Archive for the ‘Articoli’ Category

C’era una volta la rivolta

Friday, February 25th, 2011

Rosarno un anno dopo la sommossa dei migranti che mise a ferro e fuoco la città

Non è bastato smantellare i ghetti per evitare che tornassero: i neri non sono mai andati via del tutto da Rosarno e quelli che l’hanno fatto sono rientrati a distanza di qualche tempo dal gennaio 2010, quando centinaia di migranti in rivolta hanno invaso le strade della città. I neri sono tornati, ma non fanno rumore.

Come prima ogni mattina si allineano sulla Statale e aspettano una chiamata per raccogliere arance a pochi centesimi a cassetta. Come prima vivono in catapecchie che cercano di rendere dignitose come possono. Nulla sembra cambiato dai giorni della sommossa, se non le statistiche: dai tremila che erano, adesso gli africani sparsi per la Piana sarebbero poco più di un migliaio.

A fornire il dato è una ottantatreenne dalla personalità di ferro che i neri chiamano mamma. Mamma Africa. «Che mi portasti?», è la prima cosa che domanda, in dialetto. Per la sua mensa, fondata sulla generosità altrui, può servire tutto. Dal 2000 Norina Ventre – questo è il suo nome – offre un pasto domenicale a centinaia di braccianti. «Adesso gli africani a Rosarno sono un migliaio, forse più», dice. «Dopo quel macello di gennaio li hanno messi sui pullman e sui treni tutti quanti, con e senza permesso di soggiorno. Alcuni si sono nascosti per paura che li portassero via. Nessuno voleva più uscire per strada. “Mamma, e ora come facciamo?”, mi chiedevano». I neri si fidano di lei.

I primi migranti africani arrivano a Rosarno all’inizio degli anni Novanta. Nella Piana trovano un impiego come braccianti agricoli, utile per mantenere intere famiglie in patria – mogli giovanissime e figli che non vedranno crescere – ma in nero, al soldo di «patroni» e caporali che ripagano con pochi spiccioli un lavoro lungo dall’alba al tramonto. Abitano in capannoni abbandonati e fabbriche dismesse. Vent’anni dopo la prima ondata migratoria, le condizioni di vita restano difficili e con la crisi i guadagni cominciano a scarseggiare. Dopo il grande boom, il mercato ortofrutticolo percorre la sua parabola discendente.

Snervati dal lavoro che manca, dai crampi della fame, dalle tensioni quotidiane, il 7 gennaio 2010 i migranti scendono in strada: è la rivolta. Qualche giorno dopo, a bordo di pullman e treni, vengono trasferiti in piena notte nei centri di prima accoglienza di Bari e Crotone. Le ruspe smantellano i capannoni in cui vivevano e con essi ogni possibilità di tornarci. Dunque mai più neri a Rosarno?

Alcuni non avrebbero mai lasciato la zona, nascondendosi nelle campagne, molti vi hanno fatto ritorno con la stagione delle arance. Distrutti o resi inaccessibili i ghetti storici della “Rognetta”, dell’ex “Cartiera”, della “Collina” e dell’ex “Opera Sila”, hanno occupato vecchi casolari diroccati persi in mezzo agli aranceti, ma anche le case “sgarrupate” del centro storico. Piccoli Bangladesh in cui manca tutto: l’acqua, la corrente elettrica, i servizi igienici. Le difficoltà quotidiane sono attenuate in parte da gente di buona volontà come Mamma Africa o come gli attivisti della Flai-Cgil che ogni giorno offrono ai migranti assistenza sindacale, cibo e indumenti. Perpetua, piccola e sofferente, abita proprio nel centro storico: per occupare una stamberga paga «one-fifty», 150 euro al mese.

Le case, quelle vere, spiegano alcuni, si preferisce fittarle agli immigrati dall’Est Europa, che non sostano in Calabria giusto il tempo della stagione degli agrumi ma per periodi più lunghi. Inoltre ospitando cittadini comunitari non si corre il rischio di accogliere irregolari. Per lo stesso motivo i proprietari terrieri preferiscono assoldare bulgari, rumeni o ucraini: per tenersi al riparo dal reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dopo la rivolta infatti i controlli da parte delle forze dell’ordine e dell’Ispettorato del Lavoro si sono fatti più serrati.

Se all’alba i ragazzi neri non trovano lavoro nei campi, stanno in piazza o si spostano da una parte all’altra della città su biciclette sgangherate che un pensionato del posto ripara gratis. Oppure si collegano ad Internet dalla mediateca del paese. Aprono Facebook per contattare i familiari e non vedono l’ora di essere in regola coi permessi per poterli raggiungere. Diallo non mette piede in patria da quindici anni. «Questa è mia moglie che non mi vede più, ma come faccio ad andare senza documenti?», dice mostrando una foto scolorita. Le resistenze a parlare di sé o a lasciare che si fotografino i posti in cui vivono sono radicate.

Per i neri le cose non sembrano migliorate dalla rivolta in poi. Anzi la crisi del settore avanza e l’integrazione è lontana. C’è ancora molto da fare. La Regione Calabria ha sottoscritto due Accordi di programma con il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali proprio per migliorare il tenore di vita degli extracomunitari, mentre il Comune di Rosarno ha inaugurato un campo d’accoglienza capace d’offrire un alloggio certamente più dignitoso a centoventi di loro. Vale a dire alla decima parte. Per gli altri possono bastare quattro mura in bilico perse nelle campagne o annidate nel centro storico per restare, almeno fino a quando non sarà finita la stagione delle arance. Restare, senza fare rumore.

Assegnato il premio “Guglielmo Zucconi” al gruppo Goel, per “il forte impegno espresso in Calabria”

Tuesday, December 14th, 2010

Il suo nome somiglia a quello di un gigante buono dei cartoni animati, di quelli che salvano le principesse dagl’incantesimi o gli eroi dai malvagi e, a pensarci bene, gigante e buono sono due aggettivi che ben lo definiscono. Stiamo parlando di Goel, gruppo d’imprese della Locride e della Piana di Gioia Tauro, che ha (appunto) la gigantesca ambizione di fare della Calabria una terra migliore, libera e riscattata. Sembra impossibile? Eppure non lo è: molto lavoro in questa direzione è già stato fatto e con risultati stupefacenti.

Se ne sono accorti anche i giurati del Premio internazionale “Guglielmo Zucconi”, istituito dal Comune di Modena come riconoscimento per chi opera in Italia e nel mondo a favore delle nuove generazioni, intitolato al giornalista e scrittore che, nel corso della sua vita, ha dimostrato una costante attenzione per i giovani. Il premio, giunto alla quinta edizione, è stato assegnato per il 2010 proprio al Gruppo Goel quale “solida realtà del terzo settore – è la motivazione del riconoscimento – che si distingue per il forte impegno con il quale si dedica al percorso di sviluppo sociale ed economico della Locride e della Calabria ed alla battaglia per la libertà e la democrazia in Calabria e nel resto d’Italia”. A ritirarlo a Modena è stato il presidente Vincenzo Linarello, alla presenza del sindaco Giorgio Pighi, del procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria Nicola Gratteri e del giornalista Vittorio Zucconi, figlio di Guglielmo cui è intestato il premio.

Per capire il perché del riconoscimento bisogna pesare il bagaglio d’iniziative che Goel ha promosso dalla sua nascita, nel 2003, ad oggi: servizi sociali, turismo responsabile, artigianato, accoglienza e recupero dei minori a rischio, commercio equo e solidale sono alcuni dei settori nei quali il Gruppo opera attraverso le imprese associate. Non è soltanto un esempio di fattività ma uno strumento di lotta contro il malaffare, come dimostra l’ultima creatura: si chiama “Goel Bio” ed è una nuova azienda del Gruppo che commercializza arance, clementine ed oli biologici provenienti dalla Locride e dalla Piana di Gioia Tauro.

La portata dell’operazione si può ben comprendere se collocata nel contesto in cui nasce: siamo nella terra dei “fatti di Rosarno”, che un anno addietro portarono alla ribalta della cronaca il lavoro nero tra gl’immigrati di colore, in particolare nel comparto agricolo. Ebbene: l’agroalimentare biologico di Goel è la risposta diretta ai fatti di Rosarno e ad un mercato locale che complica il lavoro degli agricoltori onesti. «I prezzi sono da fame», denuncia il Gruppo. «Spesso non consentono di coprire nemmeno le spese vive né il costo sindacale del lavoro: si arriva a pagare le arance 10 centesimi al chilo. È un mercato spesso condizionato dalla prepotenza della ‘ndrangheta che, come al solito, vive da parassita sulle fatiche e sui sacrifici dei Calabresi. Goel allora sceglie di stare al fianco degli agricoltori onesti, spesso vessati dalla ‘ndrangheta con uno “stalking” prepotente e spietato che mira a sottometterli e condizionarli, se non addirittura ad espropriarli». Goel Bio offre i prodotti provenienti dai terreni di coloro che resistono alle pressioni mafiose, difendendo la dignità del proprio lavoro e, con essa, quella del territorio. L’obiettivo è dunque, ancora una volta, affermare la legalità contro lo strapotere della malavita, per raggiungere l’auspicato cambiamento in terra calabra.

