Archive for the ‘Web’ Category

Internet saprebbe cosa farne

Sunday, February 6th, 2011

Sono sicura che anche voi, come me, guardate stupiti lo spot di Eni da quando protagoniste ne sono due mani magiche che disegnano forme sulla sabbia. E’ un gesto semplice – un po’ la trasposizione sulla materia delle ombre cinesi – ma che riesce ad incantarmi sempre, ogni volta che parte la pubblicità.

A chi appartengano le due mani credo sia ormai noto a tutti per quanto se ne parla soprattutto in Rete: si tratta dell’israeliana Ilana Yahav. La sua scheda su enizyme.com – il sito che raccoglie i profili dei giovani artisti che hanno prestato la propria opera per Eni – traccia il suo percorso professionale. C’è un passaggio preciso della sua carriera ad essere interessante:

Successivamente, si appassiona alla Sand Art perché la materia con la quale crea, la riporta in contatto con la natura e la sabbia, attraverso le sue mani prende vita e delinea scenari e mondi immaginari. Da quando il suo primo filmato su internet ha ricevuto un riscontro eccezionale, ha deciso di fare di questa arte la sua occupazione principale e per questo attualmente viaggia continuamente per le sue performances.

E’ grazie ad un filmato su Internet quindi che oggi anche noi conosciamo Ilana Yahav, anche soltanto come quella che fa i disegni con le mani in televisione. Senza il video probabilmente non ne avremmo saputo mai nulla, tantomeno possiamo considerare possibile che avremmo visto i programmi con le marionette per la tv israeliana che l’artista ha realizzato prima di postare il filmato in Rete. Senza Internet, con ogni probabilità, il suo talento ci sarebbe rimasto ignoto.

Un video, una foto, il manoscritto di un libro o l’espressione di un’arte nuova come la Sandart (l’arte della sabbia) di Ilana Yahav magari ce l’abbiamo anche noi, nascosti da qualche parte. Internet saprebbe cosa farne.

Gli Uffizi a casa tua

Tuesday, February 1st, 2011

Mai stata agli Uffizi, ahimé. Mai stata neppure negli altri sedici incantevoli luoghi che un nuovo servizio di Google presentato oggi alla Tate Modern di Londra – e in bella vista anche sulla home page del motore di ricerca – rende visitabili comodamente da casa perché tutti noi umani mancanti possiamo rimediare alle vistose lacune.

Si chiama Art Project ed è l’adattamento “in interno” di Street View. Diversamente da questo, che permette di passeggiare tra le vie delle città restando seduti in poltrona, Art Project consente di visitare alcuni dei posti “al chiuso” più famosi e più interessanti del mondo. Ci sono, oltre agli Uffizi di Firenze, musei – peraltro sempre aperti, senza orari o lunghe file alle biglietterie – come il MoMa di New York, il Van Gogh Museum di Amsterdam. Ah, e il Palazzo di Versailles.

I cursori sulle immagini permettono di andare avanti e indietro lungo i corridoi, di soffermarsi su un quadro come la splendida “Starry Night” di Van Gogh o di zoomare sui particolari perfino del pavimento o del soffitto o di una statua.

Installare Wordpress su Aruba, un promemoria per quando serve

Monday, January 31st, 2011

Dimenticate spesso come si installa Wordpress su Aruba? Io sì. Ma per fortuna esiste Google che ad ogni vuoto di memoria mi dà una mano. Oggi sono corsa sul motore di ricerca per cercare ancora una volta le istruzioni. Mettendo insieme le info trovate, sono riuscita nell’impresa, ma probabilmente è il caso che ne lasci imperitura traccia su questo blog che si occupa anche di webdesign. Non rischio quindi di andare fuori traccia se vi propongo il mio modesto tutorial su come installare Wordpress su Aruba.

Se vi state preoccupando di come si fa, probabilmente Aruba vi ha già inviato sia la prima mail con la quale vi comunica la conferma dell’attivazione del servizio hosting Linux per il vostro dominio (vi ricordo che l’hosting Linux è fondamentale per l’installazione di Wordpress su Aruba), sia la seconda mail che conferma invece l’attivazione del MySql associato al vostro dominio, anch’esso fondamentale per l’installazione.

