Author Archive

Shopper bag, sarai mia

Friday, April 9th, 2010

Donne, prepariamoci: presto ci lucchicheranno gli occhi non solo davanti a fantastiche scarpe e borsette per il passeggio – dinanzi alle quali notoriamente perdiamo ogni facoltà di raziocinio, nonché molta parte di ciò che abbiamo nel portafogli – ma anche per una shopper bag. Una borsa della spesa. Compagna quotidiana di nonne e bisnonne tra gli scaffali della bottega sotto casa e dimenticata con l’avvento della busta di plastica, la borsa della spesa torna di moda. C’è da scommetterci che l’industria del prodotto subirà nei prossimi tempi una certa impennata, puntando sulla ricerca convulsa della shopper che più s’intona con l’abbigliamento.

Del resto è una moda obbligata. Anche l’Italia infatti presto metterà al bando le buste di plastica non biodegradabile che usiamo oggi per i nostri acquisti al supermercato. Tutto ciò in virtù di una direttiva comunitaria contro l’inquinamento che avrebbe dovuto entrare in vigore già dal gennaio scorso. Se si pensa che il 96 per cento della plastica prodotta in tutto il mondo non viene riciclata, che il 90 per cento dei rifiuti che vediamo galleggiare sul nostro mare è plastica e che migliaia tra uccelli marini, delfini e tartarughe muoiono strozzati dai sacchetti di plastica, scambiandoli per cibo, si può ben capire che forse è proprio il caso di abbandonare la malsana abitudine di fare la spesa con le borse di sempre e correre a cercare la shopper che fa per noi. Che esiste.

Dimentichiamo le brutte borse che vediamo di solito in giro, con quegli orribili quadroni, e diamo per esempio un’occhiata a queste:

shopper bags

Non male, vero? Ne esistono di tutti i tipi e per tutte le tasche. «Portare la borsa è sempre in, mentre portare il sacchetto è inesorabilmente out», sostiene l’Associazione Comuni Virtuosi che ha aperto la crociata contro la busta di plastica, «l’oggetto che più abbonda nelle nostre case (provate a contarle…)», «usato per pochi minuti ma che può durare anche cento anni». La sua campagna si chiama “Porta la sporta” e dal 17 al 24 aprile sarà in cento comuni d’Italia per sensibilizzare ed informare.

Abbiamo tempo fino al primo gennaio 2011 per organizzarci, ma prima lo facciamo e meglio è. Quelle di noi che non ignorano il corretto utilizzo di una macchina da cucire, invece di correre in negozio, possono farsene una da sé o regalarla alle amiche seguendo questi tutorial su come cucire una borsa a sacco o a soffietto, una borsa fashion o una morsbag.

Io penso che me ne farò una da me, memore dei trascorsi da piccola sarta (ancora mi vanto di aver ricavato una borsetta da un paio di jeans Levi’s, unendo le due tasche posteriori…).

Molti media, poche bugie?

Thursday, April 8th, 2010

Il dato che i mezzi di comunicazione non siano controllati direttamente o indirettamente – non proprio tutti almeno – da uno solo, come succede tipicamente in dittatura, rassicura molti sul fatto che l’Italia sia una democrazia, nella convinzione che l’esistenza di molte fonti d’informazione rappresenti un antidoto contro l’alterazione delle notizie che ogni giorno ci vengono propinate.

È chiaro infatti che quando la maggior parte o tutti i canali di informazione sono controllati o dipendenti da uno, è piuttosto difficile che si levi una voce fuori dal coro. Al contrario, in un contesto “multimediale”, nel quale cioè più media esprimono posizioni diverse e diverse prospettive su fatti ed argomenti, è difficile – ma non impossibile – che un mezzo di comunicazione ometta completamente o deformi in modo evidente le notizie senza che qualcuno tra i media concorrenti o il pubblico, presto o tardi, alzi la mano per riprendere o correggere notizie censurate o manipolate (vedi il caso Mills: il fatto che il Tg1 diretto da Augusto Minzolini abbia parlato di assoluzione piuttosto che di prescrizione ha causato una sollevazione di massa su Facebook al grido di «prescrizione non è assoluzione»).

Perciò il fatto stesso che un mezzo di comunicazione s’inserisca in un contesto di pluralismo in qualche modo assicura la sua credibilità, appunto perché si suppone che esista un controllo reciproco reale e fattivo tra tutti i media e da parte dell’opinione pubblica.

