L’avevo sospettato che avesse una qualche parentela, anche lontana o soltanto ipotizzata, con stolto. Il mio fido dizionario Garzanti – al quale sto facendo una martellante pubblicità subliminale – stamattina mi ha confermato la circostanza, seppure usando cautela: il termine stolido è forse affine a stolto per etimologia. Infatti da una parte c’è stultus, dall’altra c’è stolidu(m). Nel grande viaggio delle parole dalla loro prima apparizione nel linguaggio fino a noi, esse possono subire trasformazioni sostanziali o piccole modifiche che a volte le rendono somiglianti le une alle altre. E stolidum e stultus un po’ si somigliano. Io credo che stultus sia un cugino di primo grado di stolidum, un po’ il suo riassunto formale.

Stolido

significa del resto proprio sciocco, stolto, che ha o dimostra scarsa intelligenza. Sono certa che occasioni per usarlo ne avrete. Di solito insulti ed improperi godono di una certa fortuna.

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Noi giornalisti del web – o magari soltanto io – abbiamo spesso una bella gatta da pelare: convincere politici, colleghi, persone comuni che l’informazione online non vale meno di quella cartacea. Insomma che, sito o giornale che sia il contenitore dei nostri articoli, sempre di giornalismo si tratta. In poche parole: giornalisti siamo e giornalisti restiamo indipendentemente dal mezzo che utilizziamo per diffondere l’informazione. Il risultato non cambia.

Succede spesso invece di esser presi sul serio solamente se al proprio nome si associa quello di una testata giornalistica cartacea. Accade ciò essenzialmente per due motivi: il primo è che si suppone che un giornale di carta abbia già una storia alle spalle, dunque sia più riconoscibile, e non abbia bisogno di presentazioni; il secondo motivo è che sopravvive una sorta di diffidenza rispetto a ciò che viene pubblicato su Internet, considerando la Rete una specie di Far West dove tutti (s)parlano e nessuno controlla. Tuttavia il giornalista, se corretto e capace, tale resta anche nell’esercitare il proprio mestiere sul web. È la sua professionalità, insomma, a determinare la qualità del suo lavoro – nel bene e nel male – e non lo strumento attraverso il quale informa.

Detto ciò trovo conforto nella notizia di oggi: per la prima volta una testata online ha vinto un premio Pulitzer della Columbia University per il giornalismo, quello che tutti i giornalisti sognano e pochi possono mettere in bacheca. ProPublica.org, sito di un’associazione giornalistica no-profit, s’è aggiudicato il premio per la categoria Investigative Report grazie ad un’inchiesta di Sheri Fink sui giorni vissuti in un’ospedale di New Orleans, il Memorial Medical Center, dopo l’uragano Katrina. Il grande vincitore è Internet anche nella categoria dell’editorial cartooning, per la quale è stato premiato il sito del San Francisco Chronicle.

Ciliegina sulla torta: il premio Pulitzer per la categoria Breaking News ad un giornale di provincia, il Seattle Times, cosa che mi fa credere sempre più nelle magnifiche sorti e progressive dell’informazione locale. E mi dà un motivo in più – ma anche due – per lavorare al mio SanLucidoCity.com.

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Sabato sera al cinema ho visto Basilicata coast to coast. I film italiani mi piacciono spesso molto poco, ma questo di Rocco Papaleo rappresenta l’eccezione alla regola. È divertente, leggero. Non succede nulla di particolare – i colpi di scena sono rari e indolore – ma scivola fluido, interrotto soltanto dalle grasse risate della platea alle quali ho dato anch’io il mio sonoro contributo. Non voglio addentrarmi comunque in considerazioni da critica cinematografica: profanerei la materia. Però quando sono uscita dalla sala ho pensato: in fondo cosa c’è di diverso tra il film di Papaleo ed un corto pubblicitario come questo?

Lacta “Love in Action” – English subtitles from LactaFilms on Vimeo.