E’ la mail d’attivazione del MySql la più importante per la nostra missione installante. Essa contiene infatti alcuni dati fondamentali che sono:
- host
- username
- password
- nomedatabase
Dovremo infatti inserire questi dati nel file wp-config-sample.php che troveremo nel pacchetto di Wordpress che scaricheremo tra poco.

La prima cosa da fare è scaricare ed installare un programma FTP. Ne esistono moltissimi e la scelta dipende dal sistema operativo che utilizzate: se siete mac-user vi consiglio CyberDuck, se siete pc-user potreste scegliere FileZilla. Una volta che l’avrete installato, non vi resta che connettervi al vostro dominio su Aruba tramite FTP. I dati per farlo sono nella prima mail che vi ha inviato Aruba, quella d’attivazione del servizio hosting per il dominio (host, nome utente, password).

Adesso dobbiamo concretamente seguire i passi necessari per installare Wordpress su Aruba. Scarichiamo quindi Wordpress (in italiano) da questo link. Quindi decomprimiamo il file .zip e teniamo sott’occhio la nostra cartella di Wordpress decompressa.

Apriamo la cartella decompressa, cerchiamo il file wp-config-sample.php e apriamolo con un programma tipo Blocco Note oppure Text Edit. Aperto il file wp-config-sample.php, cerchiamo Impostazioni MySql. E’ questa la parte del testo che dobbiamo modificare.

I dati che ci servono sono contenuti nella seconda mail di Aruba, quella di conferma dell’attivazione del MySql, e sono:
- nomedatabase
- username
- password
- host

Modifichiamo così:

/** Il nome del database utilizzato per WordPress */
define(‘DB_NAME’, ‘nomedatabase’);

/** Nome utente database MySQL */
define(‘DB_USER’, ‘username’);

/** Password database MySQL */
define(‘DB_PASSWORD’, ‘password’);

/** Nome host MySQL */
define(‘DB_HOST’, ‘host’);

Salviamo le modifiche apportate al file e rinominiamolo wp-config.php

Apriamo il dominio sul programma FTP e carichiamo sulla cartella del sito i file contenuti nella cartella Wordpress. Per completare il caricamento ci vorrà qualche minuto. Una volta fatto, possiamo dire che il compito più complicato l’abbiamo già svolto!

E’ l’ora di installare Wordpress sul nostro dominio! Colleghiamoci al link www.nomedominio.it/wp-admin/install.php. Si aprirà una pagina con cui Wordpress ci invita ad inserire alcuni dati di cui è meglio prendere nota.

Wordpress ci chiede:
- titolo del sito
- nome utente (admin è il nome utente di default)
- password (annotiamola, è molto importante)
- e-mail

Clicchiamo su installa e voila!

Se abbiamo fatto tutto come dovevamo, Wordpress ci conferma che l’installazione è avvenuta con successo! Colleghiamoci al nostro link ed ecco apparire il nostro sito! Per modificarlo colleghiamoci al link www.nomedominio.it/wp-admin che ci connette col pannello di controllo di Wordpress. Per collegarci sono necessari l’username e la password che abbiamo deciso poco fa, al momento dell’installazione di Wordpress!

Buona personalizzazione e via libera alla fantasia!

Assente (auto)giustificata

Tuesday, May 11th, 2010

Perdonate la prolungata assenza, ma – tra le altre cose – nell’arco delle ultime settimane ho collezionato novità che hanno un po’ invaso le mie giornate. Per fortuna si tratta di belle novità, per cui la mia è stata una latitanza felice.

C’è di nuovo che sono stata al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, britannicamente noto come International Journalism Festival. Erano anni che desideravo andarci come semplice spettatrice ed invece mi sono ritrovata ad essere un po’ protagonista. Lo devo a Paola Bacchiddu, giornalista de L’Unione Sarda, che – quando ha scoperto il mio SanLucidoCity.com – ha pensato fosse il caso di parlarne al Festival, in occasione del Journalism Lab sull’informazione locale ed ultralocale al quale ha partecipato il 24 aprile scorso.

