallucci e delle fette biscottate, sul mio cammino ho incontrato un’offerta. Direte: embé? Non c’è supermercato al mondo senza offerta. E invece no. L’offerta in questione se ne stava acquattata in mezzo al corridoio, annidata in un carrello. Dove sta la genialità della trovata? Beh, almeno in tre fulgidi aspetti.

Uno. Se in un percorso obbligato, improvvisamente si sovrappone un ostacolo tra noi e il banco dei salumi dieci metri più avanti, è chiaro ch’è umanamente impossibile ignorarne la presenza. Vien da sé che dovremo inevitabilmente considerarne la natura per dedurre il tipo di comportamento da adottare allo scopo di non finire rovinosamente a terra causa inciampo. E se dovremo inevitabilmente considerarne la natura, saremo anche costretti a comprendere di cosa si tratta.

Due. Comprendere di cosa si tratta porta a prendere coscienza dell’offerta del supermercato, che probabilmente sarebbe sfuggita alla nostra umana e perciò limitata percezione se fosse stata posizionata, come solitamente avviene, in un anonimo e magari nascosto scaffale.

Tre. L’entità carrello, trovandoci noi in un supermercato, attira indubbiamente la nostra attenzione, considerata la nostra sana abitudine d’evitare lo scontro con i mezzi di trasporto della spesa altrui e data l’innata curiosità umana che ci spinge a sbirciare nel carrello del vicino allo scopo di sapere secondo quali modalità si nutre (dimmi-cosa-mangi-e-ti-dirò-chi-sei) e quali irripetibili promozioni ha colto a nostra insaputa. Per questo motivo butteremo certo un occhio sui prodotti affollati nella gabbia di metallo mobile e quindi sulla straordinaria offerta del nostro supermercato.

Sono fiera di certe menti da marketing compaesane.

Con la felicita’ delle meraviglie sincere

Thursday, September 9th, 2010

“…quando assisto, come un miracoloso insaputo, alla nascita sulla carta di frasi che sfuggono alla mia volontà e che si imprimono sul foglio mio malgrado, esse mi fanno conoscere quello che non sapevo né credevo di volere, gioisco di questo parto indolore, di questa evidenza non calcolata, e del fatto che seguo senza fatica né certezza, con la felicità delle meraviglie sincere, una penna che mi guida e che mi porta.”

Muriel Barbery, L’eleganza del riccio

Questo libro mi ha stregata. Lo sto leggendo con piacere e con stupore.

Sulla costa tirrenica buone notizie dal ministero

Tuesday, May 11th, 2010

Il rapporto parla del 93% di balneabilità in Calabria. Ma soprattutto cancellato l’incubo della “nave dei veleni”

Caso chiuso: nel mare antistante Cetraro, che si trova al centro del tratto di costa tirrenica che va da Maratea a Diamante, non c’è traccia di quell’inquinamento radioattivo di cui si era parlato lo scorso anno in seguito alle “rivelazioni” del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti. In una dichiarazione spontanea alla magistratura Fonti aveva segnalato la presenza proprio nel mare di Cetraro della nave “Cunsky”, carica – secondo il suo racconto – di fusti pieni di rifiuti tossici. Della vicenda si erano occupati giornali e televisioni di tutta Italia perché era scattato un allarme ambientale di enormi proporzioni. Ora l’esito finale delle analisi ha portato ad archiviare il caso: la nave in questione non è la “Cunsky” e il mare di Cetraro non è inquinato.

Va tutto bene quindi? Immergersi tranquillamente davanti alle spiagge del Tirreno cosentino e lucano è possibile? Ma quanti – insieme col caso “nave dei veleni” – archivieranno anche le preoccupazioni per altre forme d’inquinamento che invece da anni affliggono queste cose?