Avevo visto il corto qualche giorno prima del film, un po’ per marketing e un po’ per romanticismo. Love in action infatti è una storia d’amore condensata in 27 minuti, durante i quali ogni tanto compare la tavoletta di cioccolata che si vuole pubblicizzare, Lacta. Lacta ha del resto un ruolo fondamentale nella storia. Kraft Foods e OgilvyOne Athens si sono inventati questo “branded-entertainment film”, per promuovere la tavoletta in Grecia. Si tratta essenzialmente di servirsi del divertimento e del tema dell’amore – molle che spingono a restare con gli occhi incollati al monitor per mezz’oretta – allo scopo di veicolare un messaggio pubblicitario.

Ora, Basilicata coast to coast fa lo stesso. Anche qui, durante tutto il film – che non a caso è strutturato come un itinerario lungo la regione – l’offerta lucana compare ogni tanto: una volta è un bel posto da visitare, un’altra è un paese abbandonato col suo carico di fascino, un’altra volta ancora è un vino locale. Nell’insieme il film è una pubblicità. Una promozione della regione, tutta intera. Coast to coast.

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“Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, io confesso che non mi piace nulla. Non mi piace un romanzo, non mi piace un film, la musica, la televisione, non mi piace praticamente niente di quanto viene prodotto in Italia. Non mi piacciono gli indiscutibili. Non mi piace ‘o presepio. Non mi piace Roberto Benigni. Non mi piace Susanna Tamaro. Ad aggravare questa malattia dello spirito, devo dire che mi piace sempre meno anche Nanni Moretti, e all’occorrenza saprei spiegare perché Il Caimano è un film sbagliato. Non mi piace Tornatore, non mi piace Salvatores. Avrei molti dubbi anche su Dario Fo, e per equilibrio bipartisan ammetterò in via preventiva che ero e sono scettico pure su Oriana Fallaci. E su queste idee mi sembra di raccogliere il consenso dei miei maliziosi amici, che fanno ampi cenni di approvazione e confermano che è tutto vero, e si divertono un mondo a sentire le mie cattiverie, e aggiungono le loro con la soddisfazione sfacciata con cui si tirano le briscole alte nell’ultima mano. Poi guardo i giornali, leggo le recensioni, assisto alle comparsate televisive quando viene lanciato un film o un romanzo, e mi dico: c’è qualcosa che non va”.

Questo è l’incipit del libro Venerati maestri di Edmondo Berselli. Copiandolo ho la sensazione di premere sui tasti giusti tanto mi piace, come quando suoni le note di una melodia azzeccata. Il libro è un regalo e se ce l’ho devo solo ringraziare il donatore. Appena letta la notizia della morte di Berselli, mi sono decisa a riaprirlo. Il segno era a pagina 112, ma lo rileggerò da capo, come quando riguardi vecchie foto. Mi divertirò un mondo a sentire le sue cattiverie.

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Basta con Romeo&Giulietta, Io&Te 3MSC, Paolo&Francesca. Torniamo al concreto. Inauguriamo l’era del realismo in amore. Pasta&Patate xever.

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Donne, prepariamoci: presto ci lucchicheranno gli occhi non solo davanti a fantastiche scarpe e borsette per il passeggio – dinanzi alle quali notoriamente perdiamo ogni facoltà di raziocinio, nonché molta parte di ciò che abbiamo nel portafogli – ma anche per una shopper bag. Una borsa della spesa. Compagna quotidiana di nonne e bisnonne tra gli scaffali della bottega sotto casa e dimenticata con l’avvento della busta di plastica, la borsa della spesa torna di moda. C’è da scommetterci che l’industria del prodotto subirà nei prossimi tempi una certa impennata, puntando sulla ricerca convulsa della shopper che più s’intona con l’abbigliamento.