Ma la pluralità dell’informazione in un sistema democratico è davvero, di per se stessa, una garanzia? Il fatto che un mezzo di comunicazione si trovi nelle condizioni di esercitare un controllo su un altro o, viceversa, di subirlo costituisce un anticorpo efficace contro i tentativi di distorsione e manipolazione dei contenuti? Basta che un mezzo di comunicazione sia inserito in un sistema di sentinelle perché eventi ed argomenti non vengano a lungo taciuti o deformati senza vergogna?

A ben guardare no. Anche in assenza di un potere totalitario – pure in democrazia insomma – i media possono farsi portavoce di versioni distorte dei fatti, impunemente. Il risultato può essere identico a quello prodotto da un controllo di tipo centralistico sui contenuti elaborati dai media. Tutti i mezzi di comunicazione, anche in democrazia, possono veicolare una versione dei fatti analoga, e non per costrizione bensì per scelta. Infatti le aspettative su come gli altri media tratteranno la notizia, le posizioni di quelli tra loro che vengono considerati opinion leaders ed il valore che comunemente viene attribuito alla notizia possono far sì che essa venga trattata in modo del tutto analogo dai vari mezzi d’informazione. Sono, questi, meccanismi dovuti allo stesso pluralismo dell’informazione, che finisce così per partorire la sua antitesi.

Ogni giornale tiene d’occhio la concorrenza ed ipotizza quelle che potrebbero essere le decisioni altrui rispetto alla stessa notizia di cui si sta occupando: così, se ritiene che un lancio d’agenzia verrà preso in considerazione dai media concorrenti, tenderà a fare lo stesso per non mancare d’inserire la notizia nel proprio palinsesto; al contrario, se pensa che gli altri media scarteranno l’informazione, la ometterà. È una logica che riguarda anche la fase successiva alla prima pubblicazione della notizia: quando una testata pubblica più notizie di una certa importanza su uno stesso tema, le altre tenderanno a seguirla, anche per non “bucare” – come si dice in gergo – la storia.

Le aspettative reciproche sulla pubblicazione s’intrecciano poi con l’influenza degli opinion leaders, cioè dei mezzi di comunicazione che vengono assunti come punti di riferimento per la scelta dei temi da trattare e dei modi con cui farlo. Gli opinion leaders sono una sorta di oracolo per gli altri media: fissano l’agenda dei contenuti e le connessioni possibili fra temi ed eventi. Gli altri media, facendo riferimento agli opinion leaders per stabilire cosa fa notizia, causano così un effetto a cascata da cui deriva l’uniformazione dell’intero scenario informativo. «Verso le quattro del pomeriggio l’”Associated Press” diffonde le notizie all’interno di una rubrica dal titolo “Uno sguardo agli editoriali”, e usa come fonte principale il “New York Times”», scrive Noam Chomsky nel suo libro Il potere dei media, raccontando di possibili pratiche redazionali americane. «Se, per esempio, sono il direttore di un qualsiasi quotidiano locale, guardo quella rubrica e dico: “Bene! Queste sono le notizie per domani sulla prima pagina. Me ne servirò per costruire i miei articoli”. Anche i telegiornali delle reti televisive prendono e selezionano le notizie dagli articoli del “New York Times”, del “Washington Post” e del “Wall Street Journal” e di pochi altri. In sostanza ci sono alcune grandi industrie dei media che stabiliscono i contenuti dell’attività giornalistica di tutti gli altri». In Italia non avviene diversamente.

E poi ci sono i valori-notizia, cioè i fatti e i temi che i media ritengono degni d’assurgere al rango di notizia. Le notizie rispondono ad una scala di valori: ci sono notizie che vendono e notizie che non vendono. «Le accuse fanno scrivere bei pezzi. Le difese fanno sbadigliare. Le accuse sono sexy, divertenti, fantasiose, eccitanti, scandalose. Le difese sono noiose, scontate, rituali, cavillose», scrive il noto giornalista Vittorio Zucconi. Certo, subito dopo aggiunge: «Peccato che il 90 per cento delle accuse che fanno notizia e tengono banco sui media per qualche giorno si rivelino infondate e si dissolvano nella grande cloaca delle reputazioni inquinate e delle vite avvelenate», ma si tratta di dettagli: intanto le vendite hanno subìto un’impennata significativa per le casse del giornale.