Raggiunta Perugia – bellissima e traboccante di cultura – ho potuto assistere di persona al mio piccolo momento di gloria. SanLucidoCity.com è stato indicato come un esempio interessante d’informazione locale (o meglio ultralocale, dato che San Lucido, di cui si occupa il sito, è un paese di appena 6mila abitanti) sul web. Quando ciò accadeva, io e la mia fida videocamera eravamo lì ad immortalare l’evento:

La passione e l’impegno – ne ho avuto conferma – presto o tardi portano i loro frutti, e non c’è frutto più dolce di quello nato unicamente dal lavoro delle proprie mani. Grazie a Paola per aver colto – fra i tanti frutti che offre il grande albero Internet – proprio SanLucidoCity.

Post e Repubblica, grandi e piccole novita’ giornalistiche

Tuesday, April 20th, 2010

Il giornalismo vive di novità, per cui eccone due di giornata.

La prima l’anticipavo due giorni or sono, e riguarda il debutto del giornale online “Post”, diretto da Luca Sofri. Che a ragione lo definisce un’evoluzione del suo blog, un Wittgenstein.it ma con «più storie, più link, più idee, più blog».

Per la testata il “Post” sceglie un carattere moderno, in stampatello, ma con un tocco classico per la lettera S che rimanda alle grafiche di testate storiche come il “New York Times” o il “Washington Post”. Gli articoli – o sarebbe meglio chiamarli post – sono mediamente brevi per non scoraggiare i meno avvezzi alle lunghe letture; il linguaggio più da blog che da giornale istituzionale, gli argomenti anche. D’altronde i temi da trattare provengono dalla Rete, che come noto si rinnova continuamente, partorendo notizie in continuazione. Pure il “Post” è veloce – Sofri d’altronde c’aveva promesso che il nuovo giornale avrebbe puntato anche sulla velocità per far fronte alla concorrenza – forse troppo. L’home page cambia spesso, aggiornata man mano con le ultime novità. I cambi sono più evidenti rispetto a siti come quello del Corriere o di Repubblica, che aggiornano i singoli articoli – magari aggiungendo un link – invece di scriverne di nuovi.

Immancabili gli strumenti di condivisione sui social network e il form per i commenti che fanno tanto blog. Ne riprendono la struttura anche i widget laterali che raccolgono le ultime news e quelle più lette e più commentate. Ci sono anche gli annunci di Google Adsense, cui si ricorre per cercare di ricavare qualche soldino dai clic dei lettori. Molto in evidenza i blog della redazione ed i contributi come quelli di Giovanni Floris, conduttore di Ballarò, o di Flavia Perina, direttrice del “Secolo d’Italia”. Per il resto è tutto un post: tra postille e post-it, i giochi di parole si sprecano.

La seconda novità è che “Repubblica” si veste di nuovo ma non troppo. Cambia l’home page: più in evidenza la testata, più morbida la barra di navigazione, due – piuttosto che una soltanto – le notizie sotto l’apertura e collocamento a sinistra – prima si trovavano solo a destra – dei riquadri per le ultime news, per la borsa e per l’oroscopo che non manca mai, per i libri, per il cinema e per il calcio che conquista un riquadro tutto suo.

C’è di nuovo che adesso tutto questo è personalizzabile: per esempio si può scegliere la squadra da seguire, l’edizione locale del giornale da visualizzare, il segno dell’oroscopo da trovare in home page. Più personalizzazione ma anche più condivisione nella nuova ricetta di Repubblica: le icone di Twitter, Facebook e Friendfeed invitano a seguire il giornale anche tramite i social network. Anche il multimedia conquista nuovi spazi: se audio, video e foto fanno da corollario a molti degli articoli – in special modo alla notizia d’apertura – la piattaforma Repubblica.tv occupa l’area centrale dell’home page. Nuova anche la fascia che rimanda agli articoli della stessa categoria (cronaca, esteri, politica…) che sovrasta la pagina dell’articolo singolo. Per il resto, tutto rimane uguale a prima: il multitab in alto, l’inserzione pubblicitaria quadrata sotto, l’elenco delle news più giù che continua a trattare di moda, spettacolo, fantacalcio, auto e curiosità, il piede della pagina con i contenuti relativi alle diverse sezioni e ai blog dei giornalisti. E la pubblicità invasiva.

