Archive for the ‘La nostra lingua italiana’ Category

La misura è colma

Sunday, January 30th, 2011

Nell’ultima settimana, nel rincorrersi delle polemiche sul Ruby-gate, avrete sentito molti pronunciare l’identica frase: “La misura è colma”. Lo ha detto oggi Giancarlo Caselli, procuratore capo di Torino, criticando il premier Silvio Berlusconi. Allo stesso scopo lo ha detto il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, qualche giorno fa, e pure il direttore generale della Rai, Mauro Masi, stavolta contro Santoro e il suo “Annozero”.

Ma da dove deriva quest’espressione così utilizzata da esser mai divenuta logora? E’ quello che mi sono chiesta all’ennesima dichiarazione rilasciata alle agenzie questa domenica pomeriggio. Da una ricerca online non emerge molto.

Il Dizionario dei modi di dire del Corriere mi viene in soccorso soltanto in parte. Qui si trova infatti il significato dell’espressione (“far perdere la pazienza; arrivare al limite considerato giusto o normale”) e il modo in cui viene solitamente utilizzata (è riferita in genere al comportamento di una persona esasperante che non si è più disposti a tollerare), ma non la sua derivazione.

L’unica traccia è contenuta in un pdf online del comune di Castelbasso, che comprende anche alcuni modi di dire diffusi nella cittadina. Alla voce “Va calmë pë rasë” scopriamo che “la vendita e l’acquisto dei cereali fino ai primi decenni del ‘900 non venivano fatti a peso ma in misure di capacità, di solito recipienti cilindrici in legno aventi determinate altezze e circonferenze come, ad esempio, some, mezzetti, ecc. La vendita veniva fatta a misura rasa, cioè le derrate che sopravanzavano i bordi del recipiente venivano tolte facendo scorrere sui bordi medesimi la rasiera (asta diritta in legno o metallo). E poiché di moneta ne girava poca, in genere si pagava il debito restituendo a misura colma, cioè i cereali dovevano fare il colmo, una montagnetta che si ergeva dai bordi della misura”.

Dunque: quando si dice che la misura è colma s’intende dire, in senso letterale, che la quantità di cereali nel contenitore è maggiore rispetto al livello del contenitore stesso.

Zinzino

Saturday, April 17th, 2010

Grammo, decigrammo, centigrammo, milligrammo. La discesa verso i sottomultipli lungo la scala di misura del grammo recita più o meno così, se ricordo bene. Per le parole vale lo stesso. Tanto, tantino, zinzino. La differenza è decimale, ma ammetterete che il fascino che ha zinzino non ce l’ha tantino. Zanzino ha la dolcezza del più piccolo, la tenerezza di Cucciolo o di Puffo Nghé (si scrive così? Dubbio lancinante…).

Zinzino

infatti è ancor meno di tantino: indica una quantità piccolissima di qualcosa, ancor minore di tantino – che significa una piccola quantità di qualcosa – e dei suoi derivati (i vari tantinino, tantinello). Zinzino indica una quantità sesquipedalmente piccola di qualcosa.

Stolido

Friday, April 16th, 2010

L’avevo sospettato che avesse una qualche parentela, anche lontana o soltanto ipotizzata, con stolto. Il mio fido dizionario Garzanti – al quale sto facendo una martellante pubblicità subliminale – stamattina mi ha confermato la circostanza, seppure usando cautela: il termine stolido è forse affine a stolto per etimologia. Infatti da una parte c’è stultus, dall’altra c’è stolidu(m). Nel grande viaggio delle parole dalla loro prima apparizione nel linguaggio fino a noi, esse possono subire trasformazioni sostanziali o piccole modifiche che a volte le rendono somiglianti le une alle altre. E stolidum e stultus un po’ si somigliano. Io credo che stultus sia un cugino di primo grado di stolidum, un po’ il suo riassunto formale.

Stolido

significa del resto proprio sciocco, stolto, che ha o dimostra scarsa intelligenza. Sono certa che occasioni per usarlo ne avrete. Di solito insulti ed improperi godono di una certa fortuna.

Sardonicamente

Friday, April 2nd, 2010

È la seconda volta in questa settimana che m’imbatto in termini che non conoscevo e che hanno a che fare col verde. Qualche giorno fa è stata la volta della salsapariglia (pianta di cui – mi suggeriscono – sono ghiotti i Puffi); oggi tocca alla sardonia.

