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Biotestamento: caro dottore, sia fatta la tua volonta’

Tuesday, March 31st, 2009

Coloro che credono di poter decidere in totale e completa autonomia di quali e quante cure e terapie beneficiare si sbagliano. Chi, dopo la vicenda Englaro, s’è affrettato ad affidare a YouTube il proprio testamento biologico (come questo), magari esprimendo chiaramente la volontà di non essere sottoposto ad alimentazione ed idratazione forzate, ha perso tempo. Infatti, l’ultima parola riguardo alla vita e alla morte del paziente non spetta a quest’ultimo, bensì al medico curante. E non per la missione che gli è propria di garantire la salute dell’individuo e salvargli la vita laddove essa fosse in pericolo, ma perché sta a lui decidere se seguire o no la volontà del paziente in fatto di trattamento sanitario.

In buona sostanza, il paziente non detiene completamente il potere di decidere per se stesso in merito ai trattamenti cui essere sottoposto, perché a decidere davvero è il medico. La sua volontà insomma non è sovrana; il medico non per forza deve adeguarsi ad essa. Può tranquillamente non farlo, se lo ritiene. O almeno questo è quanto è stato approvato dal Senato con 150 voti favorevoli, 123 contrari e 3 astenuti. Vediamo, in sintesi, cosa prevedono le “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento” che dovranno ora essere approvate dalla Camera.

Fonte: Web

Si ribadisce innanzitutto che la vita umana è un «diritto inviolabile e indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui la persona non sia più in grado di intendere e di volere» e che «nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge» (?). Su ogni trattamento sanitario dev’esserci l’accordo del paziente, da questi (o dal suo tutore) espresso formalmente tramite un «documento di consenso informato, firmato dal paziente, che diventa parte integrante della cartella clinica» e che può comunque essere revocato. Questo passaggio viene saltato a pie’ giunti in caso di emergenza.

Veniamo alla cosiddetta Dat, la dichiarazione anticipata di trattamento. Si tratta di un documento, valido per tre anni e revocabile e modificabile in ogni momento, con cui una persona, nella piena capacità di intendere e di volere e cosciente della propria situazione medico-clinica, decide se essere sottoposta o meno a trattamento sanitario, a meno che questa sua decisione non violi il codice penale. Nel caso in cui questa stessa persona dovesse ritrovarsi nella condizione di non poter assumere decisioni che la riguardano perché non più in grado di intendere e di volere, la dichiarazione anticipata di trattamento è il documento che manifesta la sua volontà.

C’è un però: con la dichiarazione non si può disporre in merito all’alimentazione e all’idratazione, perché esse sono considerate «forme di sostegno vitale fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita». Anche se una persona esprimesse con la dichiarazione anticipata di trattamento la volontà di non essere sottoposta ad alimentazione ed idratazione, essa non avrebbe concretamente alcun peso.

Ma pure tutte le altre disposizioni della Dat possono essere di fatto annullate dal medico curante, il quale può decidere se attenersi ad esse o meno. Le indicazioni vengono valutate dal medico «in scienza e coscienza, in applicazione del principio dell’inviolabilità della vita umana e della tutela della salute». Insomma a lui la responsabilità di applicare o no la volontà del paziente. A lui la decisione.

Poniamo il caso che questa legge fosse andata in vigore qualche anno fa e mettiamo che Eluana Englaro avesse scritto la sua dichiarazione anticipata di trattamento esprimendo la volontà di non essere sottoposta ad alimentazione e idratazione forzate. Essa non avrebbe alcuna validità, perché, secondo quanto previsto dal ddl, l’alimentazione e l’idratazione «non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Su questo insomma decide lo Stato.

È un emendamento dell’Udc ad aver eliminato dal ddl l’obbligo del medico di attenersi alla volontà del paziente rifacendosi alla dichiarazione anticipata di trattamento. Firmato da Antonio Fosson, l’emendamento è stato approvato dal Senato con 136 voti favorevoli e 116 contrari.

Il vicepresidente dei senatori del Popolo della libertà, Gaetano Quagliarello, ha dichiarato in merito: «Vogliamo lasciare al medico un margine per poter intervenire a fronte di nuove evidenze scientifiche». Su tutte le furie l’opposizione. La capogruppo del Partito democratico, Anna Finocchiaro: «Agli italiani avete spiegato che questa era una legge per poter scrivere il proprio testamento biologico, ora gli dire che invece non contano più niente». Felice Casson del Partito democratico: «È una presa in giro per i cittadini. Le loro dichiarazioni anticipate diventano carta straccia».