Nulla di esaltante, insomma. Nulla che faccia gridare al miracolo di una nuova webinformazione italiana. «Squadra che vince non si cambia», si giustifica “Repubblica” davanti ai lievi cambiamenti. Sarà. Magari la squadra non cambiamola, ma il sito sì.

Scrivi un nuovo Post

Sunday, April 18th, 2010

Se lo cercherete qui, troverete soltanto una schermata celeste e ghirigori che ricordano tanto la testata del “New York Times”. Ed una data: quella del debutto. Si tratta del “Post”, un nuovo giornale on line. Vivrà su Internet dov’è nato: la redazione è composta da cinque persone, selezionate tra le 350 che hanno risposto ad un annuncio su Wittgenstein.it, il blog di Luca Sofri che del “Post” sarà il direttore.

Il nuovo giornale si avvale di collaborazioni importanti: da Flavia Perina, direttrice del Secolo d’Italia, a Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, al noto giornalista del “Giornale” Filippo Facci, giusto per dirne qualcuno. «Contributi diversi ma accomunati da un unico auspicio: migliorare la qualità dell’informazione in Italia», promette Sofri. L’idea è quella di non produrre notizie ma di selezionarle e raccontarle puntando tutto sulla qualità, proprio come fa il modello al quale il “Post” s’ispira: nientepopodimenoche il blog statunitense “Huffington Post”, uno dei siti più influenti del mondo, che più che creare notizie le aggrega, appunto. Non ci sono editori ma soltanto finanziatori. In pratica il “Post” si reggerà soprattutto sulla pubblicità e sul successo già ottenuto dal blog del direttore, con le sue 10mila visite uniche giornaliere. Sarà on line il 20 aprile.

Mentre trepidante conto alla rovescia, non so voi ma io – con molto ottimismo- divento fan della pagina su Facebook.

Pulitzer, the winner is Internet (e l’informazione locale)

Tuesday, April 13th, 2010

Noi giornalisti del web – o magari soltanto io – abbiamo spesso una bella gatta da pelare: convincere politici, colleghi, persone comuni che l’informazione online non vale meno di quella cartacea. Insomma che, sito o giornale che sia il contenitore dei nostri articoli, sempre di giornalismo si tratta. In poche parole: giornalisti siamo e giornalisti restiamo indipendentemente dal mezzo che utilizziamo per diffondere l’informazione. Il risultato non cambia.

Succede spesso invece di esser presi sul serio solamente se al proprio nome si associa quello di una testata giornalistica cartacea. Accade ciò essenzialmente per due motivi: il primo è che si suppone che un giornale di carta abbia già una storia alle spalle, dunque sia più riconoscibile, e non abbia bisogno di presentazioni; il secondo motivo è che sopravvive una sorta di diffidenza rispetto a ciò che viene pubblicato su Internet, considerando la Rete una specie di Far West dove tutti (s)parlano e nessuno controlla. Tuttavia il giornalista, se corretto e capace, tale resta anche nell’esercitare il proprio mestiere sul web. È la sua professionalità, insomma, a determinare la qualità del suo lavoro – nel bene e nel male – e non lo strumento attraverso il quale informa.

Detto ciò trovo conforto nella notizia di oggi: per la prima volta una testata online ha vinto un premio Pulitzer della Columbia University per il giornalismo, quello che tutti i giornalisti sognano e pochi possono mettere in bacheca. ProPublica.org, sito di un’associazione giornalistica no-profit, s’è aggiudicato il premio per la categoria Investigative Report grazie ad un’inchiesta di Sheri Fink sui giorni vissuti in un’ospedale di New Orleans, il Memorial Medical Center, dopo l’uragano Katrina. Il grande vincitore è Internet anche nella categoria dell’editorial cartooning, per la quale è stato premiato il sito del San Francisco Chronicle.