Si diceva, pronunciando la parola Goel, di giganti buoni e di gigantesche aspirazioni. La suggestione del suono non mente: il nome che a suo tempo venne scelto per il Gruppo ha radici bibliche e significa “il liberatore”, colui che paga il prezzo del riscatto di chi è schiavo per renderlo un cittadino libero. E allora tanti auguri, Calabria.

Pubblicato da “l’Altro quotidiano.it”
14 dicembre 2010
Vai al sito

Sulla costa tirrenica buone notizie dal ministero

Tuesday, May 11th, 2010

Il rapporto parla del 93% di balneabilità in Calabria. Ma soprattutto cancellato l’incubo della “nave dei veleni”

Caso chiuso: nel mare antistante Cetraro, che si trova al centro del tratto di costa tirrenica che va da Maratea a Diamante, non c’è traccia di quell’inquinamento radioattivo di cui si era parlato lo scorso anno in seguito alle “rivelazioni” del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti. In una dichiarazione spontanea alla magistratura Fonti aveva segnalato la presenza proprio nel mare di Cetraro della nave “Cunsky”, carica – secondo il suo racconto – di fusti pieni di rifiuti tossici. Della vicenda si erano occupati giornali e televisioni di tutta Italia perché era scattato un allarme ambientale di enormi proporzioni. Ora l’esito finale delle analisi ha portato ad archiviare il caso: la nave in questione non è la “Cunsky” e il mare di Cetraro non è inquinato.

Va tutto bene quindi? Immergersi tranquillamente davanti alle spiagge del Tirreno cosentino e lucano è possibile? Ma quanti – insieme col caso “nave dei veleni” – archivieranno anche le preoccupazioni per altre forme d’inquinamento che invece da anni affliggono queste cose?

I motivi per essere preoccupati ci sono, come c’erano negli anni scorsi, ben prima che l’ingiustificato allarme per le “rivelazioni” di Fonti creasse il panico. La Calabria, del resto, esce con le ossa rotte dalla stagione estiva 2009, almeno stando alle conclusioni di Legambiente. Anche l’anno scorso l’associazione ambientalista ha sguinzagliato in giro per le coste italiane il suo celebre battello Goletta Verde che in due mesi ha raccolto cinquecento campioni d’acqua e li ha analizzati secondo i crismi di legge. I risultati sono stati tutt’altro che confortanti per la Calabria: la regione s’è guadagnata la maglia nera per inquinamento, con quindici punti critici. Uno ogni 47 chilometri di costa. Se non fosse che sono quindici anche le località calabresi premiate nel 2009 con le Vele della Guida blu di Legambiente e Touring Club, ci sarebbe davvero da preoccuparsi.

Consola invece leggere il Rapporto 2009 sulle acque di balneazione del ministero della Salute. Il documento attesta che dei 653 chilometri di costa calabrese controllati 609 sono balneabili in quanto non contaminati da microrganismi e batteri. Dunque il 93 per cento del litorale sottoposto a verifica (sui 715 chilometri di costa complessivi, 62 non sono accessibili al monitoraggio) risulta balneabile. Tuttavia il Rapporto viene stilato in base ai risultati delle analisi effettuate dalle Agenzie regionali per l’ambiente nella stagione balneare precedente. Ciò significa che potremo conoscere i dati ministeriali sulle condizioni attuali del nostro mare soltanto nel 2011. In ogni caso, per il 2009 il ministero aveva previsto la possibilità di monitorare in tempo reale i divieti di balneazione attraverso il proprio sito, in modo da fornire al cittadino una fonte aggiornata.

Per rispondere alle richieste d’informazioni da parte del pubblico, l’Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria) aveva attivato persino un numero verde ed una casella di posta elettronica dedicata. D’altronde si era allora nel pieno delle proteste dovute al mare sporco che si levavano da più parti. Proprio in quei giorni, sul Tirreno cosentino la Procura della Repubblica di Paola aprì un’inchiesta sui depuratori di alcuni comuni, ipotizzando reati come danneggiamento comune, disastro ambientale, omissione d’atti d’ufficio e mancato rispetto delle norme sui rifiuti e sullo smaltimento dei rifiuti speciali. C’era chi, vedendo acque poco chiare, si chiedeva dove fosse mai quel «mare da bere» auspicato da tempo dal presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio. Una promessa, la sua, difficile da mantenere. Tra il dire e il bere c’è di mezzo un mare di problemi.

Pubblicato da “l’Altro quotidiano”
11 maggio 2010

Qui il giornale in pdf, l’articolo è a pagina 9.

Shopper bag, sarai mia

Friday, April 9th, 2010

Donne, prepariamoci: presto ci lucchicheranno gli occhi non solo davanti a fantastiche scarpe e borsette per il passeggio – dinanzi alle quali notoriamente perdiamo ogni facoltà di raziocinio, nonché molta parte di ciò che abbiamo nel portafogli – ma anche per una shopper bag. Una borsa della spesa. Compagna quotidiana di nonne e bisnonne tra gli scaffali della bottega sotto casa e dimenticata con l’avvento della busta di plastica, la borsa della spesa torna di moda. C’è da scommetterci che l’industria del prodotto subirà nei prossimi tempi una certa impennata, puntando sulla ricerca convulsa della shopper che più s’intona con l’abbigliamento.

Del resto è una moda obbligata. Anche l’Italia infatti presto metterà al bando le buste di plastica non biodegradabile che usiamo oggi per i nostri acquisti al supermercato. Tutto ciò in virtù di una direttiva comunitaria contro l’inquinamento che avrebbe dovuto entrare in vigore già dal gennaio scorso. Se si pensa che il 96 per cento della plastica prodotta in tutto il mondo non viene riciclata, che il 90 per cento dei rifiuti che vediamo galleggiare sul nostro mare è plastica e che migliaia tra uccelli marini, delfini e tartarughe muoiono strozzati dai sacchetti di plastica, scambiandoli per cibo, si può ben capire che forse è proprio il caso di abbandonare la malsana abitudine di fare la spesa con le borse di sempre e correre a cercare la shopper che fa per noi. Che esiste.

Dimentichiamo le brutte borse che vediamo di solito in giro, con quegli orribili quadroni, e diamo per esempio un’occhiata a queste:

shopper bags

Non male, vero? Ne esistono di tutti i tipi e per tutte le tasche. «Portare la borsa è sempre in, mentre portare il sacchetto è inesorabilmente out», sostiene l’Associazione Comuni Virtuosi che ha aperto la crociata contro la busta di plastica, «l’oggetto che più abbonda nelle nostre case (provate a contarle…)», «usato per pochi minuti ma che può durare anche cento anni». La sua campagna si chiama “Porta la sporta” e dal 17 al 24 aprile sarà in cento comuni d’Italia per sensibilizzare ed informare.

Abbiamo tempo fino al primo gennaio 2011 per organizzarci, ma prima lo facciamo e meglio è. Quelle di noi che non ignorano il corretto utilizzo di una macchina da cucire, invece di correre in negozio, possono farsene una da sé o regalarla alle amiche seguendo questi tutorial su come cucire una borsa a sacco o a soffietto, una borsa fashion o una morsbag.

Io penso che me ne farò una da me, memore dei trascorsi da piccola sarta (ancora mi vanto di aver ricavato una borsetta da un paio di jeans Levi’s, unendo le due tasche posteriori…).

Ddl sul biotestamento, il no di Beppino Englaro. Lo modificheranno gli emendamenti?

Tuesday, April 14th, 2009

Prima che il dramma del terremoto coinvolgesse anche me e la tastiera del mio computer (sulla quale ho digitato più parole di quante poi ne abbia qui pubblicate, ché in questi casi nessuna pare adeguata), avevo scritto sul disegno di legge che riguarda il testamento biologico. Il post s’intitolava “Caro dottore, sia fatta la tua volontà” perché con quel ddl, se approvato dalla Camera nella forma con cui è passato al Senato, sarà affidato proprio al medico il compito di decidere se applicare o meno la volontà individuale espressa tramite la Dat (dichiarazione anticipata di trattamento), con cui ognuno può disporre sulle cure e terapie alle quali essere sottoposto. Secondo il ddl, il medico può disattendere tali indicazioni, che comunque non possono riguardare l’alimentazione e l’idratazione forzate: esse vengono considerate, infatti, non terapie straordinarie ma prassi ordinarie, non cure che il paziente è libero di rifiutare ma «forme di sostegno vitale», e come tali obbligatorie.