Berlusconi, Di Pietro e la loggia P2

Sunday, March 29th, 2009

Il cancan delle dichiarazioni, tra repliche e controrepliche e repliche alle controrepliche, come al solito non s’è fatto attendere. Il vulnus scatenante è costituito stavolta dalle parole di Antonio di Pietro, il quale, dopo aver ascoltato la trionfale chiusura del primo congresso del Popolo della libertà da parte del premier Silvio Berlusconi, ha dichiarato d’aver intravisto nel suo stile modi da «ducetto» ed ha aggiunto che il presidente del Consiglio «vuole azzerare la Costituzione e diventare il padre padrone della sua nuova azienda “Italia”», che «propone la riforma dei regolamenti parlamentari al solo fine di eliminare definitivamente quel che lui considera un inutile ingombro, ossia l’opposizione» e infine che «pretende che vengano dati maggiori poteri al premier, cioè a lui, così avrà mano libera su quello che lui percepisce come una zavorra: la democrazia».

Dopo Di Pietro, ecco il leader dell’Unione di centro, Pierferdinando Casini, che, ospite della trasmissione “In 1/2 ora” su RaiTre, afferma: «Splendido dal punto di vista scenico, ha ricalcato anche nel discorso quello di 15 anni fa». «Nel frattempo Berlusconi è stato 7 anni, la meta’ del tempo, a Palazzo Chigi, e oggi ripropone le stesse cose come se fosse Alice nel paese delle meraviglie». Quindi Anna Fiocchiaro, presidente dei senatori del Partito democratico: «Un refrain che e’ sempre lo stesso. Un Paese nelle mani di un uomo solo, un’idea di partito quasi confessionale, la sottovalutazione dei reali problemi del Paese».

silvio berlusconi primo congresso popolo della libertà marzo 2009

Berlusconi ha sostenuto questa mattina sul palco del congresso: «La Costituzione assegna al presidente del Consiglio dei poteri quasi inesistenti. In altri Paesi, invece, il premier ha poteri veri: in Italia ahimé ha solo poteri finti e così il governo non può intervenire con prontezza e lo Stato non può funzionare. Il Paese ha bisogno di governabilità». In particolare, Berlusconi ha in mente di modificare, «senza stravolgerla», la seconda parte della Carta costituzionale che, afferma, «va rivitalizzata e arricchita. Una delle missioni della nostra maggioranza – ha detto il presidente del Consiglio – è ammodernare l’architettura istituzionale dello Stato».

Ma torniamo a Di Pietro. Più che un progetto d’ammodernamento, egli scorge all’orizzonte italiano una fase d’arretramento, che porterà il Paese ad essere tale e quale a come fu pensato trent’anni fa da Licio Gelli, Gran Maestro Venerabile della loggia Propaganda Due. «Dopo il controllo dell’informazione, l’attacco all’indipendenza della magistratura, l’indebolimento del sindacato, ecco il potere assoluto – sostiene Di Pietro – ultimo tassello per il compimento del Piano di rinascita democratica della P2, di cui Berlusconi è un noto affiliato».

Il Piano di rinascita democratica è il documento d’intenti della loggia massonica Propaganda Due, definita brevemente P2. Viene sequestrato nel 1982 all’aeroporto di Fiumicino sul fondo di una valigia della figlia di Licio Gelli, Maria Grazia, che sta rientrando in Italia da Nizza. Si legge in premessa al documento: «Il piano tende a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori». E poi: «I programmi a medio e lungo termine prevedono alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali». Insomma: il piano si propone di “restaurare” le istituzioni fondamentali, di sollecitazione in sollecitazione, per poi ritoccare la Costituzione. Tali interventi interessano i partiti politici, la stampa, i sindacati, il Governo, la magistratura, il Parlamento e non sono finalizzati, precisa il piano, al rovesciamento del sistema. Soltanto alla sua modifica, tramite quella degli organismi principali e dunque della Costituzione.

Un anno prima del ritrovamento del Piano di rinascita democratica, nel corso d’indagini dalle finalità diverse, vengono rinvenute le liste dei 962 affiliati (o presunti tali) alla loggia P2, nella cassaforte della fabbrica d’abbigliamento Gio.Le di Castiglione Fibocchi. Nell’elenco compaiono i nomi di tre ministri e quarantaquattro parlamentari in carica, insieme con quelli di sessanta politici, cinquantadue dirigenti ministeriali, ma anche numerosi militari, banchieri, industriali, medici, docenti universitari, commercialisti, avvocati, magistrati, imprenditori. In particolare la tessera numero 625 corrisponde ad un certo Silvio Berlusconi. Il quale una decina d’anni più tardi entrerà in politica. Ma questa è un’altra storia?