E così aspettative, opinion leaders e valori-notizia finiscono con l’appiattire il panorama delle informazioni. La geografia dei notiziari, uniforme e consonante, viene privata (o quasi) di elementi d’originalità. Con buona pace del più confortante pluralismo.

Paradossi dell’informazione

Saturday, April 3rd, 2010

Titolo del “Corriere della Sera” online di oggi.

Sardonicamente

Friday, April 2nd, 2010

È la seconda volta in questa settimana che m’imbatto in termini che non conoscevo e che hanno a che fare col verde. Qualche giorno fa è stata la volta della salsapariglia (pianta di cui – mi suggeriscono – sono ghiotti i Puffi); oggi tocca alla sardonia.

La sardonia è un’erba velenosa – non a caso il suo nome scientifico è Ranunculus sceleratus, e dico sceleratus – dai fiori gialli. Farne indigestione provoca il cosiddetto riso sardonico, la contrazione dei muscoli della faccia in una specie di sorriso. Da tali effetti è derivata la leggenda per cui mangiare sardonia provochi una risata spasmodica. La parola sardonia viene dal francese sardonique e – oltre alla leggenda – ha dato origine anche all’aggettivo sardonico, che vuol dire sarcastico, che esprime derisione. Un riso, un ghigno, un’espressione possono essere sardonici (Garzanti).

Il traduttore de La luna è tramontata di John Steinbeck – che mi ha offerto l’occasione di questo post – usa spesso l’avverbio sardonicamente nel rendere il testo dall’inglese all’italiano.

Wordpress parla con me

Tuesday, March 30th, 2010

Non sono esattamente quel tipo di persona alla quale non importa se qualcosa sfugge – chiamala deformazione giornalistica – perciò apprezzo particolarmente quando mi si spiega il perché, il come e il quando delle cose e delle circostanze. Anche per questo mi piace Wordpress: mi dice sempre cosa fa.

Oggi per esempio cercavo online un plugin – preferibilmente funzionante, requisito tutt’altro che scontato – che mi fornisse le statistiche di questo sito. Più che capire quante persone effettivamente mi leggono, m’interessa sapere perché mi leggono, cosa cercano quando approdano su questi lidi, quali parole chiave inseriscono su Google, da dove giungono e quindi chi sono. Insomma questo tipo di plugin permette di sbirciare dietro le quinte, scoprire i retroscena. E questo è molto affascinante. Cercando cercando, mi sono ricordata di Blog Stats, che fornisce appunto i dati sulle sorgenti di traffico, le parole chiave utilizzate, i link più cliccati di tutti i giorni. E che funziona.

Installarlo è facilissimo: una volta scaricato il plugin da qui, bisogna trascinarlo nella cartella plugins sul nostro server, quindi attivare il plugin dalla nostra dashboard di Wordpress. Prima procuratevi l’api key del vostro account: vi servirà per attivare il plugin. Una volta inserita l’api key, potete abbinare il blog che volete monitorare al vostro account.

Terminata la procedura, corro alla pagina delle statistiche, e cosa trovo?

Un messaggio per me. Che innanzitutto mi accoglie e non mi sbatte la porta in faccia dicendomi che ancora non può esserci nulla. E poi mi parla facile, senza termini complicati o formule tecniche del tipo “programma in esecuzione”.

Il messaggio parla proprio di me, di me che effettivamente mi sono precipitata nella pagina delle statistiche: “Sei venuto qui di corsa, eh?”. Poi mi dice perché non trovo quello che cerco: “Il tuo blog è stato registrato e stiamo registrando le tue statistiche”. Spiegare all’utente il motivo delle cose è fondamentale per non guastarsela con lui. Un “waiting…” generico non basta: sapere cosa sta succedendo sul mio sito o sul mio computer è assolutamente indispensabile.

Se informare l’utente è necessario, tranquillizzarlo è essenziale: “Ma non c’è nulla da vedere”, aggiunge. Mi chiede di aspettare una ventina di minuti prima di poter visualizzare le mie agognate statistiche: un tempo medio, sopportabile. Un’attesa di mezz’ora o quarantacinque minuti sarebbe stata troppo. Il messaggio finisce con un consiglio: “Prendi un po’ di salsapariglia”. Così, per passare il tempo.

Post scriptum: Se vi state chiedendo cos’è la salsapariglia, sappiate che è una pianta. Nota anche come stracciabraghe, in Calabria decliniamo con strazzasacchi.