La sardonia è un’erba velenosa – non a caso il suo nome scientifico è Ranunculus sceleratus, e dico sceleratus – dai fiori gialli. Farne indigestione provoca il cosiddetto riso sardonico, la contrazione dei muscoli della faccia in una specie di sorriso. Da tali effetti è derivata la leggenda per cui mangiare sardonia provochi una risata spasmodica. La parola sardonia viene dal francese sardonique e – oltre alla leggenda – ha dato origine anche all’aggettivo sardonico, che vuol dire sarcastico, che esprime derisione. Un riso, un ghigno, un’espressione possono essere sardonici (Garzanti).

Il traduttore de La luna è tramontata di John Steinbeck – che mi ha offerto l’occasione di questo post – usa spesso l’avverbio sardonicamente nel rendere il testo dall’inglese all’italiano.

Union sacrée

Tuesday, March 30th, 2010

Scrivendo frettolosamente il pezzo, il giornalista di “Repubblica” ha dimenticato una e e rovesciato un accento, ma l’espressione – vizi di forma compresi – mantiene intatto il proprio fascino. Union sacrée. Il giornale la utilizza per indicare la compagine del centrosinistra italiano, ma la definizione viene d’oltralpe.

L’Union sacrée

è la coalizione nazionale di governo che si formò in Francia nel 1914, dopo che il presidente della repubblica Raymond Poincaré invitò, il 4 agosto di quell’anno, i partiti ed i ceti sociali a difendere tutti insieme la patria allo scoppio della prima guerra mondiale, invito accolto all’unanimità. L’Union sacrée seppe resistere sostanzialmente sino alla fine del conflitto.

Camaraderie

Wednesday, March 10th, 2010

Il francese mi seduce, non c’è niente da fare. E pure Alessio Vinci, conduttore di Matrix, le volte in cui lo utilizza. Poco fa rileggevo una sua intervista di qualche settimana addietro, tentando di scrivere un post sul suo predecessore Enrico Mentana. Tra un virgolettato e l’altro, ecco comparire questa bellissima parola:

camaraderie

che, tradotta dal francese, significa cameratismo, amicizia per estensione. È un termine difficile da ricordare, così come credo sia improbabile che la maggior parte delle persone lo comprendano nel suo significato. Ho voluto prenderne nota. Chissà che scriverlo non mi aiuti a ricordarlo.

Basculante

Tuesday, March 9th, 2010

Era una vita che non sentivo questa parola. È riemersa dal dimenticatoio grazie alla speaker che l’ha utilizzata continuamente nel corso della sua trasmissione pomeridiana. Dev’essere un po’ come me, che quando scopro – o riscopro, come in questo caso – una parola continuo a ripeterla e ad usarla ad ogni occasione.

Basculante

è una parola affascinante. Ha un suono particolare che, non a caso, le deriva dal francese basculer, oscillare. Basculante è ciò «che ha movimento oscillante analogo a quello della bascula» (Garzanti), cioè di una bilancia.

La solitudine di una virgola

Monday, March 8th, 2010

È per pura deformazione professionale che leggo con attenzione i testi di tutti gli avvisi, i segnali ed i manifesti pubblici che mi capita d’incontrare sul mio cammino. Non sono capace di guardarli se non attraverso le lenti della grammatica.

Ho scattato questa foto ieri. Non ho potuto evitare di notare quella virgola tanto solitaria. Trovo insopportabile che sia stata lasciata lì, abbandonata a se stessa, senza nemmeno una compagna con la quale costruire un inciso. Sarebbe bastata una virgolina-ina-ina dopo quel “che”. Invece niente. Si tira dritto fino a “locali”. A quel punto, meglio non mettercene nessuna, di virgola. Così, per pura pietà umana.

Sesquipedale

Friday, March 5th, 2010

Io, da oggi in poi, invece di dire grandissimo dirò sesquipedale. Che termine meraviglioso. Mai sentito prima d’oggi, l’ho scoperto in un post di Alessandro Gilioli che leggevo poco fa. Avrete capito che la parola nuova di oggi è proprio

sesquipedale

che significa “enorme, smisurato”. Esiste addirittura l’avverbio sesquipedalmente. Che meraviglia. Una meraviglia sesquipedale.

Post scriptum:

Antonino Iacona mi (ci) mette a conoscenza del fatto che «sesquipedale dicesi anche di mattone di epoca romana, in teracotta e di dimensioni notevoli spesso dotato di una tacca, rientranza utile ad afferrarlo per trasportarlo fino al luogo del suo utilizzo». Un grazie sesquipedale per il contributo.