Ciliegina sulla torta: il premio Pulitzer per la categoria Breaking News ad un giornale di provincia, il Seattle Times, cosa che mi fa credere sempre più nelle magnifiche sorti e progressive dell’informazione locale. E mi dà un motivo in più – ma anche due – per lavorare al mio SanLucidoCity.com.

Wordpress parla con me

Tuesday, March 30th, 2010

Non sono esattamente quel tipo di persona alla quale non importa se qualcosa sfugge – chiamala deformazione giornalistica – perciò apprezzo particolarmente quando mi si spiega il perché, il come e il quando delle cose e delle circostanze. Anche per questo mi piace Wordpress: mi dice sempre cosa fa.

Oggi per esempio cercavo online un plugin – preferibilmente funzionante, requisito tutt’altro che scontato – che mi fornisse le statistiche di questo sito. Più che capire quante persone effettivamente mi leggono, m’interessa sapere perché mi leggono, cosa cercano quando approdano su questi lidi, quali parole chiave inseriscono su Google, da dove giungono e quindi chi sono. Insomma questo tipo di plugin permette di sbirciare dietro le quinte, scoprire i retroscena. E questo è molto affascinante. Cercando cercando, mi sono ricordata di Blog Stats, che fornisce appunto i dati sulle sorgenti di traffico, le parole chiave utilizzate, i link più cliccati di tutti i giorni. E che funziona.

Installarlo è facilissimo: una volta scaricato il plugin da qui, bisogna trascinarlo nella cartella plugins sul nostro server, quindi attivare il plugin dalla nostra dashboard di Wordpress. Prima procuratevi l’api key del vostro account: vi servirà per attivare il plugin. Una volta inserita l’api key, potete abbinare il blog che volete monitorare al vostro account.

Terminata la procedura, corro alla pagina delle statistiche, e cosa trovo?

Un messaggio per me. Che innanzitutto mi accoglie e non mi sbatte la porta in faccia dicendomi che ancora non può esserci nulla. E poi mi parla facile, senza termini complicati o formule tecniche del tipo “programma in esecuzione”.

Il messaggio parla proprio di me, di me che effettivamente mi sono precipitata nella pagina delle statistiche: “Sei venuto qui di corsa, eh?”. Poi mi dice perché non trovo quello che cerco: “Il tuo blog è stato registrato e stiamo registrando le tue statistiche”. Spiegare all’utente il motivo delle cose è fondamentale per non guastarsela con lui. Un “waiting…” generico non basta: sapere cosa sta succedendo sul mio sito o sul mio computer è assolutamente indispensabile.

Se informare l’utente è necessario, tranquillizzarlo è essenziale: “Ma non c’è nulla da vedere”, aggiunge. Mi chiede di aspettare una ventina di minuti prima di poter visualizzare le mie agognate statistiche: un tempo medio, sopportabile. Un’attesa di mezz’ora o quarantacinque minuti sarebbe stata troppo. Il messaggio finisce con un consiglio: “Prendi un po’ di salsapariglia”. Così, per passare il tempo.

Post scriptum: Se vi state chiedendo cos’è la salsapariglia, sappiate che è una pianta. Nota anche come stracciabraghe, in Calabria decliniamo con strazzasacchi.

Google Reader Play, un tuffo nel meglio del web

Friday, March 12th, 2010

Si chiama Google Reader Play ed è la nuova creatura del colosso americano messa a punto per leggere i feed in modo alternativo rispetto ai lettori tradizionali. Niente lunghi elenchi di testi – vivacizzati all’occorrenza dalle immagini – ai quali ci ha abituati il Reader classico, bensì un layout tutto grafico che fa di Reader Play una vera e propria galleria di immagini e video che si rinnova continuamente. Basta restare connessi per non perdersi nulla.

