Sesquipedale

March 5th, 2010

Io, da oggi in poi, invece di dire grandissimo dirò sesquipedale. Che termine meraviglioso. Mai sentito prima d’oggi, l’ho scoperto in un post di Alessandro Gilioli che leggevo poco fa. Avrete capito che la parola nuova di oggi è proprio

sesquipedale

che significa “enorme, smisurato”. Esiste addirittura l’avverbio sesquipedalmente. Che meraviglia. Una meraviglia sesquipedale.

Un cappello pieno di ciliege

March 4th, 2010

Stamattina ho finito di leggere Un cappello pieno di ciliege, il romanzo-saga di Oriana Fallaci. L’ultimo, postumo, mai terminato dalla grande scrittrice e giornalista toscana. Avevo promesso che ve ne avrei parlato, ed eccomi qui.

Quello per Un cappello è stato un autentico colpo di fulmine. L’ho incontrato per la prima volta nella libreria di un paese qui vicino (ché nel mio di questi posti straordinari non ce ne sono, ahimé). C’erano due file di volumi sullo scaffale, e Un cappello pieno di ciliege era in seconda. Quasi nascosto. Cercavo un libro da regalare, così ne prendevo uno, lo guardavo, leggevo la terza di copertina, lo giravo, lo rigiravo. Poi facevo la stessa cosa con un altro, fino a quando non ho trovato quello adatto e l’ho comprato. Non prima però d’innamorarmi di lui.

Dicevo che se ne stava lì, nascosto. Non ha una copertina di quelle che si fanno notare, questo libro, di quelle dai colori accesi, dalle immagini forti che richiamano l’attenzione. Al loro posto c’è il nome dell’autrice, stampato in grande, molto più in grande rispetto al titolo, come se l’attrazione in fin dei conti fosse lei: Oriana. È una copertina elegante ma che facilmente passa inosservata se non si cerca con attenzione. Il bello sta tutto dentro le sue 823 pagine.

Dalla libreria a casa mia c’è arrivato per una circostanza fortunata: si dà il caso che il mio ventinovesimo compleanno sia caduto proprio qualche giorno dopo l’incontro fulminante col romanzo. Così mia madre ha pensato bene di farmi una sorpresa e regalarmelo. Nonostante smaniassi dalla voglia di leggerlo, ho rimandato la lettura di qualche mese, presa com’ero da tante, troppe altre cose. Non so esattamente quando ho cominciato, ma non dev’essere stato molto tempo fa, dal momento che ho letteralmente divorato questo romanzo immenso ma così appassionante da rubarmi la voglia di spegnere la luce, nonostante sia tardi e gli occhi si chiudano per la stanchezza.

In genere giudico un libro da quanto mi prende: Un cappello pieno di ciliege mi ha risucchiata. Ma oltre al fascino della narrazione, c’è un altro motivo per cui apprezzo tanto Un cappello. Più volte mi è capitato di pensare che ognuno di noi è il prodotto delle vite dei nostri antenati, che in qualche modo, con le loro esperienze, le loro gioie, le loro ferite, determinano la nostra natura, lasciandoci traccia delle loro vite passate nel dna. Perciò, quando nasciamo, siamo un po’ anche loro. Capire cosa c’è in noi dei nostri antenati è un po’ come vedere le immagini delle cose già viste negli occhi di uno che ha girato il mondo. Non avevo focalizzato bene il concetto finché non ho letto l’incipit del romanzo, che dice:

Nel 1773, quando Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena era granduca di Toscana e sua sorella Maria Antonietta regina di Francia, corsi il rischio più atroce che possa capitare a chi ama la vita e pur di viverla è pronto a subirne tutte le catastrofiche conseguenze: il rischio di non nascere. Naturalmente l’avevo già corso numerose volte, per milioni di anni e ogni volta che un mio arcavolo si sceglieva un’arcavola o viceversa, ma quell’anno fui proprio sul punto di pagare con la mia pelle il principio biologico che dice: «Ciascuno di noi nasce dall’uovo nel quale si sono uniti i cromosomi del padre e della madre, a loro volta nati da uova nelle quali s’erano uniti i cromosomi dei loro genitori. Se cambia il padre o la madre, dunque, cambia l’unione dei cromosomi e l’individuo che avrebbe potuto nascere non nasce più. Al suo posto ne nasce un altro e la progenie che ne deriva è diversa dalla progenie che avrebbe potuto essere.

Una folgorazione. La sistemazione teorica di ciò che avevo pensato, ma confusamente.

Non so esattamente di quante generazioni racconti Oriana Fallaci, nel viaggio attraverso le storie di arcavoli e arcavole, bisnonni e bisnonne, nonne e nonni. Ad un certo punto ho perso il conto e, se non fosse stato per i brevi e opportuni flash sui personaggi e i fatti passati che riepilogano quanto narrato in precedenza, facilmente mi sarei persa. So però che ad alcune figure mi sono affezionata più che ad altre: a Caterina, a Montserrat, ad Anastasìa. Se leggerete il romanzo, scoprirete che ognuna delle loro storie sarebbe potuta essere un romanzo a sé. Invece Oriana Fallaci, incalzata dalla morte, ha dovuto raccontarcele di corsa, una dietro l’altra, come chi – andando via – deve lasciare più informazioni possibile a chi resta.

Finita la lettura, mi viene voglia di rileggere le prime pagine e tornare al momento in cui la saga dei Fallaci e delle famiglie che si sono intrecciate con essi – i Ferrier, i Launaro, i Cantini – ha avuto inizio. E probabilmente lo farò.

Il dovere di farsi capire

March 3rd, 2010

Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.

