Tra un mesetto si vota. E come potremmo non saperlo, date l’invasione dei manifesti elettorali per strada e la guerra più guerra in tv? Ignorare l’appuntamento con le urne è impossibile.
Le campagne elettorali comunque mi divertono. I candidati impegnano tutte le loro energie per fare in modo che si parli di quello che vogliono e non si parli di quello che non vogliono, lanciandosi in dribbling che nemmeno Cassano. È divertente osservarli compiere e fallire simili imprese. I manifesti, poi: tutti da guardare. E da scarabocchiare: baffi, nei ed orecchini improbabili ornano faccioni immobili ed ultrasorridenti anche da imbrattati. Per gli artisti di domani è un esercizio irrinunciabile.
Provo un’attrazione innata per i manifesti elettorali. Sintesi dello sforzo comunicativo di ogni candidato e strumento principale di propaganda, non posso fare a meno di guardarli. Di osservare le pose, le espressioni, i colori e la veste grafica scelti, gli slogan. Soprattutto gli slogan. Proviamo a guardarne qualcuno insieme. Con un occhio social ed uno copy.
Questo l’ho notato un giorno per strada.
Il candidato è Fausto Orsomarso, il partito il Popolo della libertà, le elezioni le regionali del prossimo marzo in Calabria. Orsomarso, spalle al muro, sfoggia un mezzo sorriso. Camicia azzurra aperta, senza cravatta, giacca blu. I colori del Pdl ci sono. A mezzo busto, con le braccia conserte e non inquadrate. Rassicurante e deciso.
Lo slogan “Io voglio”, al quale si collega la domanda, tradotta dal dialetto: “Vuoi bene alla Calabria?”. Il motto di Orsomarso non passa inosservato per due motivi. Innanzitutto perché è scritto a mano, diversamente dal testo rimanente che invece è digitale. In secondo luogo, perché è in dialetto, e ciò costituisce senz’altro un elemento differenziante rispetto ai manifesti elettorali classici.
Certo è infelice la scelta di fingere che lo slogan sia scritto su un muro: il che fa del candidato un teppista che ha appena finito d’imbrattare uno spazio pubblico.
Il finto atto vandalico torna nella seconda versione del manifesto: qui, al posto dell’auto scassata ed addossata al muro, c’è una finestra bianca, con la tenda fuori dal davanzale. Interpreto l’auto come la metafora di una povera, rotta, abbandonata ed impolverata Calabria. Sulla finestra non saprei cosa dire. Non me la so spiegare.
Voto? 6. Meno banale di altri. Decisamente.
Ps: Appassionati di manifesti mobilitatevi! Questa Facebook Page vi entusiasmerà ;)



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