Il disegno di legge è passato in Senato a fine marzo, con pochi voti di scarto tra quelli favorevoli della maggioranza (150) e quelli contrari dell’opposizione (123). Tre gli astenuti. Al voto sono seguite un mucchio di polemiche tra gli schieramenti. Se da una parte il governo difende la possibilità, da parte del medico, di «intervenire a fronte di nuove evidenze scientifiche», dall’altra l’opposizione condanna il ddl, considerandolo «una presa in giro per i cittadini» perché «le loro dichiarazioni anticipate diventano carta straccia».

Nello stesso post, avevo ipotizzato cosa sarebbe successo se quanto stabilito dal ddl fosse divenuto legge prima che Eluana Englaro spirasse. La sua volontà, in questo caso, non sarebbe stata affatto sovrana, venendo di fatto annullata dalle decisioni dello Stato. Suo padre Beppino, letto il ddl, aveva commentato un mese prima dell’approvazione in Senato: «Ci stiamo incanalando in uno Stato etico, non in uno Stato di diritto», e ancora: «Cancellare l’idea costituzionale del diritto inviolabile della libertà della persona è inaccettabile», e ancora: «Sono convinto che gli italiani non si lanceranno imporre una legge del genere». Una legge da lui definita «una barbarie», «assurda e incostituzionale contro la quale è assolutamente necessario che i cittadini facciano sentire la propria voce». Poi, l’approvazione.

Beppino Englaro - Fonte: Web

Nel frattempo Beppino Englaro non ha cambiato idea e oggi, in un’intervista con “Repubblica”, ribadisce che il disegno di legge sul testamento biologico «va nella direzione opposta a quella giusta. È anticostituzionale. Antiscientifico. Intollerabile. Non degno di un paese civile». «Io dico no all’imposizione di cure e terapie. E dico no all’abbandono terapeutico», aggiunge.

Dopotutto Gianfranco Fini, durante il congresso fondativo del Popolo della libertà, gli ha dato sostanzialmente ragione affermando che il ddl è più da «Stato etico» che da Stato di diritto. «Che questo lo sottolinei Fini e che i senatori e i politici non se ne rendano conto è per me inconcepibile», commenta Englaro. Che adesso, se il ddl dovesse divenire legge, spera nel disappunto della Corte costituzionale.

Tuttavia sono molti gli emendamenti alla proposta di legge presentati alla Camera. Uno di essi, bipartisan, resuscita il carattere vincolante della Dat (quando c’è) e conferisce importanza al documento anche se scaduto (la Dat vale infatti cinque anni). Inoltre considera la possibilità di disattendere la rinuncia all’alimentazione e all’idratazione forzate da parte del paziente solo nel caso esistano prospettive di beneficio comprovate per la sua salute. In caso di assenza della dichiarazione, rimane nelle mani del medico la decisione finale sulla «modulazione e la via di somministrazione» di alimentazione ed idratazione, pur prevedendo che esse vengano concordate con l’eventuale fiduciario e i familiari.

Altri emendamenti, presentati dal Partito democratico, come quello di Angela Finocchiaro, modificano la proposta di legge, considerando idratazione e alimentazione oggetto della dichiarazione anticipata solo in casi particolari; altri, invece, come Umberto Veronesi, ritengono che idratazione e nutrizione debbano considerarsi terapie a tutti gli effetti e sostengono quindi il diritto del paziente a disporre in merito. Infine, 2.572 emendamenti tra «soppressivi, migliorativi e aggiuntivi» sono stati presentati dai Radicali e 8 dall’Udc.

Ma Beppino Englaro ha già ribattuto ai tentativi di trovare un compromesso: «Le società scientifiche si sono espresse: alimentazione e idratazione sono terapie. Rimane il concetto che si possa dire sì o no ad esse. Il resto sono cavilli».

San Giuliano ieri, L’Aquila oggi. Stesso dolore, stesse parole.

Thursday, April 9th, 2009

Su Google Earth, L’Aquila è tale e quale a com’era il 4 settembre 2006, quando la fotografò il satellite. Lo zoom sulla città plana lungo fasce di tetti rossi allineati, strade intatte, cupole inviolate. Google l’ha immortalata integra e intonsa. In foto è un luogo immobile: pure le auto rimangono ferme in mezzo al traffico, imbottigliate per sempre. Queste immagini sono ormai cartoline d’epoca, perché L’Aquila oggi è una città diversa. Cambiata per sempre. Come percorsa da un gigante. Sotto i suoi piedi si sono sbriciolate case e palazzi, ed esistenze sono state spezzate per sempre o, nei casi fortunati, soltanto interrotte, segnando il confine tra ciò che era e ciò che è.

L'Aquila in Google Earth

Con chi prendersela ora, per tutto questo? Chi maledire per le distruzioni immense e per le morti odiose? «Nessuno è senza colpa. Molti sono stati coinvolti nella costruzione dei palazzi crollati. Deve esserci un esame di coscienza senza discriminanti né coloriture politiche, non per battersi il petto, ma per capire cosa è indispensabile e urgente fare per evitare che questi fatti si ripetano e perché si possa fare prevenzione, non con fantasiose profezie o impossibili previsioni, ma apprestando mezzi indispensabili perché case ed edifici resistano», ha detto oggi il presidente della repubblica Giorgio Napolitano in visita a L’Aquila.

Il significato delle sue parole non è diverso da quello espresso solo un anno e mezzo fa, in occasione del quinto anniversario del terremoto di San Giuliano di Puglia, il 31 ottobre 2007, quando, in un messaggio al presidente del Comitato vittime della scuola elementare, Antonio Morelli, il presidente Napolitano aveva sottolineato la necessità di «promuovere una maggiore e più diffusa cultura della sicurezza nell’edilizia scolastica». Perché quel che accadde a San Giuliano non debba mai più ripetersi.

Già, San Giuliano. Morirono ventisei bambini allora, il 31 ottobre 2002, sotto le macerie dell’unico edificio del paese che non seppe reggere al terremoto: la scuola Francesco Iovine. Disse l’arcivescovo di Campobasso, monsignor Armando Dini, nel dì dei funerali, tre giorni dopo il disastro: «Qui manca la cultura della prevenzione. Dovremmo fare come in Giappone». Lo stesso presidente Carlo Azeglio Ciampi ribadì il concetto: «Occorre insistere sulla prevenzione».

Le accorate esortazioni di sette anni fa sono dunque identiche a quelle di oggi; tuttavia poco o nulla è cambiato da allora, se l’Italia piange ancora i suoi figli, sepolti sotto cumuli di macerie di palazzi che avrebbero dovuto ergersi sprezzanti del pericolo e invece si sono sgretolati miseramente.

Funerali delle vittime del terremoto di San Giuliano di Puglia - Fonte: Corriere della Sera

Le bare dei bimbi di San Giuliano erano bianche, bianchi i fiori che le ricoprivano. Una madre in nero salì sull’altare delle esequie e pronunciò parole semplici: «Io sono la mamma di Luigi, ma sono la mamma di tutti questi angeli. E a tutti chiedo una cosa sola: che le nostre scuole siano più sicure. Non voglio assolutamente che nessuna mamma e nessun papà, nessuno pianga più i suoi figli». Oggi a L’Aquila altre madri piangono su altre bare bianche, culle eterne dei loro bimbi innocenti, creature che la vita non volevano perderla e non l’hanno persa: la vita è stata loro strappata. Nessuna mamma e nessun papà, nessuno avrebbe più dovuto piangere i suoi figli. Lo disse quella madre affranta e tutti applaudirono. Ma non tutti, forse, ascoltarono davvero.

Michael Cipolla, una storia a lieto fine

Thursday, April 9th, 2009

Una buona notizia è buona il doppio in questi giorni di disperazione. Così, se una vicenda si conclude col lieto fine, non si tira un sospiro di sollievo ma due. Spazio alla lieta novella, allora. Il bimbo di cinque anni scomparso ieri a San Marco Argentano, comune della provincia cosentina, è ora di nuovo tra le braccia di papà Aldo e mamma Virginia.

Di Michael Cipolla, questo il suo nome, non si avevano notizie dalla tarda mattinata d’ieri, quando si era allontanato dal piazzale davanti casa, dove stava giocando col fratello maggiore, per raggiungere suo padre, che in quel momento stava lavorando i campi a pochi metri dal casolare. Michael aveva avvisato del suo spostamento la nonna, la quale però non l’ha più visto tornare e, non riuscendo a trovarlo, ha allertato i genitori. Dunque, segnalata la scomparsa del piccolo ai carabinieri, sono partite le operazioni di ricerca.