I motivi per essere preoccupati ci sono, come c’erano negli anni scorsi, ben prima che l’ingiustificato allarme per le “rivelazioni” di Fonti creasse il panico. La Calabria, del resto, esce con le ossa rotte dalla stagione estiva 2009, almeno stando alle conclusioni di Legambiente. Anche l’anno scorso l’associazione ambientalista ha sguinzagliato in giro per le coste italiane il suo celebre battello Goletta Verde che in due mesi ha raccolto cinquecento campioni d’acqua e li ha analizzati secondo i crismi di legge. I risultati sono stati tutt’altro che confortanti per la Calabria: la regione s’è guadagnata la maglia nera per inquinamento, con quindici punti critici. Uno ogni 47 chilometri di costa. Se non fosse che sono quindici anche le località calabresi premiate nel 2009 con le Vele della Guida blu di Legambiente e Touring Club, ci sarebbe davvero da preoccuparsi.

Consola invece leggere il Rapporto 2009 sulle acque di balneazione del ministero della Salute. Il documento attesta che dei 653 chilometri di costa calabrese controllati 609 sono balneabili in quanto non contaminati da microrganismi e batteri. Dunque il 93 per cento del litorale sottoposto a verifica (sui 715 chilometri di costa complessivi, 62 non sono accessibili al monitoraggio) risulta balneabile. Tuttavia il Rapporto viene stilato in base ai risultati delle analisi effettuate dalle Agenzie regionali per l’ambiente nella stagione balneare precedente. Ciò significa che potremo conoscere i dati ministeriali sulle condizioni attuali del nostro mare soltanto nel 2011. In ogni caso, per il 2009 il ministero aveva previsto la possibilità di monitorare in tempo reale i divieti di balneazione attraverso il proprio sito, in modo da fornire al cittadino una fonte aggiornata.

Per rispondere alle richieste d’informazioni da parte del pubblico, l’Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria) aveva attivato persino un numero verde ed una casella di posta elettronica dedicata. D’altronde si era allora nel pieno delle proteste dovute al mare sporco che si levavano da più parti. Proprio in quei giorni, sul Tirreno cosentino la Procura della Repubblica di Paola aprì un’inchiesta sui depuratori di alcuni comuni, ipotizzando reati come danneggiamento comune, disastro ambientale, omissione d’atti d’ufficio e mancato rispetto delle norme sui rifiuti e sullo smaltimento dei rifiuti speciali. C’era chi, vedendo acque poco chiare, si chiedeva dove fosse mai quel «mare da bere» auspicato da tempo dal presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio. Una promessa, la sua, difficile da mantenere. Tra il dire e il bere c’è di mezzo un mare di problemi.

Pubblicato da “l’Altro quotidiano”
11 maggio 2010

Qui il giornale in pdf, l’articolo è a pagina 9.

Assente (auto)giustificata

Tuesday, May 11th, 2010

Perdonate la prolungata assenza, ma – tra le altre cose – nell’arco delle ultime settimane ho collezionato novità che hanno un po’ invaso le mie giornate. Per fortuna si tratta di belle novità, per cui la mia è stata una latitanza felice.

C’è di nuovo che sono stata al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, britannicamente noto come International Journalism Festival. Erano anni che desideravo andarci come semplice spettatrice ed invece mi sono ritrovata ad essere un po’ protagonista. Lo devo a Paola Bacchiddu, giornalista de L’Unione Sarda, che – quando ha scoperto il mio SanLucidoCity.com – ha pensato fosse il caso di parlarne al Festival, in occasione del Journalism Lab sull’informazione locale ed ultralocale al quale ha partecipato il 24 aprile scorso.

Raggiunta Perugia – bellissima e traboccante di cultura – ho potuto assistere di persona al mio piccolo momento di gloria. SanLucidoCity.com è stato indicato come un esempio interessante d’informazione locale (o meglio ultralocale, dato che San Lucido, di cui si occupa il sito, è un paese di appena 6mila abitanti) sul web. Quando ciò accadeva, io e la mia fida videocamera eravamo lì ad immortalare l’evento:

La passione e l’impegno – ne ho avuto conferma – presto o tardi portano i loro frutti, e non c’è frutto più dolce di quello nato unicamente dal lavoro delle proprie mani. Grazie a Paola per aver colto – fra i tanti frutti che offre il grande albero Internet – proprio SanLucidoCity.