Del resto è una moda obbligata. Anche l’Italia infatti presto metterà al bando le buste di plastica non biodegradabile che usiamo oggi per i nostri acquisti al supermercato. Tutto ciò in virtù di una direttiva comunitaria contro l’inquinamento che avrebbe dovuto entrare in vigore già dal gennaio scorso. Se si pensa che il 96 per cento della plastica prodotta in tutto il mondo non viene riciclata, che il 90 per cento dei rifiuti che vediamo galleggiare sul nostro mare è plastica e che migliaia tra uccelli marini, delfini e tartarughe muoiono strozzati dai sacchetti di plastica, scambiandoli per cibo, si può ben capire che forse è proprio il caso di abbandonare la malsana abitudine di fare la spesa con le borse di sempre e correre a cercare la shopper che fa per noi. Che esiste.

Dimentichiamo le brutte borse che vediamo di solito in giro, con quegli orribili quadroni, e diamo per esempio un’occhiata a queste:

shopper bags

Non male, vero? Ne esistono di tutti i tipi e per tutte le tasche. «Portare la borsa è sempre in, mentre portare il sacchetto è inesorabilmente out», sostiene l’Associazione Comuni Virtuosi che ha aperto la crociata contro la busta di plastica, «l’oggetto che più abbonda nelle nostre case (provate a contarle…)», «usato per pochi minuti ma che può durare anche cento anni». La sua campagna si chiama “Porta la sporta” e dal 17 al 24 aprile sarà in cento comuni d’Italia per sensibilizzare ed informare.

Abbiamo tempo fino al primo gennaio 2010 per organizzarci, ma prima lo facciamo e meglio è. Quelle di noi che non ignorano il corretto utilizzo di una macchina da cucire, invece di correre in negozio, possono farsene una da sé o regalarla alle amiche seguendo questi tutorial su come cucire una borsa a sacco o a soffietto, una borsa fashion o una morsbag.

Io penso che me ne farò una da me, memore dei trascorsi da piccola sarta (ancora mi vanto di aver ricavato una borsetta da un paio di jeans Levi’s, unendo le due tasche posteriori…).

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Il dato che i mezzi di comunicazione non siano controllati direttamente o indirettamente – non proprio tutti almeno – da uno solo, come succede tipicamente in dittatura, rassicura molti sul fatto che l’Italia sia una democrazia, nella convinzione che l’esistenza di molte fonti d’informazione rappresenti un antidoto contro l’alterazione delle notizie che ogni giorno ci vengono propinate.

È chiaro infatti che quando la maggior parte o tutti i canali di informazione sono controllati o dipendenti da uno, è piuttosto difficile che si levi una voce fuori dal coro. Al contrario, in un contesto “multimediale”, nel quale cioè più media esprimono posizioni diverse e diverse prospettive su fatti ed argomenti, è difficile – ma non impossibile – che un mezzo di comunicazione ometta completamente o deformi in modo evidente le notizie senza che qualcuno tra i media concorrenti o il pubblico, presto o tardi, alzi la mano per riprendere o correggere notizie censurate o manipolate (vedi il caso Mills: il fatto che il Tg1 diretto da Augusto Minzolini abbia parlato di assoluzione piuttosto che di prescrizione ha causato una sollevazione di massa su Facebook al grido di «prescrizione non è assoluzione»).

Perciò il fatto stesso che un mezzo di comunicazione s’inserisca in un contesto di pluralismo in qualche modo assicura la sua credibilità, appunto perché si suppone che esista un controllo reciproco reale e fattivo tra tutti i media e da parte dell’opinione pubblica.

Ma la pluralità dell’informazione in un sistema democratico è davvero, di per se stessa, una garanzia? Il fatto che un mezzo di comunicazione si trovi nelle condizioni di esercitare un controllo su un altro o, viceversa, di subirlo costituisce un anticorpo efficace contro i tentativi di distorsione e manipolazione dei contenuti? Basta che un mezzo di comunicazione sia inserito in un sistema di sentinelle perché eventi ed argomenti non vengano a lungo taciuti o deformati senza vergogna?

