Segnalibri segnamemoria

March 3rd, 2011

La mole piuttosto consistente di un libro come Intervista con il potere (600 pagine nell’edizione che sto leggendo) mi ha convinta a ricorrere ai segnalibri per non perdere passaggi sparsi qua e là che nel momento in cui li ho letti mi sembravano significativi o che per qualche ragione mi hanno colpita e mi piacerebbe un giorno rileggere.

Trovo sia una buona pratica, che consiglio a tutti i divoratori di libri. Questi piccoli rettangoli colorati, che si sporgono quale più quale meno dal bordo del libro, mi permetteranno di ritornare sui miei passi una volta che avrò concluso la lettura e di riassumere nella mente i contenuti che hanno attirato la mia attenzione. Sarà come rinfrescarmi le idee.

Tra qualche tempo magari mi verrà la voglia di tornare a leggere le parole che oggi mi piacciono tanto o che credo meritevoli di essere ricordate. Allora potrò scoprire che in fondo non erano granché o forse le troverò più belle di prima.

C’era una volta la rivolta

February 25th, 2011

Rosarno un anno dopo la sommossa dei migranti che mise a ferro e fuoco la città

Non è bastato smantellare i ghetti per evitare che tornassero: i neri non sono mai andati via del tutto da Rosarno e quelli che l’hanno fatto sono rientrati a distanza di qualche tempo dal gennaio 2010, quando centinaia di migranti in rivolta hanno invaso le strade della città. I neri sono tornati, ma non fanno rumore.

Come prima ogni mattina si allineano sulla Statale e aspettano una chiamata per raccogliere arance a pochi centesimi a cassetta. Come prima vivono in catapecchie che cercano di rendere dignitose come possono. Nulla sembra cambiato dai giorni della sommossa, se non le statistiche: dai tremila che erano, adesso gli africani sparsi per la Piana sarebbero poco più di un migliaio.

A fornire il dato è una ottantatreenne dalla personalità di ferro che i neri chiamano mamma. Mamma Africa. «Che mi portasti?», è la prima cosa che domanda, in dialetto. Per la sua mensa, fondata sulla generosità altrui, può servire tutto. Dal 2000 Norina Ventre – questo è il suo nome – offre un pasto domenicale a centinaia di braccianti. «Adesso gli africani a Rosarno sono un migliaio, forse più», dice. «Dopo quel macello di gennaio li hanno messi sui pullman e sui treni tutti quanti, con e senza permesso di soggiorno. Alcuni si sono nascosti per paura che li portassero via. Nessuno voleva più uscire per strada. “Mamma, e ora come facciamo?”, mi chiedevano». I neri si fidano di lei.

I primi migranti africani arrivano a Rosarno all’inizio degli anni Novanta. Nella Piana trovano un impiego come braccianti agricoli, utile per mantenere intere famiglie in patria – mogli giovanissime e figli che non vedranno crescere – ma in nero, al soldo di «patroni» e caporali che ripagano con pochi spiccioli un lavoro lungo dall’alba al tramonto. Abitano in capannoni abbandonati e fabbriche dismesse. Vent’anni dopo la prima ondata migratoria, le condizioni di vita restano difficili e con la crisi i guadagni cominciano a scarseggiare. Dopo il grande boom, il mercato ortofrutticolo percorre la sua parabola discendente.

Snervati dal lavoro che manca, dai crampi della fame, dalle tensioni quotidiane, il 7 gennaio 2010 i migranti scendono in strada: è la rivolta. Qualche giorno dopo, a bordo di pullman e treni, vengono trasferiti in piena notte nei centri di prima accoglienza di Bari e Crotone. Le ruspe smantellano i capannoni in cui vivevano e con essi ogni possibilità di tornarci. Dunque mai più neri a Rosarno?