I contenuti scorrono alternando fotografie e filmati divertenti o interessanti, da visualizzare con calma – se si vuole – collegandosi direttamente alla fonte. Gli elementi grafici non tolgono spazio alle parole: nella nuova versione del reader di Google ci sono anche quelle. I testi sono ben evidenza in chiaro sullo sfondo nero, ed anche in questo caso basta cliccare sulla fonte del contenuto per leggere il post nel contesto originale.

Google Reader Play insomma è un viaggio. Ci si può lasciare trasportare attraverso lo scorrimento automatico dei contenuti, oppure selezionare di volta in volta quello che ci attrae di più scegliendo tra le diverse miniature collocate nella fascia in basso, che comunque è possibile nascondere se si vuole ottenere un effetto a tutto schermo.

Che si opti per lo scorrimento automatico o meno, si tratta comunque di un approccio “totalizzante”, diciamo così: Google Reader Play occupa gran parte della finestra del browser, immergendoci completamente tra i contenuti proposti. Si badi bene: tali contenuti non sono ripresi dai nostri feed in Google Reader, ma scelti da Google tra il meglio del web. Ottimo per chi è in cerca d’ispirazione ma inutile per coloro che tengono a visualizzare soltanto ciò che hanno scelto in precedenza. Per quest’ultimi: un trucco per leggere i propri feed col Reader Play c’è: collegarsi a questo link.

I patiti dello sharing resteranno delusi. L’interazione rispetto ai contenuti infatti è limitata: è consentito attribuire le stelle, cliccare su “mi piace” o condividere nel Reader tradizionale, ma non su Facebook o Twitter per esempio. Chissà che Google non decida di potenziare quest’aspetto nei prossimi giorni. Sarebbe cosa buona e giusta.

Il webdesign applicato al matrimonio

Monday, February 22nd, 2010

Non che dobbiate necessariamente sposarvi per fare una cosa così cool come quella che sto per segnalarvi, ma se siete già con un piede sull’altare un pensierino sopra ce lo farei. Mi rivolgo soprattutto ai promessi sposi particolarmente attenti all’estetica: udite, udite!

Dessy s’è inventata tutto un catalogo di palette in base alle quali scegliere il colore degli abiti, delle bomboniere, degli addobbi di sala perché ogni cosa sia perfettamente abbinata col resto.

Lei indossa accessori rosa? La cravatta di lui è dello stesso colore. Il bouquet della sposa è giallo? I tovaglioli del tavolo del ricevimento sono gialli. E così via.

Non solo: le palette sono diverse a seconda della stagione in cui si compie il grande passo. Ti sposi in primavera? Scegli le tonalità del verde oppure le diverse sfumature del rosa, col viola e il giallo o col verde smeraldo. Ti sposi in inverno? E allora meglio un rosso, abbinato col grigio chiaro e il grigio scuro, oppure si potrebbe puntare sul classico blu.

Del resto per chi – come me – è appassionato di webdesign, gli abbinamenti sono pane quotidiano e la cura ché il colore di un elemento di un sito non faccia a pugni col resto è assoluta (o quasi). Non è forse alle palette che facciamo riferimento quando dobbiamo scegliere le tonalità di un sito? Quando dobbiamo decidere il colore dell’header e dei link?

Colourlovers ha fatto e fa scuola nel webdesign. Dessy nel weddingdesign.

Le coming soon pages e le sale d’attesa

Saturday, February 20th, 2010

Vorrei poter dire che da quando ho scoperto i feed rss (se non sapete cosa sono queste meraviglie cliccate qui) non riesco più farne a meno, ma non posso. Ne conosco perfettamente l’utilità e li adoro quando apro il mio bel NetNewsWire per leggerli. Il guaio è che per giorni interi ed intere settimane dimentico la loro esistenza, e così le notifiche delle novità sui siti ai quali sono iscritta si moltiplicano a dismisura. Risultato: quando – spinta dalla strana sensazione che mi manchi qualcosa – riapro il programma, NetNewsWire mi segnala più di mille nuovi post tutti insieme. Sconfortata dall’enorme mole di letture, finisce che segno tutti i post come già letti e buonanotte. A perderci naturalmente sono io, visto che facendolo ignoro per sempre più di mille novità e contenuti interessanti.
(more…)

Ma la mafia è davvero fuori da Facebook?