Le foto diffuse su Facebook

Tutta la zona di contrada Ghiandaro, località del comune di San Marco Argentano in cui si trova il casolare della famiglia Cipolla, è stata setacciata palmo a palmo per tutta la notte da carabinieri, polizia, vigili del fuoco, vigili urbani e protezione civile locale, coadiuvati da un elicottero della polizia e unità cinofile. Alla ricerca ha partecipato l’intera comunità cittadina. Nel frattempo è partito il tam tam su Facebook, dove sono state diffuse alcune fotografie del piccolo per aiutare le ricerche. Si temeva, in quelle ore di preoccupazione, che Michael fosse rimasto vittima di una disgrazia in un territorio di aperta campagna; per questo i soccorritori hanno controllato pozzi e canali d’irrigazione della zona.

In forte apprensione, com’è comprensibile, i genitori. «Rivoglio mio figlio, ridatemi mio figlio. È un angelo e quando lo vedrete capirete perché», urlava disperato il padre, che fa il bidello e che si era detto disponibile a pagare un riscatto se suo figlio fosse stato rapito. «Sono disposto a vendere tutto pur di riavere mio figlio. Sono disposto a pagare un riscatto. Sono pronto a vendere la casa ed il terreno». La probabilità veniva comunque considerata remota. L’ipotesi più accreditata rimaneva quella di un allontanamento del bimbo alla ricerca del papà, in seguito al quale però si sarebbe perso. Non si escludeva comunque l’eventualità di un incidente.

Per fortuna la vicenda si è conclusa questo pomeriggio nel migliore dei modi. Michael sta bene, ha solo qualche graffio sul viso e adesso è di nuovo in compagnia dei suoi genitori. Sarebbero stati alcuni parenti impegnati nella ricerca a trovarlo, richiamati dalle urla del bambino, in un canalone coperto di rovi e vegetazione, dove sarebbe caduto accidentalmente. La zona del ritrovamento dista due chilometri da casa, in località Iotta. Michael è quindi stato restituito alla famiglia dai carabinieri. Il ricongiungimento coi genitori è stato accompagnato da un lungo e commosso applauso.

In Giappone il terremoto non fa paura. Neppure da morti.

Wednesday, April 8th, 2009

Secondo un’antica leggenda giapponese, il terremoto in quelle zone è dovuto all’agitarsi di un pesce gatto gigantesco che se ne sta rintanato sotto l’arcipelago nipponico: coi suoi movimenti, il pesce scuote il Paese, causando il sisma. Dovendoci avere a che fare, il Giappone si è impegnato a trovare un modo per incassare i suoi colpi di coda facendosi meno male possibile, ed oggi è all’avanguardia nelle tecniche antisismiche. Nella costruzione degli edifici, per esempio, ricorre a cuscinetti, sistemati alle fondamenta e tra un piano e l’altro in modo da attutire i colpi, e all’acciaio elastico e alla fibra di carbonio per i pilastri delle strutture. In tal modo, il rischio di crollo risulta estremamente ridotto. Al punto che, se in Calabria un terremoto d’intensità 7,5 della scala Richter causerebbe tra le 15 e le 32mila vittime, a Tokyo i morti sarebbero molti di meno.

Il pesce gatto che secondo la leggenda causa il terremoto in Giappone - Fonte: Web

I nipponici hanno pensato persino ai cimiteri, perché i defunti possano davvero riposare in pace per l’eternità. Nel 2007, alcuni ricercatori dell’Università di Kanazawa hanno ideato il modo di costruire tombe e lapidi capaci di sopportare scosse fino all’ottavo grado della scala Richter. Le parole d’ordine, per i vivi e per i morti, sono sempre le stesse: resistenza e flessibilità. I giapponesi di oggi le hanno imparate osservando le antiche pagode buddhiste, costruite secondo criteri antisismici incredibilmente moderni: i piani oscillano controbilanciandosi intorno ad un’asse centrale che viene chiamata shinbashira.

Visti i traguardi raggiunti dal paese del Sol levante in materia di norme antisismiche, a ragione oggi Alessandro Martelli dell’Università di Ferrara, docente di Costruzioni in zona sismica, presidente dell’Associazione nazionale d’ingegneria sismica e dirigente della sezione Prevenzioni rischi naturali dell’Enea, afferma che «in Giappone un terremoto come quello dell’Aquila non sarebbe neanche finito sul giornale». Nel giugno dello scorso anno, quando un sisma d’intensità pari a 7,2 gradi della scala Richter colpì il nord est del Giappone, 29mila abitazioni collocate nella zona colpita rimasero senza elettricità, ma le vittime furono poche decine. I feriti duecento.

Rui Pinho è un collega di Martelli. Insegna Meccanica strutturale all’Università di Pavia e presso l’European Centre for training and research in earthquake engineering è responsabile del settore rischio sismico. «Non esiste terremoto in grado di far crollare un palazzo costruito adottando tutti i dispositivi dell’ingegneria antisismica. Lo provano i casi di California e Giappone, dove sismi molto potenti provocano danni limitati», sostiene. E per danni limitati s’intende che di persone ne muoiono molte di meno rispetto all’Italia.

L’Italia? Che succede in Italia? In Italia molti danni, molti morti. In Italia un terremoto d’intensità di due gradi inferiore miete un numero incredibilmente più alto di vittime. Perché? Le Nazioni Unite, domandandosi come possa succedere che un sisma di forza moderata come viene considerato quello che ha colpito l’Abruzzo possa causare danni enormi, ha individuato il problema nel fattore portafogli: «Costruire un edificio nuovo nel rispetto delle norme antisismiche fa lievitare la fattura del 3-5 per cento. Risparmiare una cifra ridicola e non rispettare le norme di sicurezza è un gesto criminale». Sono le parole di Pascal Pedruzzi, consigliere scientifico dell’Agenzia Onu Isdr, International Strategy for Disaster Reduction.

Ma la prevenzione di un disastro simile può davvero essere affidata alla disponibilità a mettere mano al portafogli? O piuttosto è il sistema delle leggi a dover garantire che gli edifici vengano costruiti secondo le norme antisismiche? «Da noi l’applicazione della legge che impone criteri antisismici per gli edifici di nuova costruzione viene rimandata in continuazione», afferma Martelli. Il collega Pinho è d’accordo: «L’Italia ha una normativa e un livello della ricerca che sono all’avanguardia nel mondo. Il vero punto debole è l’applicazione delle leggi».

E le leggi il modo per convivere col pesce gatto responsabile dei terremoti ce lo suggeriscono pure. A differenza dei giapponesi, però, finché possiamo ci infischiamo del pesce gatto, delle sue inquietudini e delle leggi. Finché le leggi, adeguatamente applicate, non ci obbligheranno a fare il contrario.

Non abitiamo una terra immobile

Tuesday, April 7th, 2009

C’è una giostra al luna park che gira, gira, gira come una trottola. Chi ci sale, deve riuscire a rimanere in piedi su questo disco rotante, come un surfista deve riuscire a dominare le onde dritto sulla sua tavola. Sembra improbabile, ma coloro che hanno deciso di raccogliere la sfida hanno trovato il modo di vincerla: basta piazzarsi il più vicino possibile al centro della piattaforma, in quella zona di stabilità relativa dove i movimenti sono attenuati. Qui puoi correre comunque il rischio di cadere, certo, ma sicuramente in misura minore rispetto ai margini del disco. I ragazzini ardimentosi sono saliti sulla giostra e finiti gambe all’aria una, due, tre volte. Poi però hanno capito il trucco, o qualcuno gliel’ha svelato in gran segreto, ed ora si atteggiano a gran fighi, in piedi sul disco che ruota, con le quattordicenni che li guardano ammirate e timide. Easy: basta scoprire il trucco e il gioco è fatto.

Ammetto che il paragone può sembrare banale e forse lo è. Certo non ad una giostra si pensa dinanzi alla tragedia di un terremoto. Ma i fighetti sul disco che balla dovrebbero insegnarci come si fa a non cadere per la quarta volta, come si fa a rimanere trionfalmente in piedi mentre la giostra tenta di sballottarci qua e là. Invece noi italiani, ignari di essere clienti abituali del gestore della giostra, non ci curiamo del suo continuo girare, e muoversi, e spostarsi e ce ne stiamo tranquilli, pensando di esser saliti su una pacifica ruota panoramica e di poterci godere la vista e la vita indisturbati.

La realtà invece è un’altra. Siamo nati in sella alla giostra Italia, una terra viva e vitale. Una terra dalla natura inquieta, con la quale fatichiamo a fare i conti. La vorremmo calma, fissa, immobile e facciamo finta che sia tale. Così costruiamo case, scuole, ospedali fragili. Più adeguati a fare un giro su una ruota panoramica che non su una giostra selvaggia.