Post e Repubblica, grandi e piccole novita’ giornalistiche

Tuesday, April 20th, 2010

Il giornalismo vive di novità, per cui eccone due di giornata.

La prima l’anticipavo due giorni or sono, e riguarda il debutto del giornale online “Post”, diretto da Luca Sofri. Che a ragione lo definisce un’evoluzione del suo blog, un Wittgenstein.it ma con «più storie, più link, più idee, più blog».

Per la testata il “Post” sceglie un carattere moderno, in stampatello, ma con un tocco classico per la lettera S che rimanda alle grafiche di testate storiche come il “New York Times” o il “Washington Post”. Gli articoli – o sarebbe meglio chiamarli post – sono mediamente brevi per non scoraggiare i meno avvezzi alle lunghe letture; il linguaggio più da blog che da giornale istituzionale, gli argomenti anche. D’altronde i temi da trattare provengono dalla Rete, che come noto si rinnova continuamente, partorendo notizie in continuazione. Pure il “Post” è veloce – Sofri d’altronde c’aveva promesso che il nuovo giornale avrebbe puntato anche sulla velocità per far fronte alla concorrenza – forse troppo. L’home page cambia spesso, aggiornata man mano con le ultime novità. I cambi sono più evidenti rispetto a siti come quello del Corriere o di Repubblica, che aggiornano i singoli articoli – magari aggiungendo un link – invece di scriverne di nuovi.

Immancabili gli strumenti di condivisione sui social network e il form per i commenti che fanno tanto blog. Ne riprendono la struttura anche i widget laterali che raccolgono le ultime news e quelle più lette e più commentate. Ci sono anche gli annunci di Google Adsense, cui si ricorre per cercare di ricavare qualche soldino dai clic dei lettori. Molto in evidenza i blog della redazione ed i contributi come quelli di Giovanni Floris, conduttore di Ballarò, o di Flavia Perina, direttrice del “Secolo d’Italia”. Per il resto è tutto un post: tra postille e post-it, i giochi di parole si sprecano.

La seconda novità è che “Repubblica” si veste di nuovo ma non troppo. Cambia l’home page: più in evidenza la testata, più morbida la barra di navigazione, due – piuttosto che una soltanto – le notizie sotto l’apertura e collocamento a sinistra – prima si trovavano solo a destra – dei riquadri per le ultime news, per la borsa e per l’oroscopo che non manca mai, per i libri, per il cinema e per il calcio che conquista un riquadro tutto suo.

C’è di nuovo che adesso tutto questo è personalizzabile: per esempio si può scegliere la squadra da seguire, l’edizione locale del giornale da visualizzare, il segno dell’oroscopo da trovare in home page. Più personalizzazione ma anche più condivisione nella nuova ricetta di Repubblica: le icone di Twitter, Facebook e Friendfeed invitano a seguire il giornale anche tramite i social network. Anche il multimedia conquista nuovi spazi: se audio, video e foto fanno da corollario a molti degli articoli – in special modo alla notizia d’apertura – la piattaforma Repubblica.tv occupa l’area centrale dell’home page. Nuova anche la fascia che rimanda agli articoli della stessa categoria (cronaca, esteri, politica…) che sovrasta la pagina dell’articolo singolo. Per il resto, tutto rimane uguale a prima: il multitab in alto, l’inserzione pubblicitaria quadrata sotto, l’elenco delle news più giù che continua a trattare di moda, spettacolo, fantacalcio, auto e curiosità, il piede della pagina con i contenuti relativi alle diverse sezioni e ai blog dei giornalisti. E la pubblicità invasiva.

Nulla di esaltante, insomma. Nulla che faccia gridare al miracolo di una nuova webinformazione italiana. «Squadra che vince non si cambia», si giustifica “Repubblica” davanti ai lievi cambiamenti. Sarà. Magari la squadra non cambiamola, ma il sito sì.