Alcuni non avrebbero mai lasciato la zona, nascondendosi nelle campagne, molti vi hanno fatto ritorno con la stagione delle arance. Distrutti o resi inaccessibili i ghetti storici della “Rognetta”, dell’ex “Cartiera”, della “Collina” e dell’ex “Opera Sila”, hanno occupato vecchi casolari diroccati persi in mezzo agli aranceti, ma anche le case “sgarrupate” del centro storico. Piccoli Bangladesh in cui manca tutto: l’acqua, la corrente elettrica, i servizi igienici. Le difficoltà quotidiane sono attenuate in parte da gente di buona volontà come Mamma Africa o come gli attivisti della Flai-Cgil che ogni giorno offrono ai migranti assistenza sindacale, cibo e indumenti. Perpetua, piccola e sofferente, abita proprio nel centro storico: per occupare una stamberga paga «one-fifty», 150 euro al mese.

Le case, quelle vere, spiegano alcuni, si preferisce fittarle agli immigrati dall’Est Europa, che non sostano in Calabria giusto il tempo della stagione degli agrumi ma per periodi più lunghi. Inoltre ospitando cittadini comunitari non si corre il rischio di accogliere irregolari. Per lo stesso motivo i proprietari terrieri preferiscono assoldare bulgari, rumeni o ucraini: per tenersi al riparo dal reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dopo la rivolta infatti i controlli da parte delle forze dell’ordine e dell’Ispettorato del Lavoro si sono fatti più serrati.

Se all’alba i ragazzi neri non trovano lavoro nei campi, stanno in piazza o si spostano da una parte all’altra della città su biciclette sgangherate che un pensionato del posto ripara gratis. Oppure si collegano ad Internet dalla mediateca del paese. Aprono Facebook per contattare i familiari e non vedono l’ora di essere in regola coi permessi per poterli raggiungere. Diallo non mette piede in patria da quindici anni. «Questa è mia moglie che non mi vede più, ma come faccio ad andare senza documenti?», dice mostrando una foto scolorita. Le resistenze a parlare di sé o a lasciare che si fotografino i posti in cui vivono sono radicate.

Per i neri le cose non sembrano migliorate dalla rivolta in poi. Anzi la crisi del settore avanza e l’integrazione è lontana. C’è ancora molto da fare. La Regione Calabria ha sottoscritto due Accordi di programma con il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali proprio per migliorare il tenore di vita degli extracomunitari, mentre il Comune di Rosarno ha inaugurato un campo d’accoglienza capace d’offrire un alloggio certamente più dignitoso a centoventi di loro. Vale a dire alla decima parte. Per gli altri possono bastare quattro mura in bilico perse nelle campagne o annidate nel centro storico per restare, almeno fino a quando non sarà finita la stagione delle arance. Restare, senza fare rumore.

Quando il prodotto parla di te

February 20th, 2011

Una delle principali preoccupazioni delle aziende nel progettare una campagna marketing è coinvolgere i potenziali clienti. Si tratta di fare in modo che il prodotto divenga in qualche modo significativo per il cliente, che si crei con esso un legame quasi affettivo. La strada che in molti casi viene scelta è puntare sul fattore personale: se il prodotto diviene un’estensione della personalità, il simbolo di uno stile, di un carattere, il cliente non lo sceglierà più – o non soltanto – per necessità o per bisogno, ma per esprimere se stesso. Come?

Un esempio lampante è l’iniziativa “Di che Bertolli sei?” della nota azienda produttrice di olio d’oliva. Si tratta di un quiz che, una volta risposto a tutte e dodici le domande (del tipo: sport preferito, look scelto per un’occasione speciale, come trascorri una serata con il partner), svela qual è l’olio ideale del cliente. In questo modo alle tre varietà (Fragrante, Gentile e Robusto) vengono associate altrettante personalità. Bertolli instaura così un legame tra il suo olio e il nostro carattere. Una volta che avremo saputo qual è l’olio che fa per noi, saremo tentati (forse) di comprarlo quando si parerà davanti ai nostri occhi su uno scaffale del supermercato.