Union sacrée

Tuesday, March 30th, 2010

Scrivendo frettolosamente il pezzo, il giornalista di “Repubblica” ha dimenticato una e e rovesciato un accento, ma l’espressione – vizi di forma compresi – mantiene intatto il proprio fascino. Union sacrée. Il giornale la utilizza per indicare la compagine del centrosinistra italiano, ma la definizione viene d’oltralpe.

L’Union sacrée

è la coalizione nazionale di governo che si formò in Francia nel 1914, dopo che il presidente della repubblica Raymond Poincaré invitò, il 4 agosto di quell’anno, i partiti ed i ceti sociali a difendere tutti insieme la patria allo scoppio della prima guerra mondiale, invito accolto all’unanimità. L’Union sacrée seppe resistere sostanzialmente sino alla fine del conflitto.

A futura memoria

Monday, March 29th, 2010

Le mie pulizie di primavera hanno compreso il setaccio attento delle carte che conservo da anni. Tra le pile di documenti, ho trovato anche il quaderno di storia della quinta liceo. La professoressa non mi amava: il fatto che tra i banchi sedessi nelle ultime file era per lei un dato negativo al quale non potevo rimediare neppure coi voti alti alle interrogazioni. Devo tuttavia a lei – che ce lo consegnò in fotocopia perché lo studiassimo – il testo che vi propongo.

Si tratta di un discorso che Giustino Fortunato, noto scrittore meridionalista come ci fece appuntare, tenne il 31 maggio 1900 rivolgendosi agli elettori del collegio di Melfi, in Basilicata. Fortunato sostenne che «è costume di noi italiani denigrare il Parlamento, chiamandolo responsabile di ogni nostro male, e di indulgere alla facile illusione che si debba ricorrere a estremi subitanei rimedi». È vero, disse, che il regime parlamentare «attraversa una crisi che lo ha screditato agli occhi del volgo», ma il rimedio non può consistere nel ritorno ad una monarchia autoritaria oppure al regime assoluto. «È debole, è malato il regime parlamentare?», domanda il meridionalista. «Ebbene curiamolo. Curiamolo, perché non possiamo abolirlo; perché, anche potendolo, dovremmo soffocare la pubblica opinione, sopprimere la stampa, il telegrafo, le ferrovie; perché, infine, anche riuscendo a disfarci di tutta quanta la storia da cento anni in qua, noi non avremmo che cosa sostituire ad esso».

Questo era Giustino Fortunato. La fotocopia ci porta qualche anno più avanti. È l’11 maggio 1915, vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia. Sul Popolo d’Italia c’è un articolo firmato da tale Benito Mussolini che dice: «Quanto a me, io sono sempre più fermamente convinto che per la salute d’Italia bisognerebbe fucilare, dico fucilare, nella schiena, qualche dozzina di deputati e mandare all’ergastolo un paio almeno di ex ministri. Non solo, ma io credo, con fede sempre più profonda, che il Parlamento in Italia sia il bubbone pestifero che avvelena il sangue della Nazione. Occorre estirparlo».

Magari il mio quaderno di storia farà un giorno la stessa fine ingloriosa che hanno fatto i regni degli acari fondati in cima ai miei armadi e spazzati via in un attimo da Pronto Freschezza Floreale Antipolvere Antistatico Pulizia più efficace su tutte le superfici. Ma il discorso di Fortunato e l’articolo di Mussolini rimangono qui. A futura memoria.

Una stanza nuova

Monday, March 29th, 2010

Nove giorni di assenza da qui per avere una stanza nuova. La mia. Nuova nella disposizione dei mobili, nuova perché ora – dopo giorni di polvere, viti, chiodi e trapani ed avvitatori urlanti – ho tre mensole in più sulle quali allineare i miei libri colorati ed una vetrina in meno. Una stanza nuova perché adesso è piena di fiori gialli e di farfalle che fanno tanto primavera, ché primavera è. Nuova perché ho raccolto le tende, che prima sfioravano il pavimento, in ricci barocchi. Nuova perché finalmente ho buttato un mucchio di roba inutilmente ingombrante. Nuova perché ora la mia scrivania, qui accanto al davanzale della finestra, gode della luce bella delle giornate che s’allungano.

Farò altre cose, poi. Nel frattempo però sono tornata da queste parti.