Scrivi un nuovo Post

Sunday, April 18th, 2010

Se lo cercherete qui, troverete soltanto una schermata celeste e ghirigori che ricordano tanto la testata del “New York Times”. Ed una data: quella del debutto. Si tratta del “Post”, un nuovo giornale on line. Vivrà su Internet dov’è nato: la redazione è composta da cinque persone, selezionate tra le 350 che hanno risposto ad un annuncio su Wittgenstein.it, il blog di Luca Sofri che del “Post” sarà il direttore.

Il nuovo giornale si avvale di collaborazioni importanti: da Flavia Perina, direttrice del Secolo d’Italia, a Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, al noto giornalista del “Giornale” Filippo Facci, giusto per dirne qualcuno. «Contributi diversi ma accomunati da un unico auspicio: migliorare la qualità dell’informazione in Italia», promette Sofri. L’idea è quella di non produrre notizie ma di selezionarle e raccontarle puntando tutto sulla qualità, proprio come fa il modello al quale il “Post” s’ispira: nientepopodimenoche il blog statunitense “Huffington Post”, uno dei siti più influenti del mondo, che più che creare notizie le aggrega, appunto. Non ci sono editori ma soltanto finanziatori. In pratica il “Post” si reggerà soprattutto sulla pubblicità e sul successo già ottenuto dal blog del direttore, con le sue 10mila visite uniche giornaliere. Sarà on line il 20 aprile.

Mentre trepidante conto alla rovescia, non so voi ma io – con molto ottimismo- divento fan della pagina su Facebook.

Saviano, i giornalisti e l’orgoglio della verità

Saturday, April 17th, 2010

È un caso che la scorsa domenica io abbia acceso il televisore e sentito Roberto Saviano, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, pronunciare queste parole su quanto la verità sia a favore o contro il proprio paese: «È uno dei temi con cui mi devo confrontare quotidianamente: essere considerato un diffamatore della propria terra. La cosa che mi fa più male in assoluto è vivere questo clima di fastidio verso quello che dico come se fossi uno che detesta la sua terra o sputa sull’immagine del suo paese. E’ come se si lasciasse perdere chi ha dato fuoco e si desse la colpa a chi dà l’allarme dell’incendio. Questo sta accadendo. Cioè, tu parli di queste cose: sei colui che sta creando queste cose. (…) La colpa viene data a chi queste cose le racconta e le fa arrivare al grande pubblico».

Trascorrono pochi giorni e l’entità che accusa Saviano di non far altro che «cattiva pubblicità» al Bel Paese acquista un’identità precisa: quella del premier Silvio Berlusconi, che ieri ha puntato il dito contro Gomorra e contro fiction come la Piovra per dire che trovate come queste non fanno per niente bene all’immagine dell’Italia, che le cose in realtà stanno diversamente e che non c’è da allarmarsi: da queste parti la mafia è sotto controllo. Vedi le numerose operazioni di polizia ed i risultati strabilianti ottenuti dal suo governo. Ma ho già scritto ieri sull’argomento e non voglio tornarci.

Invece terrei a riflettere sul rapporto tra giornalismo e verità. Non ci ha (stranamente) tirati in ballo il premier nella sua requisitoria, è vero. Ma il tema riguarda noi giornalisti molto da vicino.

Ricordo che qualche anno fa scrissi un pezzo su una lettera piuttosto dura che un turista appena tornato dalle vacanze aveva inviato a “Repubblica” riguardo alle pessime condizioni del paese in cui vivo. Pubblicato l’articolo, il sindaco allora in carica fece il diavolo a quattro, accusandomi di fare cattiva pubblicità alla mia città. Dovetti difendermi sostenendo di non aver fatto altro che il mio lavoro, il quale consiste nel raccontare la realtà, e che della realtà non potevo certo essere io la responsabile.