Lo strumento scelto per coinvolgere il cliente non può essere casuale: il quiz è un gioco molto diffuso e facile da fare; è invitante perché noi tutti siamo naturalmente portati a voler sapere qualcosa in più su noi stessi (ed è su questo importantissimo fattore che fa leva l’azienda); rispondere alle domande è molto semplice perché non dobbiamo fare altro che tenere conto di ciò che sappiamo su noi; altrettanto semplice è rispondere alle domande (basta un clic).

Anche l’”impaginazione” è molto importante: sul sito non c’è un elenco di dodici domande che tutte insieme – per quanto possa solleticare l’idea di sapere qual è il nostro olio ideale – non farebbe altro che scoraggiare la partecipazione, ma una domanda per volta, su dodici totali. Ad ogni risposta data appare quella successiva. Anche l’elemento “novità” determinato dal cambio di pagina tiene alta l’attenzione. Ma queste sono considerazioni legate piuttosto al web design che non al marketing.

Ah, Bertolli mi ha detto che il mio olio extra vergine ideale è Bertolli Robusto, dal sapore ricco e corposo perché amo la tradizione ma so guardare anche al futuro e mi piace ricevere e trascorrere tempo con gli amici e i familiari: un invito a tenere più pranzi e più cene da trascorrere degustando buonissime pietanze al cui gusto ha contribuito generosamente l’olio Bertolli Robusto, quello che parla di me?

La rivoluzione e’ una menzogna

February 11th, 2011

Mentre in Egitto Mubarak cede il potere ai militari, ripenso ad un passaggio di Intervista con il potere di Oriana Fallaci, che ultimamente cito spesso (e temo continuerò a farlo finché non avrò finito di leggerlo):

“La rivoluzione è una menzogna da cui nasce sempre un cambio di tirannia; un inganno cui da due secoli ci inchiniamo per pigrizia mentale o viltà o timidezza”.

Che Dio ce la mandi buona o, come ha detto oggi Omar Suleiman annunciando le dimissioni di Mubarak, “che Dio ci aiuti”.

Fallaci e Gheddafi

February 6th, 2011

“Colonnello, posso farle un’ultima domanda?”
“Sì, ma breve” rispose. “La delegazione iraniana mi aspetta. Devo far liberare quegli ostaggi.”
“Lei crede in Dio?”
“Ovvio che credo in Dio! Perché mi chiede una cosa simile?”
“Perché credevo che Dio fosse lei, colonnello.”
Mi guardò senza capire.

Memorabile finale d’intervista di Oriana Fallaci a Gheddafi in Intervista con il potere.

Internet saprebbe cosa farne

February 6th, 2011

Sono sicura che anche voi, come me, guardate stupiti lo spot di Eni da quando protagoniste ne sono due mani magiche che disegnano forme sulla sabbia. E’ un gesto semplice – un po’ la trasposizione sulla materia delle ombre cinesi – ma che riesce ad incantarmi sempre, ogni volta che parte la pubblicità.

A chi appartengano le due mani credo sia ormai noto a tutti per quanto se ne parla soprattutto in Rete: si tratta dell’israeliana Ilana Yahav. La sua scheda su enizyme.com – il sito che raccoglie i profili dei giovani artisti che hanno prestato la propria opera per Eni – traccia il suo percorso professionale. C’è un passaggio preciso della sua carriera ad essere interessante:

Successivamente, si appassiona alla Sand Art perché la materia con la quale crea, la riporta in contatto con la natura e la sabbia, attraverso le sue mani prende vita e delinea scenari e mondi immaginari. Da quando il suo primo filmato su internet ha ricevuto un riscontro eccezionale, ha deciso di fare di questa arte la sua occupazione principale e per questo attualmente viaggia continuamente per le sue performances.

E’ grazie ad un filmato su Internet quindi che oggi anche noi conosciamo Ilana Yahav, anche soltanto come quella che fa i disegni con le mani in televisione. Senza il video probabilmente non ne avremmo saputo mai nulla, tantomeno possiamo considerare possibile che avremmo visto i programmi con le marionette per la tv israeliana che l’artista ha realizzato prima di postare il filmato in Rete. Senza Internet, con ogni probabilità, il suo talento ci sarebbe rimasto ignoto.