Come si costruisce un nemico (in politica)

Friday, March 19th, 2010

È tutta colpa dei comunisti, sostiene uno a destra. Ormai siamo in dittatura, afferma l’altro a sinistra. Quante volte abbiamo sentito dire queste cose? Io non le conto più. E probabilmente nemmeno maggioranza e opposizione al governo contano più le volte in cui le hanno dette.

Il premier Silvio Berlusconi ci mette in guardia dal pericolo comunista quasi quotidianamente e in ogni dove, e lo fa più intensamente in periodo elettorale e quando viene emessa una sentenza a suo sfavore. L’ultimo caso questa mattina durante un comizio a Napoli. Pare fossero pochi i fortunati spettatori nel padiglione 6 della Mostra d’Oltremare – circostanza che Italo Bocchino avrebbe tentato di fotografare prima di essere prontamente fermato dai fedelissimi al grido di «traditore!» – ma consoliamoci: considerato il contenuto poco originale del discorso del premier – farcito degli abituali attacchi ai comunisti – noi assenti non ci siamo persi nulla che non avremo modo di risentire.

Le forze d’opposizione, dal canto loro, ci parlano di rischio regime, di dittatura e di mire totalitarie del governo, accusando i destrorsi di mettere in pericolo la democrazia attraverso il mancato rispetto della Carta costituzionale. Alcuni giorni fa, in occasione della manifestazione «per la democrazia e il lavoro» che si è tenuta a Roma, il leader di Italia dei valori, Antonio Di Pietro, ha parlato di «fascismo di ritorno». Pierluigi Bersani del Partito democratico si è augurato una «grande riscossa democratica», così come la radicale Emma Bonino. Ma già tempo fa Dario Franceschini, allora segretario nazionale del Pd, ebbe ad affermare che «in Italia c’è il pericolo di un nuovo autoritarismo».

Quest’attacco continuo agli avversari non deriva soltanto, a mio parere, da semplici rapporti d’antagonismo o dalla convinzione che esista davvero un pericolo comunismo o un rischio dittatura. Non m’interessa, in questo momento, capire se la maggioranza sia realmente persuasa che i magistrati siano tutti “rossi” o se l’opposizione creda davvero che ci troviamo sull’orlo del burrone totalitario e chi abbia ragione delle due. M’interessa invece analizzare le circostanze dal punto di vista comunicativo: per me, le accuse reciproche sono dovute anche ad una strategia di comunicazione precisa, che si chiama costruzione del nemico.

Costruire il nemico significa screditare l’avversario, dipingendolo come pericoloso, malvagio, sospetto o infido. È una strategia utilizzata in molti campi ed in molti modi. In politica serve per esaltare la propria persona e sminuire quella altrui, in modo tale da creare una contrapposizione fra due forze: bene e male, giusto e ingiusto, diritto e prevaricazione, verità e menzogna. Valori e disvalori vengono incarnati i primi dalla propria immacolata figura; i secondi dalla diabolica figura altrui. Così io divento un eroe e l’altro un vile. Un esempio? Il 3 febbraio 2005 dichiara Berlusconi: «La sinistra è il male». Pochi giorni prima, il 21 gennaio, aveva detto: «Lo dico chiaro, io sono il bene».

Insomma, se l’avversario diventa un nemico, un pericolo da combattere, tutto ciò che dirà o farà verrà guardato con sospetto. I cantieri di costruzione del nemico sono aperti su entrambi i fronti della politica. Con la differenza che a destra il nemico si chiama comunista e a sinistra dittatore. Nell’uno e nell’altro caso, è sulla paura – dei comunisti o dei dittatori – che si fa leva per alimentare il proprio consenso.

Inno al controluce

Friday, March 19th, 2010

Soltanto il tramonto può regalare questi effetti. Essere al posto giusto nel momento giusto, poi – rubando le parole ad una celebre pubblicità – non ha prezzo.

Quasi pop art

Thursday, March 18th, 2010

Finalmente un po’ di pop art in questa campagna elettorale. Per questo dobbiamo ringraziare gli ideatori del manifesto qui sotto che, per la struttura complessiva, mi fa pensare alla nota corrente artistica. Non so se per voi vale lo stesso.