Avevo ventuno o forse ventidue anni, e ben poca esperienza. Però qualche tempo prima mi era capitato di leggere un fondo di Piero Ottone, mi pare proprio su “Repubblica”; l’avevo ritagliato e conservato sotto il vetro che da sempre protegge il legno bianco della mia scrivania. Ancora oggi – per quanto ingiallito dal tempo – ce l’ho sempre sotto gli occhi e mi viene in soccorso nelle amnesie professionali. Ottone scrive: «Il New York Times aveva pubblicato la notizia che il governo americano stava addestrando alcune migliaia di fuoriusciti cubani, per invadere Cuba: una notizia esplosiva, imbarazzante per il governo. La spedizione fallì. Pochi giorni dopo, John Kennedy deplorò la pubblicazione, invitò i direttori dei giornali più importanti alla Casa Bianca, li esortò a porsi il problema, prima di pubblicare certe notizie, della sicurezza nazionale. Turner Cartledge, direttore del New York Times, rispose che il giornalista non può, e non deve, diventare uomo di Stato, sostituirsi al governante, chiedersi quali saranno le conseguenze di quel che pubblica: “Il nostro compito è di pubblicare i fatti, quando siamo certi che siano veri”. In altra occasione disse che niente secondo lui era più importante, per il paese, che la conoscenza della verità».

Certo le due pubblicazioni – le lamentele di un turista insoddisfatto e i preparativi dell’invasione di Cuba – non sono confrontabili, ma la sostanza è identica. Cosa viene prima? La convenienza, la cautela, la paura dei rimproveri e delle ritorsioni o la verità dei fatti? Sono tentazioni, queste, che si fanno avanti, impietose, quando ci troviamo di fronte al foglio bianco e siamo chiamati a scegliere se scrivere e con quali parole. Potremmo decidere di non raccontare la verità o di non raccontarla tutta per mille buoni motivi. Per non subire le conseguenze dei mal di pancia che causeremo ai proprietari del nostro giornale, agli inserzionisti, alle nostre fonti, ai politici, ai gruppi d’interesse, per esempio. È una guerra impari, ché contro tutti questi motivi ce n’è uno soltanto: l’idea che siano i fatti a contare, che in fondo sia la verità la cosa più importante. Sta a noi giornalisti decidere. Sta a noi la scelta.

Zinzino

Saturday, April 17th, 2010

Grammo, decigrammo, centigrammo, milligrammo. La discesa verso i sottomultipli lungo la scala di misura del grammo recita più o meno così, se ricordo bene. Per le parole vale lo stesso. Tanto, tantino, zinzino. La differenza è decimale, ma ammetterete che il fascino che ha zinzino non ce l’ha tantino. Zanzino ha la dolcezza del più piccolo, la tenerezza di Cucciolo o di Puffo Nghé (si scrive così? Dubbio lancinante…).

Zinzino

infatti è ancor meno di tantino: indica una quantità piccolissima di qualcosa, ancor minore di tantino – che significa una piccola quantità di qualcosa – e dei suoi derivati (i vari tantinino, tantinello). Zinzino indica una quantità sesquipedalmente piccola di qualcosa.

La mafia italiana pericolosa? E’ che la disegnano così…

Friday, April 16th, 2010

Il nostro premier Silvio Berlusconi sostiene che la mafia italiana è più famosa che pericolosa. Che essa, in parole povere, è figlia più dei media che della realtà. Il fatto m’inquieta – e molto – ma non mi sorprende.

Prendiamo Berlusconi. Lo si può contestare come premier, ma nessuno può negare sia un grande comunicatore. Come tale, egli conosce bene tecniche e dinamiche della comunicazione. Sa che ciò di cui parlano i media, la televisione in particolare, esiste; tutto il resto no. Ad esempio: se in questo momento un uomo ne ha ucciso un altro in Kenya e nessun organo d’informazione ne riporta la notizia, il fatto è accaduto ma in effetti per l’opinione pubblica non è mai esistito. Se si tiene conto di questo, non può stupire il fatto che il nostro premier addebiti ai media – alle fiction ed alla letteratura – la responsabilità di aver “creato” la mafia, di averne fatto – soltanto parlandone – un potere più forte di quel che è.