Un video, una foto, il manoscritto di un libro o l’espressione di un’arte nuova come la Sandart (l’arte della sabbia) di Ilana Yahav magari ce l’abbiamo anche noi, nascosti da qualche parte. Internet saprebbe cosa farne.

La mia San Lucido

February 6th, 2011

Gli Uffizi a casa tua

February 1st, 2011

Mai stata agli Uffizi, ahimé. Mai stata neppure negli altri sedici incantevoli luoghi che un nuovo servizio di Google presentato oggi alla Tate Modern di Londra – e in bella vista anche sulla home page del motore di ricerca – rende visitabili comodamente da casa perché tutti noi umani mancanti possiamo rimediare alle vistose lacune.

Si chiama Art Project ed è l’adattamento “in interno” di Street View. Diversamente da questo, che permette di passeggiare tra le vie delle città restando seduti in poltrona, Art Project consente di visitare alcuni dei posti “al chiuso” più famosi e più interessanti del mondo. Ci sono, oltre agli Uffizi di Firenze, musei – peraltro sempre aperti, senza orari o lunghe file alle biglietterie – come il MoMa di New York, il Van Gogh Museum di Amsterdam. Ah, e il Palazzo di Versailles.

I cursori sulle immagini permettono di andare avanti e indietro lungo i corridoi, di soffermarsi su un quadro come la splendida “Starry Night” di Van Gogh o di zoomare sui particolari perfino del pavimento o del soffitto o di una statua.

Installare Wordpress su Aruba, un promemoria per quando serve

January 31st, 2011

Dimenticate spesso come si installa Wordpress su Aruba? Io sì. Ma per fortuna esiste Google che ad ogni vuoto di memoria mi dà una mano. Oggi sono corsa sul motore di ricerca per cercare ancora una volta le istruzioni. Mettendo insieme le info trovate, sono riuscita nell’impresa, ma probabilmente è il caso che ne lasci imperitura traccia su questo blog che si occupa anche di webdesign. Non rischio quindi di andare fuori traccia se vi propongo il mio modesto tutorial su come installare Wordpress su Aruba.

Se vi state preoccupando di come si fa, probabilmente Aruba vi ha già inviato sia la prima mail con la quale vi comunica la conferma dell’attivazione del servizio hosting Linux per il vostro dominio (vi ricordo che l’hosting Linux è fondamentale per l’installazione di Wordpress su Aruba), sia la seconda mail che conferma invece l’attivazione del MySql associato al vostro dominio, anch’esso fondamentale per l’installazione.

E’ la mail d’attivazione del MySql la più importante per la nostra missione installante. Essa contiene infatti alcuni dati fondamentali che sono:
- host
- username
- password
- nomedatabase
Dovremo infatti inserire questi dati nel file wp-config-sample.php che troveremo nel pacchetto di Wordpress che scaricheremo tra poco.

La prima cosa da fare è scaricare ed installare un programma FTP. Ne esistono moltissimi e la scelta dipende dal sistema operativo che utilizzate: se siete mac-user vi consiglio CyberDuck, se siete pc-user potreste scegliere FileZilla. Una volta che l’avrete installato, non vi resta che connettervi al vostro dominio su Aruba tramite FTP. I dati per farlo sono nella prima mail che vi ha inviato Aruba, quella d’attivazione del servizio hosting per il dominio (host, nome utente, password).

Adesso dobbiamo concretamente seguire i passi necessari per installare Wordpress su Aruba. Scarichiamo quindi Wordpress (in italiano) da questo link. Quindi decomprimiamo il file .zip e teniamo sott’occhio la nostra cartella di Wordpress decompressa.

Apriamo la cartella decompressa, cerchiamo il file wp-config-sample.php e apriamolo con un programma tipo Blocco Note oppure Text Edit. Aperto il file wp-config-sample.php, cerchiamo Impostazioni MySql. E’ questa la parte del testo che dobbiamo modificare.