Terremoto in Abruzzo - Fonte: Corriere della Sera

Finisce che la trottola Italia sobbalza e gli edifici crollano come castelli di carte. Giù palazzi ed ospedali, prefetture e case dello studente. Così, d’un tratto, si scopre quello ch’era già noto: che non erano poi così robusti, non erano poi così antisismici. Non rimangono in piedi nemmeno gli edifici di costruzione più recente. Tutti sbriciolati come stretti da una morsa, investiti da un turbine.

La scena è uguale ovunque. Intorno alle case sfatte la gente forma semicerchi, come dinanzi ad un altare. I piani collassati, uno sopra l’altro. Il divano del ragazzo del terzo piano accanto alla credenza della signora del secondo. Il letto matrimoniale dell’inquilino del primo piano sopra il frigorifero di quello del piano terra. Vite che si mischiano l’una con l’altra. Esistenze confuse, storie ammassate in un mucchio di calcinacci, accalcate nell’immensa discarica delle vite che furono. E allora pianti, disperazione, gare di solidarietà. Mea culpa. Bisognava costruire edifici sicuri, a norma. Mettere in sicurezza quelli già esistenti. Fare in modo che non si sgretolassero appena trema la terra. Bisognava vigilare sulla qualità dei materiali. Mea culpa. Si accenda una candela in ricordo di quei bimbi volati in cielo per esser rimasti schiacciati sotto il tetto della loro casa. Si aiutino gli sfollati inviando una donazione al conto corrente. Promesso però: la prossima volta le cose andranno diversamente. Costruiremo edifici sicuri, a norma. Metteremo in sicurezza quelli già esistenti. Faremo in modo che non si sgretolino appena trema la terra. Vigileremo sulla qualità dei materiali.

Sarà così? Oppure si spegneranno i riflettori e la pietà umana, e giornali e televisioni si daranno appuntamento al prossimo terremoto per raccontare il dramma sempre uguale dell’Italia incapace di fare i conti con se stessa? Non abbiamo imparato dai giri di giostra passati; sarà questo a cambiare le cose?

Ci sarà un altro terremoto, in futuro, da qualche parte. E questa è una certezza che data dalla natura della terra che abitiamo, non da una previsione alla quale si può credere o non credere. Sobbalzerà ancora la trottola, e dobbiamo imparare il trucco. Se vogliamo rimanere in piedi.

Terremoto in Abruzzo, tragedia annunciata o catastrofe imprevedibile?

Monday, April 6th, 2009

Quella che dovrebbe rappresentare la prova di ciò che aveva affermato ce l’abbiamo sotto gli occhi. Il grande terremoto in Abruzzo c’è stato, seppure con una settimana di ritardo rispetto a quando previsto, ed ora è più facile per tutti credere alle sue parole. Per questo oggi Giampaolo Giuliani, ricercatore presso i Laboratori nazionali del Gran Sasso, potrebbe dire di averci avvisati. Egli infatti, domenica 29 marzo, cioè una settimana fa, aveva alzato il telefono e chiamato i vigili urbani di Sulmona per comunicar loro una semplice notizia: sta per arrivare il terremoto, e sarà disastroso. Uomo avvisato. I vigili chiamano il sindaco della città, Fabio Federico, che si trova a Roma per il congresso del Pdl. Federico parla al telefono con Giuliani, che rinnova l’annuncio della catastrofe: da lì a poche ore un terremoto devasterà Sulmona.

In un film americano stile Armageddon, il sindaco avrebbe prontamente allertato rigorosi dirigenti in divisa, uomini svelti dalla risposta pronta, i quali avrebbero messo in moto la macchina della sicurezza immediatamente, senza alcuna esitazione, con in testa idee chiarissime su cosa fare e non fare. Il sindaco Federico invece ci pensa e ci ripensa. «Non sapevo che fare: far scattare il piano d’evacuazione o far finta di niente?». Alla fine sceglie la seconda.

I suoi amministrati, invece, nel dubbio che Giuliani abbia ragione, scendono in strada muniti di materassi e affollano le palestre. Non si può mai sapere. Anche se credere a questo Giuliani che prevede ciò che non si può prevedere sembra una follia. Ma perché correre il rischio? E se fosse vero che a breve la terra tremerà come non mai? Soltanto poco prima, del resto, una scossa di magnitudo 4 aveva colpito la città. La gente, nel dubbio, crede a Giuliani e si diffonde il panico. Talmente tanto che la commissione Grandi Rischi della Protezione Civile, due giorni dopo, martedì 31 marzo, si riunisce d’urgenza non perché un pericolo esista davvero e mettere quindi in guardia la popolazione, ma per dire che esso non è affatto fondato. «Non c’è alcun pericolo in corso», «la situazione è monitorata ora per ora», si affretta a sostenere. «Non è possibile prevedere in alcun modo il verificarsi di un sisma», precisa. E Bertolaso rincara la dose, chiamando «imbecilli» quelli che «si divertono a diffondere notizie false». Giampaolo Giuliani si prende pure una denuncia per procurato allarme. È martedì e al gran terremoto mancano soltanto cinque giorni, ma intanto lo scisma annunciato non si è verificato, dunque il ricercatore viene sospettato di essere solamente un ciarlatano.

Il primo aprile esce sul “Corriere della sera” la notizia del «disastro» annunciato da Giuliani ma mai avvenuto, tant’è che lo chiamano ormai «il terremoto che non c’è». Qualcuno, commentando la notizia, afferma che i profeti non esistono. Occhio, quindi. «Anche i Giapponesi – dice – hanno provato ad adottare lo studio di Giuliani ma non mi risulta che l’abbiano adottato. Inoltre Giuliani non è uno scienziato (a me quantomeno non risulta ma potrei essere smentito). È un tecnico di laboratorio e non mi risulta essere laureato». Insomma non c’è da credergli.

Intanto però Giuliani, dal suo osservatorio del Gran Sasso, vede avvicinarsi il terremoto. Il gas radon si sprigiona sempre più in grande quantità dalla crosta terrestre, ed è il segno che si sta per verificare un sisma, perché il gas si libera dal sottosuolo quando le faglie si attivano. Sono anni ch’egli sostiene che i due eventi, la fuoriuscita di radon e il verificarsi di un terremoto, sono collegati e che perciò monitorare la prima può permettere di prevedere il secondo. È come una spia che si accende, avvisando che sta per avvenire una tragedia, ma che si decide di ignorare perché non si crede che funzioni davvero. Perché lo sanno tutti che i terremoti non si possono prevedere, e certamente non può farlo questo Giuliani. Snobbato dalla Protezione civile, il ricercatore si deve tenere per sé la percezione dell’allarme. Anche quando questa notte il suo sismografo segnala il pericolo.

Terremoto in Abruzzo - Fonte: Web

Ore 3.32: la scala Richter segna 5,8 gradi. Il sisma, con epicentro poco distante da L’Aquila e profondo 8,8 chilometri, è avvertito in tutto il Centro Italia. Nove ore dopo, si contano cinquanta morti, ma il bilancio è destinato ad aumentare. Tantissimi gli sfollati: tra i 45 e i 50mila le persone costrette ad abbandonare la propria casa, crollata o lesionata dal terremoto della notte o dalle scosse che si succedono rapidamente. Per loro vengono allestiti diversi campi a L’Aquila, per circa 7mila posti, ma molti sono sistemati anche negli alberghi rimasti in piedi e negli impianti sportivi. Nel frattempo, in centinaia vagano per le strade in stato di choc. Alcuni di loro hanno perso i propri familiari.

Il caos rende più problematici i soccorsi. Il capo della polizia Antonio Manganelli chiede di «non intasare le strade che saranno sede di carovane di soccorsi». La stessa sede della prefettura, dalla quale sarebbero dovuti partire gli interventi, è completamente distrutta, così come danneggiati sono l’edificio della provincia dell’Aquila e vari uffici della Regione Abruzzo. Crollate case degli studenti nel capoluogo, in via Sant’Andrea e in via XX settembre: dalle macerie un ragazzo viene estratto vivo, ma altre decine sarebbero ancora sepolti là sotto. Colpita la chiesa di Santa Maria del Suffragio in piazza Duomo. Gravissimi i danni in provincia, soprattutto a Paganica, ridotto ad un paese fantasma come riferiscono le cronache, e ad Onna, dove la metà delle case è distrutta, ma anche a Sulmona, a Castel di Sangro e ad Avezzano. A Palena, in provincia di Chieti, un uomo si è buttati per la paura dal terzo piano. Lesioni vengono segnalate anche fuori regione: a Sora, in provincia di Frosinone, e nel territorio di Rieti. Tra l’altro molte zone rimangono isolate per diverso tempo: nelle prime ore di luce vengono ripristinate le linee telefoniche fisse e mobili, elettriche e ferroviarie principali.