Secondo Berlusconi, «la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta, perchè c’è stato un supporto promozionale che l’ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra programmate dalle tv di 160 paesi nel mondo e tutta la letteratura in proposito, Gomorra e il resto…». Dunque, se di mafia italiana si fa tanto parlare e scrivere con allarme e preoccupazione, è perché i media esagerano. Il fenomeno in realtà è più circoscritto di quanto le fiction ed i libri di Saviano vogliano farci credere.

Ma la mafia è esagerazione. È omicidi, sequestri, intimidazioni. Fosse anche un solo omicidio, un solo sequestro, un solo atto intimidatorio sarebbe già esagerato. E non c’è classifica delle mafie – cinese, russa, giapponese; primo, secondo, sesto posto – che regga. Lo si vada a dire ad una madre a cui è stato assassinato il figlio, ad un padre cui hanno sequestrato una figlia, ad un uomo onesto e minacciato che la mafia in Italia, in fondo, non fa poi così tanto male. È che la disegnano così.

Stolido

Friday, April 16th, 2010

L’avevo sospettato che avesse una qualche parentela, anche lontana o soltanto ipotizzata, con stolto. Il mio fido dizionario Garzanti – al quale sto facendo una martellante pubblicità subliminale – stamattina mi ha confermato la circostanza, seppure usando cautela: il termine stolido è forse affine a stolto per etimologia. Infatti da una parte c’è stultus, dall’altra c’è stolidu(m). Nel grande viaggio delle parole dalla loro prima apparizione nel linguaggio fino a noi, esse possono subire trasformazioni sostanziali o piccole modifiche che a volte le rendono somiglianti le une alle altre. E stolidum e stultus un po’ si somigliano. Io credo che stultus sia un cugino di primo grado di stolidum, un po’ il suo riassunto formale.

Stolido

significa del resto proprio sciocco, stolto, che ha o dimostra scarsa intelligenza. Sono certa che occasioni per usarlo ne avrete. Di solito insulti ed improperi godono di una certa fortuna.

Pulitzer, the winner is Internet (e l’informazione locale)

Tuesday, April 13th, 2010

Noi giornalisti del web – o magari soltanto io – abbiamo spesso una bella gatta da pelare: convincere politici, colleghi, persone comuni che l’informazione online non vale meno di quella cartacea. Insomma che, sito o giornale che sia il contenitore dei nostri articoli, sempre di giornalismo si tratta. In poche parole: giornalisti siamo e giornalisti restiamo indipendentemente dal mezzo che utilizziamo per diffondere l’informazione. Il risultato non cambia.

Succede spesso invece di esser presi sul serio solamente se al proprio nome si associa quello di una testata giornalistica cartacea. Accade ciò essenzialmente per due motivi: il primo è che si suppone che un giornale di carta abbia già una storia alle spalle, dunque sia più riconoscibile, e non abbia bisogno di presentazioni; il secondo motivo è che sopravvive una sorta di diffidenza rispetto a ciò che viene pubblicato su Internet, considerando la Rete una specie di Far West dove tutti (s)parlano e nessuno controlla. Tuttavia il giornalista, se corretto e capace, tale resta anche nell’esercitare il proprio mestiere sul web. È la sua professionalità, insomma, a determinare la qualità del suo lavoro – nel bene e nel male – e non lo strumento attraverso il quale informa.

Detto ciò trovo conforto nella notizia di oggi: per la prima volta una testata online ha vinto un premio Pulitzer della Columbia University per il giornalismo, quello che tutti i giornalisti sognano e pochi possono mettere in bacheca. ProPublica.org, sito di un’associazione giornalistica no-profit, s’è aggiudicato il premio per la categoria Investigative Report grazie ad un’inchiesta di Sheri Fink sui giorni vissuti in un’ospedale di New Orleans, il Memorial Medical Center, dopo l’uragano Katrina. Il grande vincitore è Internet anche nella categoria dell’editorial cartooning, per la quale è stato premiato il sito del San Francisco Chronicle.

Ciliegina sulla torta: il premio Pulitzer per la categoria Breaking News ad un giornale di provincia, il Seattle Times, cosa che mi fa credere sempre più nelle magnifiche sorti e progressive dell’informazione locale. E mi dà un motivo in più – ma anche due – per lavorare al mio SanLucidoCity.com.