Tuesday, March 24th, 2009

Su Facebook il gruppo che vuole la mafia fuori dal famoso social network conta in questo momento 179mila iscritti. «Questi gruppi vanno chiusi. La mafia va isolata nella realtà e in tutte le sue espressioni, compresa Facebook» è l’idea alla quale hanno aderito tutti coloro che si sono iscritti al gruppo da quando è stato fondato.

A partire da quel momento, diversi esponenti politici hanno manifestato il loro apprezzamento. Da Walter Veltroni, che allora ricopriva ancora la carica di segretario del Partito democratico, a Gianpiero D’Alia dell’Udc, membro della Commissione parlamentare antimafia, fino alla senatrice del Popolo della libertà Simona Vicari, eletta nella circoscrizione siciliana. Lo spazio che raccoglie le notizie recenti elenca gli obiettivi raggiunti: chiusi i gruppi dedicati a Matteo Messina Denaro, Cutolo, Riina, Provenzano, Brusca e “Sandokan”. Un trionfo.

Ma fatto ciò, la mafia, oggi, è davvero fuori da Facebook? Questa mattina, fatto login, ho aperto la mia Home e, curiosando tra le attività recenti dei miei contatti, ho trovato che uno di loro aveva risposto alle domande di un quiz. Su Facebook questo genere di passatempo spopola, e spesso mi sono divertita anch’io nello scoprire che numero sono o chi ero in passato o quale libro mi rappresenta. Tuttavia il quiz al quale ha risposto il mio contatto, un giovane compaesano, è del tutto particolare. Si chiama così: «Sei “il Capo dei Capi”?». Sottotitolo: «Dai la prova a te stesso e a tutti che sei tu “il Capo dei Capi”». Ah beh, c’era bisogno di un quiz così.

Quiz - Sei tu il Capo dei Capi?

Scorriamo le domande, poste tra l’altro in un italiano discutibile.

Domanda numero 1: «Ti propongono di ammazzare il tuo capo, così tu possa prendere il suo posto, che fai?». Puoi scegliere di risparmiargli la vita perché «di sicuro è una trappola», oppure di non ammazzarlo e andare a dirlo «a tutti», oppure puoi decidere di ammazzarlo perché vuoi essere tu il capo o perché «è logico, tanto sono culo e cucchiara con i carabinieri».

Domanda numero 2: «Hai ammazzato un capo rivale che la commissione non voleva accadesse, che fai?». Scegli di allearti «col capo più forte» così che possa proteggerti oppure chiedi al tuo capo «cosa fare visto che usi il cervello»? Rendendoti conto che hai «sbagliato» sparisci per sempre oppure ti nascondi semplicemente e aspetti «che si calmino le acque»?

La domanda numero 3 testa la tua conoscenza delle armi. «Devi ammazzare una persona e devi essere sicuro che con questa arma ci riesci, quale usi?». Hai quattro possibilità: «Luger P 08, Ivory P 38, Beretta mod. 1934, Magnum cal. 380». Se sbagli arma, finisce che quello sopravvive. Quindi scegli bene.

La quarta è la domanda clou. Devi scegliere il personaggio al quale ispirarti, colui che, secondo te, più di ogni altro è andato vicino all’obiettivo di somigliare al «Capo dei Capi». «Chi pensi che tra questi capi è stato come SALVATORE RIINA (scritto maiuscolo, dovesse passare inosservato…)?». Chi, dunque? Salvatore Lo Piccolo o Francesco Madonia; Giuseppe Genco Russo o Vito Casciano.?

Ma se sei un vero mafioso, te lo dice l’ultima domanda. «La cosa più importante per un vero mafioso cos’è?». È il lavoro, l’onore, la famiglia o «tradire su tradire»?

Il mio contatto ha ottenuto questo risultato: «Sei tu il “Capo dei Capi”». Io il quiz non sono riuscita a farlo e, in effetti, non mi sono neppure sforzata.