Redde rationem

Wednesday, March 3rd, 2010

Ah, il latino. Lo detesti al liceo: per cinque anni, prima di ogni compito, sbatti ripetutamente la testa sui libri al ritmo della frase ma-il-latino-a-cosa-serve-è-una-lingua-morta. Lo apprezzi poi, all’università, se decidi di procedere con lo studio delle materie umanistiche come ho fatto io. È un amore a scoppio ritardato, che sboccia quando comprendi che il latino è il padre, la madre, la zia e tutti gli antenati della nostra soave lingua italiana.

Redde rationem è l’espressione di oggi. Ancora una volta, come ieri, traggo spunto da un articolo di Carmelo Lopapa che il latino deve amarlo tanto, visto l’uso consueto che ne fa nei suoi pezzi per Repubblica.

Redde rationem

significa “rendimi conto”. Nell’italiano corrente vale come “resa dei conti”. Così nell’articolo di Lopapa:

Il redde rationem scatta alla chiusura delle urne, vada come vada, il 29 marzo. “Se continua così, dopo il voto faccio un nuovo partito. È venuto il momento di contarci, voglio proprio vedere su quanti parlamentari può fare affidamento, stavolta, l’amico Gianfranco, quanti siano davvero i finiani” è sbottato il presidente del Consiglio.

Dare la stura

Tuesday, March 2nd, 2010

I nervi sono a fior di pelle. L’atmosfera in consiglio dei ministri è tesissima, racconta chi vi ha preso parte. Anche per questo, per non dare la stura alle recriminazioni reciproche, del caso Polverini non si parla nel plenum di Palazzo Chigi.

È un brano fresco fresco di pubblicazione quello che traggo da un articolo di Carmelo Lo Papa, appena postato su Repubblica online. A parte l’uso di nel plenum, mi colpisce il modo di dire dare la stura. Il significato di sturare lo conosciamo tutti, credo. Ma personalmente non avevo mai sentito l’espressione dare la stura.

Dare la stura

significa “dare ampio sfogo ai propri pensieri, alle proprie idee, parlando o scrivendo” (Garzanti). Non ha un bel suono, ma il senso mi piace.

Sardanapalesco

Sunday, February 28th, 2010

Inoltre aveva dozzine di alberghi paragonati ai quali le navi di lusso diventavano catapecchie. Tra questi, il sardanapalesco Astor House dove il pollo veniva cucinato in sedici modi diversi e lo champagne scorreva a fiumi…

Il brano è tratto da Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci. Del resto tutte le parole che appunto in questi giorni e condivido con voi vengono dal romanzo.

Quella di oggi è sardanapalesco. Significa dedito ai piaceri sfrenati e per estensione lussuoso, sfarzoso, sontuoso. Il dizionario Garzanti fa presente che il termine deriva dal nome di Sardanapalo, antico re assiro le cui abitudini erano piuttosto dissolute.

Pusillanime

Tuesday, February 23rd, 2010

Tanto spesso si dice vigliacco quanto poco si usa il sinonimo pusillanime. La parola di oggi, pusillanime, la conoscerete certo. Ma scommetto che siete, siamo in pochi ad utilizzarla.

Il termine pusillanime vuol dire d’animo debole, senza coraggio, meschino, pauroso, vile (Garzanti). È composto in realtà da due termini latini che si sono fusi: pusillus (meschino) e animus (animo), quindi d’animo meschino.

Bailamme

Monday, February 22nd, 2010

Sono sicura che la sentirete molto nominare, la parola di oggi. Soprattutto durante i talk show in tv, in cui il conduttore spesso non riesce a tenere a freno l’uno e l’altro politico, entrambi ansiosi di far valere le proprie ragioni. E allora sentiremo il Floris o il Santoro di turno esclamare: «E in mezzo a tutto questo bailamme io do la pubblicità!».

Il termine bailamme indica una grande confusione, un gran baccano. Ma chi di voi sa da dove deriva?

Bailamme viene dal turco baira¯m, che è il nome di due grandi feste (Garzanti). Da qui il significato di confusione, baccano.

Teutonico

Sunday, February 21st, 2010

È questa la parola del giorno. La conoscevo già ma francamente non ne ricordavo il significato. Quel che più mi ha incuriosita incontrandola è la sua derivazione.

Il termine teutonico significa tedesco e viene usato con tono scherzo e di spregio. Deriva dal nome di un popolo: i Teutoni, antichi abitanti dello Jutland.