Basilicata, marketing coast to coast

Monday, April 12th, 2010

Sabato sera al cinema ho visto Basilicata coast to coast. I film italiani mi piacciono spesso molto poco, ma questo di Rocco Papaleo rappresenta l’eccezione alla regola. È divertente, leggero. Non succede nulla di particolare – i colpi di scena sono rari e indolore – ma scivola fluido, interrotto soltanto dalle grasse risate della platea alle quali ho dato anch’io il mio sonoro contributo. Non voglio addentrarmi comunque in considerazioni da critica cinematografica: profanerei la materia. Però quando sono uscita dalla sala ho pensato: in fondo cosa c’è di diverso tra il film di Papaleo ed un corto pubblicitario come questo?

Lacta “Love in Action” – English subtitles from LactaFilms on Vimeo.

Avevo visto il corto qualche giorno prima del film, un po’ per marketing e un po’ per romanticismo. Love in action infatti è una storia d’amore condensata in 27 minuti, durante i quali ogni tanto compare la tavoletta di cioccolata che si vuole pubblicizzare, Lacta. Lacta ha del resto un ruolo fondamentale nella storia. Kraft Foods e OgilvyOne Athens si sono inventati questo “branded-entertainment film”, per promuovere la tavoletta in Grecia. Si tratta essenzialmente di servirsi del divertimento e del tema dell’amore – molle che spingono a restare con gli occhi incollati al monitor per mezz’oretta – allo scopo di veicolare un messaggio pubblicitario.

Ora, Basilicata coast to coast fa lo stesso. Anche qui, durante tutto il film – che non a caso è strutturato come un itinerario lungo la regione – l’offerta lucana compare ogni tanto: una volta è un bel posto da visitare, un’altra è un paese abbandonato col suo carico di fascino, un’altra volta ancora è un vino locale. Nell’insieme il film è una pubblicità. Una promozione della regione, tutta intera. Coast to coast.

Io Berselli lo ricordo così

Monday, April 12th, 2010

“Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, io confesso che non mi piace nulla. Non mi piace un romanzo, non mi piace un film, la musica, la televisione, non mi piace praticamente niente di quanto viene prodotto in Italia. Non mi piacciono gli indiscutibili. Non mi piace ‘o presepio. Non mi piace Roberto Benigni. Non mi piace Susanna Tamaro. Ad aggravare questa malattia dello spirito, devo dire che mi piace sempre meno anche Nanni Moretti, e all’occorrenza saprei spiegare perché Il Caimano è un film sbagliato. Non mi piace Tornatore, non mi piace Salvatores. Avrei molti dubbi anche su Dario Fo, e per equilibrio bipartisan ammetterò in via preventiva che ero e sono scettico pure su Oriana Fallaci. E su queste idee mi sembra di raccogliere il consenso dei miei maliziosi amici, che fanno ampi cenni di approvazione e confermano che è tutto vero, e si divertono un mondo a sentire le mie cattiverie, e aggiungono le loro con la soddisfazione sfacciata con cui si tirano le briscole alte nell’ultima mano. Poi guardo i giornali, leggo le recensioni, assisto alle comparsate televisive quando viene lanciato un film o un romanzo, e mi dico: c’è qualcosa che non va”.

Questo è l’incipit del libro Venerati maestri di Edmondo Berselli. Copiandolo ho la sensazione di premere sui tasti giusti tanto mi piace, come quando suoni le note di una melodia azzeccata. Il libro è un regalo e se ce l’ho devo solo ringraziare il donatore. Appena letta la notizia della morte di Berselli, mi sono decisa a riaprirlo. Il segno era a pagina 112, ma lo rileggerò da capo, come quando riguardi vecchie foto. Mi divertirò un mondo a sentire le sue cattiverie.

La coppia perfetta

Saturday, April 10th, 2010

Basta con Romeo&Giulietta, Io&Te 3MSC, Paolo&Francesca. Torniamo al concreto. Inauguriamo l’era del realismo in amore. Pasta&Patate xever.