Oddio, il manifesto è molto, molto meno colorato – addirittura grigio – rispetto ai più celebri esempi della pop art. Pensiamo alla Marylin Monroe di Andy Warhol. Tuttavia nessun tono è fuori posto. Questo manifesto è cromaticamente ine-cce-pi-bi-le, anche grazie alla straordinaria circostanza per cui gli occhi azzurri del candidato si abbinano clamorosamente allo sfondo del simbolo. Se a questo si aggiunge che il colore dominante è il celeste, tutto diventa un blu dipinto di blu. Con sprazzi di giallo diffuso, che è il colore scelto per quasi tutti i testi. E mica per caso: la tonalità crocea appartiene anch’essa al simbolo della lista.

L’espressione del candidato è tranquilla. Il volto rilassato. Il sorriso accennato. Lo sguardo rivolto altrove fa pensare al futuro. Una foto naturale che suggerisce una visione genuina della politica. E infatti la promessa è: «Mi farò in 4… per te!». Questo lo slogan, che spiega – con una battuta – la scelta di utilizzare altrettante foto piuttosto che una. Ma quanto sarebbe stato carino se al posto del bianco&nero gli ideatori avessero rispolverato Warhol. E magari evitato l’uso dei punti sospensivi che mi sembrano inutili. Lo slogan avrebbe avuto certamente più incisività senza. In compenso, il punto esclamativo finale restituisce un po’ di enfasi, anche se personalmente tendo ad evitarlo: non mi fido in genere dei messaggi urlati.

Voto? 7, per l’ironia della battuta sul farsi in 4. I have a dream: un manifesto elettorale davvero pop.

Ps: grazie ad Alessandro per la gentile concessione dello scatto ;)

Neve che vale

Wednesday, March 17th, 2010

neve

Ho scattato questa foto due mesi fa in Sila, in cima ad un cocuzzolo stracolmo di neve e con un freddo polare. Dove abbia trovato il coraggio di togliere i guanti per scattare la foto è ancora un mistero. Ma ne è valsa la pena perché resta un bellissimo – e bianchissimo – ricordo.

Inchiesta Rai-Agcom, politica e giornalismo

Tuesday, March 16th, 2010

Oggi le prime pagine di tutti i giornali sono occupate dall’inchiesta Rai-Agcom che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il commissario dell’Autorità garante delle comunicazioni, Giancarlo Innocenzi, e il direttore del Tg1, Augusto Minzolini. Una vicenda che riporta in auge il tema del rapporto tra politica e giornalismo, ed in particolare delle pressioni spesso esercitate dalla prima sul secondo.

Non è per nulla raro che i mass media si autodichiarino indipendenti e, con ciò, privi di vincoli che li leghino a persone o cose in grado di condizionarli. Spesso essi si autoproclamano fonti d’informazione libere, tanto nella scelta dei contenuti e della forma da attribuir loro, quanto nella costruzione del quadro nel quale inserirli. Si autodefiniscono, insomma, testate indipendenti perché svincolate da ogni interferenza, influenza o pressione che sia. In questi giorni, per esempio, abbiamo sentito Minzolini affermare che il telegiornale che dirige, il Tg1, è «libero», ma in Italia molti quotidiani, come il Corriere della Sera o il Sole24Ore, associano alle varie Carte che regolano la professione giornalistica alcune norme deontologiche che rappresentano autentiche dichiarazioni d’indipendenza.

Fonte: http://www.kaleidoscomunicazione.it

Tuttavia, nonostante norme e proclami, l’indipendenza dei mass media non è per nulla scontata. Un qualsiasi operatore dell’informazione può ritrovarsi al centro di pressioni e di influenze volte al controllo o al condizionamento del suo lavoro. Facciamo un esempio pratico. Un ministro, a fine mandato, decide di ricandidarsi. Egli, è chiaro, ha tutto l’interesse di venire rieletto. Tuttavia certe notizie “scomode” potrebbero compromettere il suo sogno di gloria. Affinché esse non vengano diffuse oppure siano rese innocue, il nostro ministro decide di premere sui mezzi d’informazione. Ciò gli consente non solo di tutelare la propria immagine pubblica, ma anche di lustrarla un po’ con l’aiuto di quegli stessi media su cui preme. Immune da macchia e con la vittoria in tasca, il ministro rieletto a questo punto potrebbe andare in cerca di un direttore di giornale che appoggi le sue iniziative politiche, e così via.