Tullio De Mauro

Troppo spesso noi giornalisti dimentichiamo che il nostro compito non è quello di fare monologhi. Dimentichiamo che non è per parlarci addosso che dobbiamo scrivere, bensì per parlare agli altri. Facciamo del nostro mestiere un esercizio retorico, una prova di stile. Dimentichiamo che raccontare è inutile se lo facciamo soltanto per noi stessi. Che il nostro dovere è innanzitutto quello di farci capire dal lettore. Dimentichiamo che se l’indomani spenderà cinque minuti del suo tempo per leggere anche ciò che abbiamo scritto noi, non possiamo certo permetterci di tradirlo propinandogli un testo incomprensibile perché pieno zeppo di termini poco conosciuti, di tecnicismi, d’espressioni auliche sconosciute ai più.

Per fortuna c’è Tullio De Mauro a ricordarcelo.

Redde rationem

March 3rd, 2010

Ah, il latino. Lo detesti al liceo: per cinque anni, prima di ogni compito, sbatti ripetutamente la testa sui libri al ritmo della frase ma-il-latino-a-cosa-serve-è-una-lingua-morta. Lo apprezzi poi, all’università, se decidi di procedere con lo studio delle materie umanistiche come ho fatto io. È un amore a scoppio ritardato, che sboccia quando comprendi che il latino è il padre, la madre, la zia e tutti gli antenati della nostra soave lingua italiana.

Redde rationem è l’espressione di oggi. Ancora una volta, come ieri, traggo spunto da un articolo di Carmelo Lopapa che il latino deve amarlo tanto, visto l’uso consueto che ne fa nei suoi pezzi per Repubblica.

Redde rationem

significa “rendimi conto”. Nell’italiano corrente vale come “resa dei conti”. Così nell’articolo di Lopapa:

Il redde rationem scatta alla chiusura delle urne, vada come vada, il 29 marzo. “Se continua così, dopo il voto faccio un nuovo partito. È venuto il momento di contarci, voglio proprio vedere su quanti parlamentari può fare affidamento, stavolta, l’amico Gianfranco, quanti siano davvero i finiani” è sbottato il presidente del Consiglio.

Dare la stura

March 2nd, 2010

I nervi sono a fior di pelle. L’atmosfera in consiglio dei ministri è tesissima, racconta chi vi ha preso parte. Anche per questo, per non dare la stura alle recriminazioni reciproche, del caso Polverini non si parla nel plenum di Palazzo Chigi.

È un brano fresco fresco di pubblicazione quello che traggo da un articolo di Carmelo Lo Papa, appena postato su Repubblica online. A parte l’uso di nel plenum, mi colpisce il modo di dire dare la stura. Il significato di sturare lo conosciamo tutti, credo. Ma personalmente non avevo mai sentito l’espressione dare la stura.

Dare la stura

significa “dare ampio sfogo ai propri pensieri, alle proprie idee, parlando o scrivendo” (Garzanti). Non ha un bel suono, ma il senso mi piace.

Quando è troppo è troppo

March 2nd, 2010

Non pensavo che qualcuno sarebbe mai riuscito a partorire un manifesto elettorale più confusionario di quello di cui parlavo in questo post. E infatti continuo a non pensarlo, dal momento che il manifesto che vedete qui sotto è sì confusionario, ma non tanto da strappare il titolo a questo.

Anche Pietro Giuseppe Maisto però non scherza, con tutti quei post-it. Dieci tutti insieme sono decisamente troppi. Finti, poi. Continuo a sostenere che l’oggetto reale ha sempre un impatto maggiore rispetto alle trovate grafiche. Ma tant’è.

Lo slogan “C’è ancora tanto da fare”, ampiamente illustrato dall’abbondanza dei post-it, rimanda dritto all’ultima esperienza amministrativa del candidato. Sotto il suo nome si precisa infatti: “Consigliere regionale uscente”. Che di cose da fare ne ha ancora parecchie: c’è da fare sul territorio, la casa, la sicurezza, la scuola, e chi più ne ha, più ne metta. Un argomento per bigliettino, mi raccomando. I post-it, alla fine, sono talmente tanti da far venire il dubbio se Maisto sia candidato alla consiliatura o alla presidenza. Una cosa è certa: con tutti quei recapiti telefonici (due fissi e un cellulare), quando troverà il tempo per tutto ciò che è rimasto da fare?

Per quanto riguarda i colori, non c’è che dire: è tutto perfettamente abbinato al simbolo: il verde del nome riprende quello del prato; l’arancione della linea in basso si ritrova nel fiore. Peccato per l’abbigliamento, per la camicia, la giacca, la cravatta. Quell’azzurrino sparso fa troppo Piddielle.

Voto? 3. Manifesto stragiàvistissimo.

Cumpà, capisci a me

March 1st, 2010

Nel bene o nel male, basta che se ne parli: non è così che si dice? E allora parliamone, anche perché di lui mi ero già occupata in questo post. Fausto Orsomarso, candidato per il Pdl, si presenta all’elettorato con una campagna anticonvenzionale costruita tutta intorno al cosentino doc, fiero abitante di una città che non chiama Cosenza ma Cosangeles. Un po’ per sfottò – ché il paragone con Los Angeles mai potrebbe reggere – un po’ per l’orgoglio di essere un cittadino nel senso letterale del termine, uno di quelli che stanno a Cosenza-Cosenza, non in provincia.

È proprio a lui che Orsomarso si rivolge. Del suo manifesto elettorale ho già parlato qui. Lo slogan? È in dialetto di Cosenza città: «Cinni vu bene ara Calabria?». Per il video promozionale, realizzato da Cinghios Group, vale lo stesso. Anche questo è tutto in vernacolo: dall’intro rap al doppiaggio di Braveheart, con un Mel Gibson che per una volta parla cosentino e fa campagna elettorale per Orsomarso e il candidato a presidente Giuseppe Scopelliti.

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