A ben guardare no. Anche in assenza di un potere totalitario – pure in democrazia insomma – i media possono farsi portavoce di versioni distorte dei fatti, impunemente. Il risultato può essere identico a quello prodotto da un controllo di tipo centralistico sui contenuti elaborati dai media. Tutti i mezzi di comunicazione, anche in democrazia, possono veicolare una versione dei fatti analoga, e non per costrizione bensì per scelta. Infatti le aspettative su come gli altri media tratteranno la notizia, le posizioni di quelli tra loro che vengono considerati opinion leaders ed il valore che comunemente viene attribuito alla notizia possono far sì che essa venga trattata in modo del tutto analogo dai vari mezzi d’informazione. Sono, questi, meccanismi dovuti allo stesso pluralismo dell’informazione, che finisce così per partorire la sua antitesi.

Ogni giornale tiene d’occhio la concorrenza ed ipotizza quelle che potrebbero essere le decisioni altrui rispetto alla stessa notizia di cui si sta occupando: così, se ritiene che un lancio d’agenzia verrà preso in considerazione dai media concorrenti, tenderà a fare lo stesso per non mancare d’inserire la notizia nel proprio palinsesto; al contrario, se pensa che gli altri media scarteranno l’informazione, la ometterà. È una logica che riguarda anche la fase successiva alla prima pubblicazione della notizia: quando una testata pubblica più notizie di una certa importanza su uno stesso tema, le altre tenderanno a seguirla, anche per non “bucare” – come si dice in gergo – la storia.

Le aspettative reciproche sulla pubblicazione s’intrecciano poi con l’influenza degli opinion leaders, cioè dei mezzi di comunicazione che vengono assunti come punti di riferimento per la scelta dei temi da trattare e dei modi con cui farlo. Gli opinion leaders sono una sorta di oracolo per gli altri media: fissano l’agenda dei contenuti e le connessioni possibili fra temi ed eventi. Gli altri media, facendo riferimento agli opinion leaders per stabilire cosa fa notizia, causano così un effetto a cascata da cui deriva l’uniformazione dell’intero scenario informativo. «Verso le quattro del pomeriggio l’”Associated Press” diffonde le notizie all’interno di una rubrica dal titolo “Uno sguardo agli editoriali”, e usa come fonte principale il “New York Times”», scrive Noam Chomsky nel suo libro Il potere dei media, raccontando di possibili pratiche redazionali americane. «Se, per esempio, sono il direttore di un qualsiasi quotidiano locale, guardo quella rubrica e dico: “Bene! Queste sono le notizie per domani sulla prima pagina. Me ne servirò per costruire i miei articoli”. Anche i telegiornali delle reti televisive prendono e selezionano le notizie dagli articoli del “New York Times”, del “Washington Post” e del “Wall Street Journal” e di pochi altri. In sostanza ci sono alcune grandi industrie dei media che stabiliscono i contenuti dell’attività giornalistica di tutti gli altri». In Italia non avviene diversamente.

E poi ci sono i valori-notizia, cioè i fatti e i temi che i media ritengono degni d’assurgere al rango di notizia. Le notizie rispondono ad una scala di valori: ci sono notizie che vendono e notizie che non vendono. «Le accuse fanno scrivere bei pezzi. Le difese fanno sbadigliare. Le accuse sono sexy, divertenti, fantasiose, eccitanti, scandalose. Le difese sono noiose, scontate, rituali, cavillose», scrive il noto giornalista Vittorio Zucconi. Certo, subito dopo aggiunge: «Peccato che il 90 per cento delle accuse che fanno notizia e tengono banco sui media per qualche giorno si rivelino infondate e si dissolvano nella grande cloaca delle reputazioni inquinate e delle vite avvelenate», ma si tratta di dettagli: intanto le vendite hanno subìto un’impennata significativa per le casse del giornale.

E così aspettative, opinion leaders e valori-notizia finiscono con l’appiattire il panorama delle informazioni. La geografia dei notiziari, uniforme e consonante, viene privata (o quasi) di elementi d’originalità. Con buona pace del più confortante pluralismo.

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