I dati che ci servono sono contenuti nella seconda mail di Aruba, quella di conferma dell’attivazione del MySql, e sono:
- nomedatabase
- username
- password
- host

Modifichiamo così:

/** Il nome del database utilizzato per WordPress */
define(‘DB_NAME’, ‘nomedatabase’);

/** Nome utente database MySQL */
define(‘DB_USER’, ‘username’);

/** Password database MySQL */
define(‘DB_PASSWORD’, ‘password’);

/** Nome host MySQL */
define(‘DB_HOST’, ‘host’);

Salviamo le modifiche apportate al file e rinominiamolo wp-config.php

Apriamo il dominio sul programma FTP e carichiamo sulla cartella del sito i file contenuti nella cartella Wordpress. Per completare il caricamento ci vorrà qualche minuto. Una volta fatto, possiamo dire che il compito più complicato l’abbiamo già svolto!

E’ l’ora di installare Wordpress sul nostro dominio! Colleghiamoci al link www.nomedominio.it/wp-admin/install.php. Si aprirà una pagina con cui Wordpress ci invita ad inserire alcuni dati di cui è meglio prendere nota.

Wordpress ci chiede:
- titolo del sito
- nome utente (admin è il nome utente di default)
- password (annotiamola, è molto importante)
- e-mail

Clicchiamo su installa e voila!

Se abbiamo fatto tutto come dovevamo, Wordpress ci conferma che l’installazione è avvenuta con successo! Colleghiamoci al nostro link ed ecco apparire il nostro sito! Per modificarlo colleghiamoci al link www.nomedominio.it/wp-admin che ci connette col pannello di controllo di Wordpress. Per collegarci sono necessari l’username e la password che abbiamo deciso poco fa, al momento dell’installazione di Wordpress!

Buona personalizzazione e via libera alla fantasia!

La misura è colma

January 30th, 2011

Nell’ultima settimana, nel rincorrersi delle polemiche sul Ruby-gate, avrete sentito molti pronunciare l’identica frase: “La misura è colma”. Lo ha detto oggi Giancarlo Caselli, procuratore capo di Torino, criticando il premier Silvio Berlusconi. Allo stesso scopo lo ha detto il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, qualche giorno fa, e pure il direttore generale della Rai, Mauro Masi, stavolta contro Santoro e il suo “Annozero”.

Ma da dove deriva quest’espressione così utilizzata da esser mai divenuta logora? E’ quello che mi sono chiesta all’ennesima dichiarazione rilasciata alle agenzie questa domenica pomeriggio. Da una ricerca online non emerge molto.

Il Dizionario dei modi di dire del Corriere mi viene in soccorso soltanto in parte. Qui si trova infatti il significato dell’espressione (“far perdere la pazienza; arrivare al limite considerato giusto o normale”) e il modo in cui viene solitamente utilizzata (è riferita in genere al comportamento di una persona esasperante che non si è più disposti a tollerare), ma non la sua derivazione.

L’unica traccia è contenuta in un pdf online del comune di Castelbasso, che comprende anche alcuni modi di dire diffusi nella cittadina. Alla voce “Va calmë pë rasë” scopriamo che “la vendita e l’acquisto dei cereali fino ai primi decenni del ‘900 non venivano fatti a peso ma in misure di capacità, di solito recipienti cilindrici in legno aventi determinate altezze e circonferenze come, ad esempio, some, mezzetti, ecc. La vendita veniva fatta a misura rasa, cioè le derrate che sopravanzavano i bordi del recipiente venivano tolte facendo scorrere sui bordi medesimi la rasiera (asta diritta in legno o metallo). E poiché di moneta ne girava poca, in genere si pagava il debito restituendo a misura colma, cioè i cereali dovevano fare il colmo, una montagnetta che si ergeva dai bordi della misura”.

Dunque: quando si dice che la misura è colma s’intende dire, in senso letterale, che la quantità di cereali nel contenitore è maggiore rispetto al livello del contenitore stesso.