In tutto gli edifici colpiti, secondo le prime stime, sarebbero circa 15mila. Lo stesso ospedale, colpito dal sisma, dispone soltanto di una sala operatoria perché le altre sono inagibili. I medici prestano le prime cure all’aperto, mentre i feriti più gravi sono trasferiti in elicottero nei nosocomi di Roma e Rieti.

Il sisma è dunque poi arrivato, devastante e terrificante, e lo stesso Giuliani oggi è uno sfollato, come altre migliaia di persone. «Tutti potevano osservarlo e tanti l’hanno osservato. Poteva essere visto se ci fosse stato qualcuno a lavorare o si fosse preoccupato», afferma pieno di amarezza il ricercatore a poche ore dal terremoto. «Se commento adesso c’è il rischio che a me domani mi mettano in galera. Non è vero, è falso che i terremoti non possono essere previsti. Sono quasi dieci anni che noi riusciamo a prevedere eventi in un raggio d’azione di 120-150 chilometri dai nostri rilevatori. Sono tre giorni che vedevamo un forte incremento di radon, e i forti incrementi di radon al di fuori dalla soglia di sicurezza significano forti terremoti. Ma questa notte anche la sala sismica si sarebbe potuta accorgere che ci sarebbe stato un terremoto molto forte, perché il mio sismografo denunciava una forte scossa di terremoto, e ce l’avevamo online. Tutti potevano osservarlo e tanti l’hanno osservato. E si sono resi conti che le scosse crescevano. Anche la tecnologia classica avrebbe potuto prevederla se ci fosse stato qualcuno a lavorare, se qualcuno si fosse preoccupato». Giuliani non smette di ribadire che radon e terremoto formino un binomio esatto. «Questi scienziati canonici, che possono dire che i terremoti non potranno mai essere previsti – dice – loro lo sapevano che i terremoti invece possono essere previsti».

Giuliani, in un’intervista al quotidiano “Capoluogo d’Abruzzo”, aveva sostenuto il 23 marzo che si tratta di utilizzare lo strumento giusto, che in questo caso si chiama «rilevatore gamma». In sostanza, grazie a questo speciale radometro, un misuratore del livello di radon, è possibile prevedere l’arrivo di un terremoto da 6 a 24 ore prima che si verifichi. Aveva spiegato il ricercatore: «Con la tecnologia che utilizza oggi la scienza per vedere i terremoti non è possibile e non sarà mai possibile prevedere un terremoto. La scienza utilizza il sismografo che permette di vedere l’evento dopo che si è verificato, utilizza i classici radometri che permettono di vedere il radon ma non permettono di rilevare il precursore sismico contenuto nel radon. Lo strumento che noi abbiamo fatto (all’inizio non pensavamo di ottenere questi risultati) ci ha permesso di rilevare nel continuo di questo elemento il precursore sismico che si presenta da 6 a 24 ore prima di un terremoto». «Se noi avessimo una rete di questi rilevatori potremmo monitorare interi territori e avere informazioni da 6 a 24 ore prima di un evento sismico. Poter controllare grandi edifici, ponti, viadotti ed avere la possibilità di sapere in anticipo l’evento disastroso che si potrà verificare». Grazie a questi «rilevatori gamma», «posti in diversi punti in Abruzzo, presso i Laboratori nazionali del Gran Sasso e il Laboratorio di fisica nucleare al Gran Sasso», aveva affermato Giuliani, «abbiamo la possibilità di conoscere l’intensità dell’evento e dove potrà verificarsi. Oggi noi sappiamo che il terremoto lo possiamo prevedere, anche se solo con 24 ore di anticipo».

È questa, dunque, come molte altre così definite, una tragedia annunciata?

Secondo l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, allo stato attuale delle conoscenze non è possibile prevedere dove, quando e con che forza si verificherà un terremoto, anche in presenza di sequenze o sciami sismici (come avviene in Abruzzo dal 16 gennaio) che nella maggior parte dei casi non sono portatori di forti eventi sismici. Lo stesso Guido Bertolaso, poche ore dopo il terremoto, ribadisce che una scossa così intensa, tanto da far parlare della «peggiore tragedia dall’inizio di questo millennio», «era impossibile da prevedere», anche se molti «pontefici» ora sosterranno il contrario. «La commissione grandi rischi presieduta da Franco Barberi si è riunita a L’Aquila con tutti i tecnici locali, con il prefetto vicario e l’assessore regionale della Protezione civile. C’erano tutti i più importanti sismologi compreso Enzo Boschi dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Li ho mandati lì – continua il capo della Protezione civile – proprio perché a seguito di queste continue scosse nella zona avevo bisogno di avere elementi. E le conclusioni della commissione nazionale, massimo organo tecnico-scientifico d’Italia, erano che non si poteva assolutamente prevedere che cosa sarebbe accaduto nei giorni successivi. Mi aspetto che di ovviamente questo se ne parlerà a lungo. È ben evidente che non avremmo mai immaginato di dover evacuare una intera regione come l’Abruzzo senza sapere quello che sarebbe accaduto successivamente. Purtroppo, aldilà di tenere tutta la struttura allertata e dopo cinque minuti eravamo già in sala operativa a lavorare, non potevamo fare altro».

Attendere prego, linea (24) occupata

Friday, April 3rd, 2009

Chi ha partorito il piano dice di averlo fatto per il loro bene, perché non siano più costretti a farsi due chilometri a piedi fino alla fermata dell’autobus. Dice che questa novità di una linea in più garantirà un servizio più efficiente. E poi l’autobus, che vuoi di più?, andrà a prenderli direttamente sotto casa. O meglio: sotto il centro. Di accoglienza. Quello di Borgo Mezzanone, il secondo in Italia dopo quello di Lampedusa, in provincia di Foggia.

Infatti i fortunati utenti per i quali è stato pensato il pullman galantuomo che aspetta davanti alla porta si chiamano immigrati in attesa di asilo presso il Centro di accoglienza di Borgo Mezzanone. Qualcuno ha pensato di riservare loro un autobus a parte, dedicato, che faccia il suo percorso: l’Ataf, Azienda trasporti automobilistici Foggia, che ha istituito la nuova linea dopo una serie di incontri in prefettura e di concerto col ministero dell’Interno.

Centro di accoglienza di Borgo Mezzanone - Fonte: http://vdscapriate.blogs.it

Se tutto andrà come stabilito, dal prossimo lunedì gli ospiti del centro di accoglienza usufruiranno della linea 24/1, quella creata apposta per loro, che li porterà fino al piazzale della stazione di Foggia. Gli abitanti del Borgo attenderanno invece l’arrivo dell’autobus (un altro, il 24) nel centro della frazione, appunto due chilometri più avanti rispetto al centro di accoglienza, per poi scendere non sul piazzale delle ferrovie di Foggia ch’è il capolinea dell’autobus degli immigrati, bensì in via Galliani, qualche centinaio di metri più in là.

Insomma le due linee 24 e 24/1 sono state progettate in modo che residenti ed immigrati possano accuratamente evitarsi. Sì, perché la decisione di separare le utenze non sembra esser legata, o almeno non soltanto, all’attenzione da parte delle istituzioni alle esigenze degli immigrati, alla necessità di offrire loro «un servizio migliore», creando una linea apposita, e indubbiamente più «comodo», facendo partire l’autobus dal Centro, come precisato dal sindaco di Foggia, Orazio Ciliberti, e ribadito poi da Paolo Di Nunzio, presidente della circoscrizione di Borgo Mezzanone. Non pare si tratti solamente di questo. La linea 24/1, più che il simbolo di un servizio aggiuntivo, sembra il segno della difficoltà d’interazione tra comunità che, indipendenti nella vita, sull’autobus per Foggia devono invece convivere.

Tra i sedili del pullman da cinquanta posti per la città, troppo stretti nei corridoi, italiani ed immigrati hanno infatti finito per litigare. «Ai capolinea abbiamo avuto problemi più volte, tanto da chiedere alla prefettura un presidio che vigilasse», riferisce il presidente dell’Ataf, Giuseppe Marasco. Inizialmente, s’è pensato di istituire una seconda linea, con punto di partenza uguale per residenti ed immigrati. Neppure questa soluzione dev’essersi rivelata efficace se si è poi deciso di differenziare completamente le due linee 24 e 24/1, prevedendo punti di partenza e d’arrivo diversi. In modo che le utenze potessero muoversi lungo percorsi indipendenti. D’altronde Ciliberti non nega che dietro all’iniziativa ci sono «motivi di sicurezza» e l’intenzione di «prevenire» gli «attriti tra la popolazione e gli immigrati».

