Rosarno un anno dopo la sommossa dei migranti che mise a ferro e fuoco la città
Non è bastato smantellare i ghetti per evitare che tornassero: i neri non sono mai andati via del tutto da Rosarno e quelli che l’hanno fatto sono rientrati a distanza di qualche tempo dal gennaio 2010, quando centinaia di migranti in rivolta hanno invaso le strade della città. I neri sono tornati, ma non fanno rumore.
Come prima ogni mattina si allineano sulla Statale e aspettano una chiamata per raccogliere arance a pochi centesimi a cassetta. Come prima vivono in catapecchie che cercano di rendere dignitose come possono. Nulla sembra cambiato dai giorni della sommossa, se non le statistiche: dai tremila che erano, adesso gli africani sparsi per la Piana sarebbero poco più di un migliaio.
A fornire il dato è una ottantatreenne dalla personalità di ferro che i neri chiamano mamma. Mamma Africa. «Che mi portasti?», è la prima cosa che domanda, in dialetto. Per la sua mensa, fondata sulla generosità altrui, può servire tutto. Dal 2000 Norina Ventre – questo è il suo nome – offre un pasto domenicale a centinaia di braccianti. «Adesso gli africani a Rosarno sono un migliaio, forse più», dice. «Dopo quel macello di gennaio li hanno messi sui pullman e sui treni tutti quanti, con e senza permesso di soggiorno. Alcuni si sono nascosti per paura che li portassero via. Nessuno voleva più uscire per strada. “Mamma, e ora come facciamo?”, mi chiedevano». I neri si fidano di lei.
I primi migranti africani arrivano a Rosarno all’inizio degli anni Novanta. Nella Piana trovano un impiego come braccianti agricoli, utile per mantenere intere famiglie in patria – mogli giovanissime e figli che non vedranno crescere – ma in nero, al soldo di «patroni» e caporali che ripagano con pochi spiccioli un lavoro lungo dall’alba al tramonto. Abitano in capannoni abbandonati e fabbriche dismesse. Vent’anni dopo la prima ondata migratoria, le condizioni di vita restano difficili e con la crisi i guadagni cominciano a scarseggiare. Dopo il grande boom, il mercato ortofrutticolo percorre la sua parabola discendente.
Snervati dal lavoro che manca, dai crampi della fame, dalle tensioni quotidiane, il 7 gennaio 2010 i migranti scendono in strada: è la rivolta. Qualche giorno dopo, a bordo di pullman e treni, vengono trasferiti in piena notte nei centri di prima accoglienza di Bari e Crotone. Le ruspe smantellano i capannoni in cui vivevano e con essi ogni possibilità di tornarci. Dunque mai più neri a Rosarno?
Alcuni non avrebbero mai lasciato la zona, nascondendosi nelle campagne, molti vi hanno fatto ritorno con la stagione delle arance. Distrutti o resi inaccessibili i ghetti storici della “Rognetta”, dell’ex “Cartiera”, della “Collina” e dell’ex “Opera Sila”, hanno occupato vecchi casolari diroccati persi in mezzo agli aranceti, ma anche le case “sgarrupate” del centro storico. Piccoli Bangladesh in cui manca tutto: l’acqua, la corrente elettrica, i servizi igienici. Le difficoltà quotidiane sono attenuate in parte da gente di buona volontà come Mamma Africa o come gli attivisti della Flai-Cgil che ogni giorno offrono ai migranti assistenza sindacale, cibo e indumenti. Perpetua, piccola e sofferente, abita proprio nel centro storico: per occupare una stamberga paga «one-fifty», 150 euro al mese.
Le case, quelle vere, spiegano alcuni, si preferisce fittarle agli immigrati dall’Est Europa, che non sostano in Calabria giusto il tempo della stagione degli agrumi ma per periodi più lunghi. Inoltre ospitando cittadini comunitari non si corre il rischio di accogliere irregolari. Per lo stesso motivo i proprietari terrieri preferiscono assoldare bulgari, rumeni o ucraini: per tenersi al riparo dal reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dopo la rivolta infatti i controlli da parte delle forze dell’ordine e dell’Ispettorato del Lavoro si sono fatti più serrati.
Se all’alba i ragazzi neri non trovano lavoro nei campi, stanno in piazza o si spostano da una parte all’altra della città su biciclette sgangherate che un pensionato del posto ripara gratis. Oppure si collegano ad Internet dalla mediateca del paese. Aprono Facebook per contattare i familiari e non vedono l’ora di essere in regola coi permessi per poterli raggiungere. Diallo non mette piede in patria da quindici anni. «Questa è mia moglie che non mi vede più, ma come faccio ad andare senza documenti?», dice mostrando una foto scolorita. Le resistenze a parlare di sé o a lasciare che si fotografino i posti in cui vivono sono radicate.
Per i neri le cose non sembrano migliorate dalla rivolta in poi. Anzi la crisi del settore avanza e l’integrazione è lontana. C’è ancora molto da fare. La Regione Calabria ha sottoscritto due Accordi di programma con il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali proprio per migliorare il tenore di vita degli extracomunitari, mentre il Comune di Rosarno ha inaugurato un campo d’accoglienza capace d’offrire un alloggio certamente più dignitoso a centoventi di loro. Vale a dire alla decima parte. Per gli altri possono bastare quattro mura in bilico perse nelle campagne o annidate nel centro storico per restare, almeno fino a quando non sarà finita la stagione delle arance. Restare, senza fare rumore.