Assegnato il premio “Guglielmo Zucconi” al gruppo Goel, per “il forte impegno espresso in Calabria”

December 14th, 2010

Il suo nome somiglia a quello di un gigante buono dei cartoni animati, di quelli che salvano le principesse dagl’incantesimi o gli eroi dai malvagi e, a pensarci bene, gigante e buono sono due aggettivi che ben lo definiscono. Stiamo parlando di Goel, gruppo d’imprese della Locride e della Piana di Gioia Tauro, che ha (appunto) la gigantesca ambizione di fare della Calabria una terra migliore, libera e riscattata. Sembra impossibile? Eppure non lo è: molto lavoro in questa direzione è già stato fatto e con risultati stupefacenti.

Se ne sono accorti anche i giurati del Premio internazionale “Guglielmo Zucconi”, istituito dal Comune di Modena come riconoscimento per chi opera in Italia e nel mondo a favore delle nuove generazioni, intitolato al giornalista e scrittore che, nel corso della sua vita, ha dimostrato una costante attenzione per i giovani. Il premio, giunto alla quinta edizione, è stato assegnato per il 2010 proprio al Gruppo Goel quale “solida realtà del terzo settore – è la motivazione del riconoscimento – che si distingue per il forte impegno con il quale si dedica al percorso di sviluppo sociale ed economico della Locride e della Calabria ed alla battaglia per la libertà e la democrazia in Calabria e nel resto d’Italia”. A ritirarlo a Modena è stato il presidente Vincenzo Linarello, alla presenza del sindaco Giorgio Pighi, del procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria Nicola Gratteri e del giornalista Vittorio Zucconi, figlio di Guglielmo cui è intestato il premio.

Per capire il perché del riconoscimento bisogna pesare il bagaglio d’iniziative che Goel ha promosso dalla sua nascita, nel 2003, ad oggi: servizi sociali, turismo responsabile, artigianato, accoglienza e recupero dei minori a rischio, commercio equo e solidale sono alcuni dei settori nei quali il Gruppo opera attraverso le imprese associate. Non è soltanto un esempio di fattività ma uno strumento di lotta contro il malaffare, come dimostra l’ultima creatura: si chiama “Goel Bio” ed è una nuova azienda del Gruppo che commercializza arance, clementine ed oli biologici provenienti dalla Locride e dalla Piana di Gioia Tauro.

La portata dell’operazione si può ben comprendere se collocata nel contesto in cui nasce: siamo nella terra dei “fatti di Rosarno”, che un anno addietro portarono alla ribalta della cronaca il lavoro nero tra gl’immigrati di colore, in particolare nel comparto agricolo. Ebbene: l’agroalimentare biologico di Goel è la risposta diretta ai fatti di Rosarno e ad un mercato locale che complica il lavoro degli agricoltori onesti. «I prezzi sono da fame», denuncia il Gruppo. «Spesso non consentono di coprire nemmeno le spese vive né il costo sindacale del lavoro: si arriva a pagare le arance 10 centesimi al chilo. È un mercato spesso condizionato dalla prepotenza della ‘ndrangheta che, come al solito, vive da parassita sulle fatiche e sui sacrifici dei Calabresi. Goel allora sceglie di stare al fianco degli agricoltori onesti, spesso vessati dalla ‘ndrangheta con uno “stalking” prepotente e spietato che mira a sottometterli e condizionarli, se non addirittura ad espropriarli». Goel Bio offre i prodotti provenienti dai terreni di coloro che resistono alle pressioni mafiose, difendendo la dignità del proprio lavoro e, con essa, quella del territorio. L’obiettivo è dunque, ancora una volta, affermare la legalità contro lo strapotere della malavita, per raggiungere l’auspicato cambiamento in terra calabra.

Si diceva, pronunciando la parola Goel, di giganti buoni e di gigantesche aspirazioni. La suggestione del suono non mente: il nome che a suo tempo venne scelto per il Gruppo ha radici bibliche e significa “il liberatore”, colui che paga il prezzo del riscatto di chi è schiavo per renderlo un cittadino libero. E allora tanti auguri, Calabria.