Razzismo? Nuova apartheid? «Nessuna ragione di razzismo», sostiene Ciliberti. Si tratta soltanto di «sicurezza». «Nessuno impedisce agli immigrati di prendere l’altra linea», aggiunge il sindaco di Foggia. Certo, sarebbe consigliabile che gli immigrati s’imbarchino sul 24/1, ora che l’Ataf ha «dovuto creare un’altra linea e quindi raddoppiare i pullman, che costano in media, tra gasolio e manutenzione, 10mila euro al mese», come spiega Marasco. Sarebbe consigliabile, adesso che per loro un altro modo per raggiungere la città esiste, e non c’è più la necessità che affollino proprio il pullman degli italiani.

Biotestamento: caro dottore, sia fatta la tua volonta’

Tuesday, March 31st, 2009

Coloro che credono di poter decidere in totale e completa autonomia di quali e quante cure e terapie beneficiare si sbagliano. Chi, dopo la vicenda Englaro, s’è affrettato ad affidare a YouTube il proprio testamento biologico (come questo), magari esprimendo chiaramente la volontà di non essere sottoposto ad alimentazione ed idratazione forzate, ha perso tempo. Infatti, l’ultima parola riguardo alla vita e alla morte del paziente non spetta a quest’ultimo, bensì al medico curante. E non per la missione che gli è propria di garantire la salute dell’individuo e salvargli la vita laddove essa fosse in pericolo, ma perché sta a lui decidere se seguire o no la volontà del paziente in fatto di trattamento sanitario.

In buona sostanza, il paziente non detiene completamente il potere di decidere per se stesso in merito ai trattamenti cui essere sottoposto, perché a decidere davvero è il medico. La sua volontà insomma non è sovrana; il medico non per forza deve adeguarsi ad essa. Può tranquillamente non farlo, se lo ritiene. O almeno questo è quanto è stato approvato dal Senato con 150 voti favorevoli, 123 contrari e 3 astenuti. Vediamo, in sintesi, cosa prevedono le “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento” che dovranno ora essere approvate dalla Camera.

Fonte: Web

Si ribadisce innanzitutto che la vita umana è un «diritto inviolabile e indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui la persona non sia più in grado di intendere e di volere» e che «nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge» (?). Su ogni trattamento sanitario dev’esserci l’accordo del paziente, da questi (o dal suo tutore) espresso formalmente tramite un «documento di consenso informato, firmato dal paziente, che diventa parte integrante della cartella clinica» e che può comunque essere revocato. Questo passaggio viene saltato a pie’ giunti in caso di emergenza.

Veniamo alla cosiddetta Dat, la dichiarazione anticipata di trattamento. Si tratta di un documento, valido per tre anni e revocabile e modificabile in ogni momento, con cui una persona, nella piena capacità di intendere e di volere e cosciente della propria situazione medico-clinica, decide se essere sottoposta o meno a trattamento sanitario, a meno che questa sua decisione non violi il codice penale. Nel caso in cui questa stessa persona dovesse ritrovarsi nella condizione di non poter assumere decisioni che la riguardano perché non più in grado di intendere e di volere, la dichiarazione anticipata di trattamento è il documento che manifesta la sua volontà.

C’è un però: con la dichiarazione non si può disporre in merito all’alimentazione e all’idratazione, perché esse sono considerate «forme di sostegno vitale fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita». Anche se una persona esprimesse con la dichiarazione anticipata di trattamento la volontà di non essere sottoposta ad alimentazione ed idratazione, essa non avrebbe concretamente alcun peso.

Ma pure tutte le altre disposizioni della Dat possono essere di fatto annullate dal medico curante, il quale può decidere se attenersi ad esse o meno. Le indicazioni vengono valutate dal medico «in scienza e coscienza, in applicazione del principio dell’inviolabilità della vita umana e della tutela della salute». Insomma a lui la responsabilità di applicare o no la volontà del paziente. A lui la decisione.

Poniamo il caso che questa legge fosse andata in vigore qualche anno fa e mettiamo che Eluana Englaro avesse scritto la sua dichiarazione anticipata di trattamento esprimendo la volontà di non essere sottoposta ad alimentazione e idratazione forzate. Essa non avrebbe alcuna validità, perché, secondo quanto previsto dal ddl, l’alimentazione e l’idratazione «non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Su questo insomma decide lo Stato.

È un emendamento dell’Udc ad aver eliminato dal ddl l’obbligo del medico di attenersi alla volontà del paziente rifacendosi alla dichiarazione anticipata di trattamento. Firmato da Antonio Fosson, l’emendamento è stato approvato dal Senato con 136 voti favorevoli e 116 contrari.

Il vicepresidente dei senatori del Popolo della libertà, Gaetano Quagliarello, ha dichiarato in merito: «Vogliamo lasciare al medico un margine per poter intervenire a fronte di nuove evidenze scientifiche». Su tutte le furie l’opposizione. La capogruppo del Partito democratico, Anna Finocchiaro: «Agli italiani avete spiegato che questa era una legge per poter scrivere il proprio testamento biologico, ora gli dire che invece non contano più niente». Felice Casson del Partito democratico: «È una presa in giro per i cittadini. Le loro dichiarazioni anticipate diventano carta straccia».

Il “Guardian”: «Sull’Italia l’ombra del fascismo»

Monday, March 30th, 2009

Si stende sull’Italia l’«ombra del fascismo». Lo scrive oggi il “Guardian” che, in un editoriale dal titolo «Italy: Fascism’s shadow», evidenzia come l’Italia, «diversamente dalla Germania del dopoguerra», non si sia «mai confrontata completamente con l’eredità del fascismo. Come risultato, mentre il neofascismo non è mai davvero riemerso in Germania, in Italia c’è stata una significativa continuità», che si è ora «rafforzata». «È questo – sostiene il “Guardian” all’indomani del congresso fondativo del Popolo della libertà – un giorno vergognoso per l’Italia».

«L’ultima mossa di Berlusconi – si legge a proposito dell’avvenuta unione tra Forza Italia e Alleanza nazionale – può lasciare un segno più durevole sulla vita pubblica italiana di ogni altra cosa il magnate populista abbia fatto», e ciò perché Forza Italia si è fusa proprio con Alleanza nazionale che, osserva il “Guardian”, «deriva direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini». Per il quotidiano inglese, dunque, il Bel Paese non ha mai rotto davvero col passato, con il quale si ravvisa una certa «continuità».

Pur riconoscendo che «An ha percorso una lunga strada in sessant’anni» e che «il suo leader, Gianfranco Fini, ha smesso i vecchi abiti politici ed ha condotto il suo partito in direzione del centro» ed oggi «parla di necessità di dialogo con l’Islam, denuncia l’antisemitismo, e patrocina un’Italia multietnica», il “Guardian” non manca di sottolineare come Berlusconi faccia «fatica» ad «accordarsi» con queste posizioni, viste «le sue campagne populiste anti-zingaro e anti-immigrato» e la «predisposizione» ad un «razzismo soft-core». «È davvero scioccante – osserva il quotidiano inglese – il pensiero che vi sia un capo di governo tra i venti leader mondiali nel summit economico di Londra di questa settimana che ha riedificato la sua base politica su fondamenta gettate dal fascismo».

E sulla figura del premier italiano, il “Guardian non fa sconti”. «L’obiettivo principale di Silvio Berlusconi come presidente del consiglio italiano è sempre sembrato sfacciatamente ovvio – si legge in apertura di articolo. Sin da quando egli ha cavalcato il vuoto politico creato nel 1993 dallo scandalo del governo contemporaneo da una parte e il crollo del comunismo italiano dall’altra, Berlusconi ha usato la sua carriera politica e il potere per proteggere se stesso e il suo impero mediatico».

Berlusconi, Di Pietro e la loggia P2

Sunday, March 29th, 2009

Il cancan delle dichiarazioni, tra repliche e controrepliche e repliche alle controrepliche, come al solito non s’è fatto attendere. Il vulnus scatenante è costituito stavolta dalle parole di Antonio di Pietro, il quale, dopo aver ascoltato la trionfale chiusura del primo congresso del Popolo della libertà da parte del premier Silvio Berlusconi, ha dichiarato d’aver intravisto nel suo stile modi da «ducetto» ed ha aggiunto che il presidente del Consiglio «vuole azzerare la Costituzione e diventare il padre padrone della sua nuova azienda “Italia”», che «propone la riforma dei regolamenti parlamentari al solo fine di eliminare definitivamente quel che lui considera un inutile ingombro, ossia l’opposizione» e infine che «pretende che vengano dati maggiori poteri al premier, cioè a lui, così avrà mano libera su quello che lui percepisce come una zavorra: la democrazia».