Se questo è ciò che potrebbe accadere, viene da chiedersi: ma i giornalisti sono liberi nell’esercizio del proprio lavoro oppure no? In realtà i fattori in grado d’incidere sul loro operato sono numerosi, a partire dalla stessa proprietà del giornale. Gli interessi dei proprietari potrebbero costituire la principale linea da seguire nel trattamento delle notizie, dei commenti, degli editoriali. Ascoltiamo due grandi proprietari di giornali americani: Matthews e Murdoch. «In linea di massima, i direttori avranno una libertà completa purché siano d’accordo con la politica che io ho stabilito», dichiara Matthews. «Non ho fatto tutta questa strada per non interferire», risponde Murdoch al direttore di un giornale che protesta per le pesanti ingerenze nella linea editoriale. Le loro parole non confortano i sostenitori dell’autonomia del direttore rispetto alla proprietà.

Tornando nell’italica patria, una vicenda esemplare del delicato rapporto tra direzione e proprietà – in questo caso interviene anche il fattore politico – è quella raccontata dal giornalista toscano Indro Montanelli. Nel 1974 Montanelli fonda il quotidiano Il Giornale. Quattro anni dopo entra a far parte dell’assetto proprietario Silvio Berlusconi, inizialmente con una percentuale azionaria del 30 percento, che cresce fino all’82 percento negli anni Novanta. Ceduto Il Giornale al fratello Paolo nel 1990, in seguito all’entrata in vigore della legge Mammì – che introduce la proibizione per chi detiene la proprietà di un canale televisivo di controllare contemporaneamente un quotidiano – Silvio Berlusconi fonda nel 1994 il partito Forza Italia e si candida alle elezioni politiche. Montanelli racconta che, nel corso di un’assemblea di redazione, Berlusconi avrebbe preteso di ottenere dal quotidiano l’appoggio alla propria candidatura. «Quell’incursione – scrive Montanelli – era inammissibile. Anche solo dal punto di vista formale, il fatto che Berlusconi ratificasse d’avere ancora ingerenze nel Giornale metteva me in posizione di grave impaccio». «Quando un redattore gli chiese a bruciapelo se fosse disposto a sostenere ancora il Giornale, rispose che l’avrebbe fatto solo se avesse seguito una linea che piacesse a lui». Dopo il fatto, Montanelli decide di dimettersi in segno di dissenso.

Ora: è realistico credere che i mass media siano completamente estranei ed impermeabili ad ogni tentativo di influenza? Non è invece più probabile che essi cerchino di raggiungere un equilibrio fra tutte le pressioni subite? Quante volte i mass media sottostanno, in toto o in parte, alle richieste esterne – provengano esse dalla proprietà o dalla politica, dalle fonti o dagli inserzionisti o ancora dai gruppi d’interesse – ignorando il diritto sovrano del lettore all’obiettività dell’informazione ed in barba a tutte le Carte deontologiche?

Il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuscinski non nega l’evidenza: «L’ideale, naturalmente, è l’indipendenza assoluta – sostiene – ma la vita e l’ideale sono due cose diverse. Il giornalista subisce pressioni perché scriva quello che vuole il datore di lavoro. La nostra professione è una continua lotta tra i sogni di libertà e la realtà che ci costringe a rispettare gli interessi, le opinioni e le aspettative dell’editore. Nei paesi dove vige la censura, si lotta per esprimere la maggior parte possibile di ciò che si vuole dire. Nei paesi dove vige la libertà di parola, la libertà del giornalista viene limitata dagli interessi del giornale per il quale lavora. In molti casi il giornalista, specie se giovane, deve accettare gravi compromessi e ricorrere ad una raffinata strategia per evitare gli scontri diretti». «Comunque, bisogna conquistarsi a forza ogni frammento di indipendenza». Quanti ci riescono?

Il giornalismo che mi piace

Monday, March 15th, 2010

Un «giornale di frontiera, di opposizione, destinato giocoforza a essere, in quanto quotidiano della sera, un secondo giornale e perciò impegnato più di altri nell’approfondimento delle notizie, nella lettura controluce dei fatti, nella ricerca delle sfumature, nel dare voce ai protagonisti minori e non ufficiali». Così Alberto Spampinato definisce L’Ora di Palermo nel suo libro C’erano bei cani ma molti seri, dedicato al fratello Giovanni, «ucciso per aver scritto troppo». Appunto qui queste parole per avere sempre con me la descrizione esatta del giornalismo che mi piace.

Uno di quei rari momenti

Monday, March 15th, 2010

Da marittima, non mi capita spesso di vedere il sole tramontare sui monti. Questo è uno di quei rari momenti. Davvero uno spettacolo.