Pubblicato da “l’Altro quotidiano.it”
14 dicembre 2010
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Cose da bambini

December 6th, 2010

Per fortuna non si cresce mai abbastanza da dimenticare cosa significhi guardare il mondo con gli occhi di un bambino. Per questo, quando ci si ritrova a vivere circostanze pensate appositamente per loro – per le cosiddette nuove generazioni – non ci si sente poi a disagio.

Mi è capitato proprio ieri, visitando una meraviglia natalizia – il Christmas Village, un villaggio lappone in miniatura, con tanto di sciatori, giocatori di hockey e bambini intenti a lanciarsi palle di neve o a scivolare su manti bianchi a bordo dei loro slittini, realizzato a mano e pieno zeppo di congegni meccanici a movimentare il tutto – di sperimentare ancora una volta lo stupore di un bimbo davanti a tutto questo. Lo stesso che ha provato quel centinaio di bambini celati sotto cappelli, giacche e barbe da babbinatale che, con mia somma invidia, hanno avuto la precedenza nell’accesso a quella meraviglia in cartapesta.

L’illusione che non ci riguardi

November 20th, 2010

Lo scatto è lo sbocco verso mille strade. Avviene in uno dei sessanta secondi qualsiasi di un minuto qualsiasi in un giorno qualsiasi. Ma può restare impresso per sempre.

Un grazie al collettivo giovanile Mmasciata di San Pietro in Guarano e al collega Alfredo Sprovieri per aver voluto ospitare la mia foto “Mafia – L’illusione che non ci riguardi” sul periodico “Mmasciata” uscito in questo mese.

La copertina di “Mmasciata” (anno VI – num. IV)
La prima pagina del servizio
La seconda pagina del servizio

E’ da ieri che volevo farlo

September 15th, 2010

E’ da ieri che volevo farlo. Estrarla dalla sua casetta imbottita, liberarla finalmente dal cerchio nero che le impedisce la visuale ed uscire insieme. Però nel pomeriggio, appena finito di assolvere al mio quotidiano dovere di giornalista, s’è alzato un ventaccio. E così ho dovuto rimandare l’appuntamento con Charlotte, la mia macchina fotografica. Ma stamattina un bel sole caldo e invitante mi ha buttata giù dal letto e fuori di casa. Scarpe comode, canotta chiara, sciarpetta viola intorno al collo nella speranza che prevenga il mal di gola che in questa stagione non mi risparmia e via tra le strade del mio paese.

Nelle nostre passeggiate fotografiche, io e Charlotte abbiamo occhi soltanto per quello che c’è intorno a noi. Invece ignoriamo completamente chi c’è intorno a noi, complice anche la nostra miopia. Gli occhiali aiutano, ma non fanno miracoli, e Charlotte non può andare oltre ciò che le permette un (misero, per la verità) obiettivo 18-55. Non mi sono molto divertita questa mattina, lo ammetto. Ci sono stati momenti migliori. Tuttavia ho trovato sul mio cammino spunti interessanti. Questa è la foto che preferisco :)

Il marketing che disturba a domicilio

September 14th, 2010

“Cerchi lavoro? A Cosenza, per apertura nuova azienda, società cerca ambosessi per varie mansioni. Si richiede disponibilità immediata. Per colloquio telefonare al numero **********.”

Me l’ha detto al telefono un’affascinante voce (registrata) di uomo pronto a salvare me e le nuove generazioni da un incerto futuro da disoccupati che la pensione se la sognano.

Certo, avrei preferito sapere di più sul conto del milite ignoto, per esempio l’identità misteriosa della “società” che pubblicizza e quali sarebbero le “varie mansioni” richieste. Vabbè: vuole fare il bello e tenebroso. Ma se in avvenire non mi disturbasse a domicilio, distogliendomi dalle mie innumerevoli occupazioni e propinandomi a mia insaputa la pubblicità, farebbe cosa buona e giusta.