Dopo Di Pietro, ecco il leader dell’Unione di centro, Pierferdinando Casini, che, ospite della trasmissione “In 1/2 ora” su RaiTre, afferma: «Splendido dal punto di vista scenico, ha ricalcato anche nel discorso quello di 15 anni fa». «Nel frattempo Berlusconi è stato 7 anni, la meta’ del tempo, a Palazzo Chigi, e oggi ripropone le stesse cose come se fosse Alice nel paese delle meraviglie». Quindi Anna Fiocchiaro, presidente dei senatori del Partito democratico: «Un refrain che e’ sempre lo stesso. Un Paese nelle mani di un uomo solo, un’idea di partito quasi confessionale, la sottovalutazione dei reali problemi del Paese».

silvio berlusconi primo congresso popolo della libertà marzo 2009

Berlusconi ha sostenuto questa mattina sul palco del congresso: «La Costituzione assegna al presidente del Consiglio dei poteri quasi inesistenti. In altri Paesi, invece, il premier ha poteri veri: in Italia ahimé ha solo poteri finti e così il governo non può intervenire con prontezza e lo Stato non può funzionare. Il Paese ha bisogno di governabilità». In particolare, Berlusconi ha in mente di modificare, «senza stravolgerla», la seconda parte della Carta costituzionale che, afferma, «va rivitalizzata e arricchita. Una delle missioni della nostra maggioranza – ha detto il presidente del Consiglio – è ammodernare l’architettura istituzionale dello Stato».

Ma torniamo a Di Pietro. Più che un progetto d’ammodernamento, egli scorge all’orizzonte italiano una fase d’arretramento, che porterà il Paese ad essere tale e quale a come fu pensato trent’anni fa da Licio Gelli, Gran Maestro Venerabile della loggia Propaganda Due. «Dopo il controllo dell’informazione, l’attacco all’indipendenza della magistratura, l’indebolimento del sindacato, ecco il potere assoluto – sostiene Di Pietro – ultimo tassello per il compimento del Piano di rinascita democratica della P2, di cui Berlusconi è un noto affiliato».

Il Piano di rinascita democratica è il documento d’intenti della loggia massonica Propaganda Due, definita brevemente P2. Viene sequestrato nel 1982 all’aeroporto di Fiumicino sul fondo di una valigia della figlia di Licio Gelli, Maria Grazia, che sta rientrando in Italia da Nizza. Si legge in premessa al documento: «Il piano tende a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori». E poi: «I programmi a medio e lungo termine prevedono alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali». Insomma: il piano si propone di “restaurare” le istituzioni fondamentali, di sollecitazione in sollecitazione, per poi ritoccare la Costituzione. Tali interventi interessano i partiti politici, la stampa, i sindacati, il Governo, la magistratura, il Parlamento e non sono finalizzati, precisa il piano, al rovesciamento del sistema. Soltanto alla sua modifica, tramite quella degli organismi principali e dunque della Costituzione.

Un anno prima del ritrovamento del Piano di rinascita democratica, nel corso d’indagini dalle finalità diverse, vengono rinvenute le liste dei 962 affiliati (o presunti tali) alla loggia P2, nella cassaforte della fabbrica d’abbigliamento Gio.Le di Castiglione Fibocchi. Nell’elenco compaiono i nomi di tre ministri e quarantaquattro parlamentari in carica, insieme con quelli di sessanta politici, cinquantadue dirigenti ministeriali, ma anche numerosi militari, banchieri, industriali, medici, docenti universitari, commercialisti, avvocati, magistrati, imprenditori. In particolare la tessera numero 625 corrisponde ad un certo Silvio Berlusconi. Il quale una decina d’anni più tardi entrerà in politica. Ma questa è un’altra storia?

Gomorra c’e’. E stasera torna in tv.

Wednesday, March 25th, 2009

Loro aspettano, e il mio destino ovviamente sarà questo, semplicemente che la mia parabola scenda e che in qualche modo l’attenzione intorno a me, intorno ai miei libri, intorno alla mia vicenda scemi. Tutto qui.

Roberto Saviano

Roberto Saviano stasera torna in tv. Come annunciato nella puntata di sabato scorso da Fabio Fazio, il famoso giornalista e scrittore napoletano autore di Gomorra sarà ospite di “Che tempo che fa”. L’ultima apparizione pubblica di Saviano, che da quando il suo libro è diventato un caso editoriale (e non solo) vive sotto scorta, risale alla scorsa domenica, quando a sorpresa è salito sul palco della manifestazione organizzata dall’associazione Libera contro tutte le mafie. In quell’occasione, Saviano ha letto i nomi di alcune tra le centinaia vittime della mafia ricordate durante lo scorrere del corteo lungo le vie di Napoli. Questa sera dunque si apriranno nuovamente per lui le porte degli studi Rai. La trasmissione andrà in onda alle 21.10 sulla terza rete e durerà due ore.

Ci saranno anche Paul Auster e David Grossman, entrambi scrittori di fama internazionale: il primo è autore, tra le altre cose, della Trilogia di New York e del romanzo L’invenzione della solitudine; David Grossman, ritenuto uno tra i più grandi scrittori contemporanei, ha scritto Qualcuno con cui correre e più di recente A un cerbiatto somiglia il mio amore.

Roberto Saviano - fonte: Web

È indicativo il fatto che proprio Saviano, tuttora nel mirino della camorra per il fatto stesso di aver scritto (e dunque per esser stato letto, e molto), si trovi ad avere questa sera come vicino di poltrona uno come Auster che, nel suo libro L’arte della fame, sostiene: «Scrivere non è più un atto di libera scelta per me, è una questione di sopravvivenza». Forse Saviano ha avvertito lo stesso impulso, la stessa esigenza di raccontare, un’uguale spinta verso la parola scritta, forte quanto basta per superare l’istinto – salvifico certamente, ma vigliacco – che porta a farsi i fatti propri e a campare cent’anni indisturbati. Saviano invece ha scelto di parlare e di farlo tramite le pagine del suo Gomorra.

«Non lo riscriverei mai», afferma il giovane ventinovenne durante un’intervista con Euronews, registrata nello scorso febbraio. «Io ormai lo odio, non ne posso più. Non ho alcuna simpatia per quel libro insomma». No, non è la retromarcia di uno che ha fatto una sciocchezza ed ora si batte il petto pentito: quella di Saviano è l’espressione del dolore di vivere i propri giorni sotto scorta, è la difficoltà che diventa antipatia per un libro non è più questo libro ma quel libro. È sul piano personale, è pensando alla propria vita privata demolita dalla scelta stessa di conferire una dimensione pubblica a ciò di cui si è a conoscenza che Saviano afferma che quel libro no, non lo riscriverebbe, se potesse tornare indietro.

Roberto Saviano, Gomorra

Ma le lancette del tempo conoscono una sola direzione e Gomorra è divenuto qualcosa di più grande, di troppo grande perché oggi si possa fare anche soltanto un passo indietro. «Tante persone si sono avvicinate alla lettura, persone che non entrerebbero mai in libreria lo hanno comprato, persone che non leggerebbero mai queste storie vi si sono avvicinate», afferma Saviano durante la stessa intervista.

Se per Paul Auster scrivere «è una questione di sopravvivenza», per Roberto Saviano lo è venir letto. «Ciclicamente – ha detto lo scrittore nella stessa intervista – c’è sempre qualcuno che dà una notizia sulla mia morte o sulla mia esecuzione. Loro infatti per colpirmi aspettano semplicemente che l’attenzione su di me e la mia vicenda cali. Perché oggi quello che mi tiene in vita non è la protezione, a cui sicuramente sono grato, ma è l’attenzione, la gente. La mia vera scorta, la mia vera protezione è il successo generato dalle mie parole».

In questo senso, la scorta di Saviano è formata non soltanto da una manciata di carabinieri, bensì da due milioni di persone, da quei due milioni di individui che hanno acquistato Gomorra e che così hanno conosciuto, riflettuto, hanno meditato sul sistema camorristico e che ora lo conoscono. Due milioni di persone almeno (ma sono senz’altro molte di più, se si pensa che il libro si trova anche in formato Word nei vari canali peer to peer) che sanno cos’è la camorra napoletana, che hanno preso coscienza di quali sono i suoi meccanismi, dei canali che esso utilizza, dei suoi metodi. «All’estero si chiedono come sia possibile che un libro dia così fastidio ad un’organizzazione così potente. In realtà il libro ha dato fastidio perché è stato letto da milioni di persone e perché ha innescato un’attenzione mediatica, televisiva, radiofonica, della carta stampata – veicolo naturalmente di nuove letture – che loro prima non avevano».

Scriveva Böll: «Le autorità lo hanno sempre saputo: i lettori sono gente pericolosa, che vuole avere in mano il testo scritto per rileggerlo, per consultarlo, per riflettere». Gomorra c’è, si legge, si sfoglia. Si rilegge, si ricorda. Gomorra c’è. E stasera torna in tv.