Comodamente a casa mia
Immagino che, se il suo ritratto potesse parlare, alla domanda “come stai?” risponderebbe “seduto”. Sì, perché sul manifesto elettorale il candidato di oggi appare così. Seduto. Di consueto si sceglie il mezzobusto oppure una posa in piedi per questo tipo di pubblicità, perciò la trovata rappresenta certo un elemento a favore del candidato: se l’obiettivo è quello di colpire, c’è riuscito in pieno. L’insolito – si sa – distrae dal solito ed è proprio per questo che ieri passando ho sgranato gli occhi, incredula dinanzi a tanta novità. E stamattina sono uscita di casa col solo obiettivo di fotografarlo e tramandare il poster ai posteri.
Se da una parte sono lieta del fatto che il candidato stia seduto sui muri ed i pannelli elettorali della mia città – ché da queste parti siamo accoglienti, posto ce n’è per tutti e diononvoglia che qualcuno resti in piedi – dall’altra parte mi angoscia: infatti, a guardar bene, l’ospite non sembra a suo agio. Sarà per colpa del puff sul quale è sistemato, ma è noto che affondare in una palla di piume senza forma né consistenza non prevede la possibilità di accavallare le gambe e stare comodi. A rivelare il disagio, il mezzo sorriso tirato, le mani tese, soprattutto quella poggiata sul ginocchio con le dita piegate.
Sarebbe bello, per una volta, vedere una posa naturale su un manifesto elettorale. Un messaggio pubblicitario che non sembra reale, che anzi appare prodotto in laboratorio, perde d’efficacia perché non riesce a coinvolgere davvero chi lo guarda. È come quando si mostra il backstage di un film o di una serie televisiva: non so voi ma io, se conosco quel che c’è dietro – com’è stata costruita una scena, per esempio – più difficilmente riesco a farmi trasportare dalla storia, ad entrarci dentro credendola vera, come se la vivessi in prima persona. Credo non sia diverso per la propaganda elettorale: un’immagine costruita indispone, soprattutto se si cerca di farla passare per spontanea. A dirla tutta, in questo caso specifico più di ogni altra cosa m’indispone la scarpa in primo piano, nonché il calzino a righe. Troppo in evidenza. Ma questi sono dettagli.
Passiamo alle parole. Lo slogan principale è “Votato per te”, che però sul sito del candidato diventa: “Votato a te”. Grammaticalmente, se il termine voto si intende nella sua accezione di “devozione” e non di “votazione”, è “votato a te” la forma più corretta. Sotto il nome del candidato c’è poi un secondo slogan: “I calabresi in testa”. Anche questo un gioco di parole: si può intendere da una parte come promessa di un primato degli abitanti di Calabria, dall’altra come impegno a pensare al popolo nell’attività di governo.
Graficamente, anche in questo caso, come per altri, apprezzo lo sfondo chiaro, che fa sempre un gran bene agli occhi. Trovo strana però la scelta del grassetto per il nome del candidato piuttosto che per il cognome, dal momento che l’elettore dovrebbe ricordare il secondo – e non il primo – per votare correttamente.
Voto? 6. 6 politico.



