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Inchiesta Rai-Agcom, politica e giornalismo

Tuesday, March 16th, 2010

Oggi le prime pagine di tutti i giornali sono occupate dall’inchiesta Rai-Agcom che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il commissario dell’Autorità garante delle comunicazioni, Giancarlo Innocenzi, e il direttore del Tg1, Augusto Minzolini. Una vicenda che riporta in auge il tema del rapporto tra politica e giornalismo, ed in particolare delle pressioni spesso esercitate dalla prima sul secondo.

Non è per nulla raro che i mass media si autodichiarino indipendenti e, con ciò, privi di vincoli che li leghino a persone o cose in grado di condizionarli. Spesso essi si autoproclamano fonti d’informazione libere, tanto nella scelta dei contenuti e della forma da attribuir loro, quanto nella costruzione del quadro nel quale inserirli. Si autodefiniscono, insomma, testate indipendenti perché svincolate da ogni interferenza, influenza o pressione che sia. In questi giorni, per esempio, abbiamo sentito Minzolini affermare che il telegiornale che dirige, il Tg1, è «libero», ma in Italia molti quotidiani, come il Corriere della Sera o il Sole24Ore, associano alle varie Carte che regolano la professione giornalistica alcune norme deontologiche che rappresentano autentiche dichiarazioni d’indipendenza.

Fonte: http://www.kaleidoscomunicazione.it

Tuttavia, nonostante norme e proclami, l’indipendenza dei mass media non è per nulla scontata. Un qualsiasi operatore dell’informazione può ritrovarsi al centro di pressioni e di influenze volte al controllo o al condizionamento del suo lavoro. Facciamo un esempio pratico. Un ministro, a fine mandato, decide di ricandidarsi. Egli, è chiaro, ha tutto l’interesse di venire rieletto. Tuttavia certe notizie “scomode” potrebbero compromettere il suo sogno di gloria. Affinché esse non vengano diffuse oppure siano rese innocue, il nostro ministro decide di premere sui mezzi d’informazione. Ciò gli consente non solo di tutelare la propria immagine pubblica, ma anche di lustrarla un po’ con l’aiuto di quegli stessi media su cui preme. Immune da macchia e con la vittoria in tasca, il ministro rieletto a questo punto potrebbe andare in cerca di un direttore di giornale che appoggi le sue iniziative politiche, e così via.

Se questo è ciò che potrebbe accadere, viene da chiedersi: ma i giornalisti sono liberi nell’esercizio del proprio lavoro oppure no? In realtà i fattori in grado d’incidere sul loro operato sono numerosi, a partire dalla stessa proprietà del giornale. Gli interessi dei proprietari potrebbero costituire la principale linea da seguire nel trattamento delle notizie, dei commenti, degli editoriali. Ascoltiamo due grandi proprietari di giornali americani: Matthews e Murdoch. «In linea di massima, i direttori avranno una libertà completa purché siano d’accordo con la politica che io ho stabilito», dichiara Matthews. «Non ho fatto tutta questa strada per non interferire», risponde Murdoch al direttore di un giornale che protesta per le pesanti ingerenze nella linea editoriale. Le loro parole non confortano i sostenitori dell’autonomia del direttore rispetto alla proprietà.

Tornando nell’italica patria, una vicenda esemplare del delicato rapporto tra direzione e proprietà – in questo caso interviene anche il fattore politico – è quella raccontata dal giornalista toscano Indro Montanelli. Nel 1974 Montanelli fonda il quotidiano Il Giornale. Quattro anni dopo entra a far parte dell’assetto proprietario Silvio Berlusconi, inizialmente con una percentuale azionaria del 30 percento, che cresce fino all’82 percento negli anni Novanta. Ceduto Il Giornale al fratello Paolo nel 1990, in seguito all’entrata in vigore della legge Mammì – che introduce la proibizione per chi detiene la proprietà di un canale televisivo di controllare contemporaneamente un quotidiano – Silvio Berlusconi fonda nel 1994 il partito Forza Italia e si candida alle elezioni politiche. Montanelli racconta che, nel corso di un’assemblea di redazione, Berlusconi avrebbe preteso di ottenere dal quotidiano l’appoggio alla propria candidatura. «Quell’incursione – scrive Montanelli – era inammissibile. Anche solo dal punto di vista formale, il fatto che Berlusconi ratificasse d’avere ancora ingerenze nel Giornale metteva me in posizione di grave impaccio». «Quando un redattore gli chiese a bruciapelo se fosse disposto a sostenere ancora il Giornale, rispose che l’avrebbe fatto solo se avesse seguito una linea che piacesse a lui». Dopo il fatto, Montanelli decide di dimettersi in segno di dissenso.

Ora: è realistico credere che i mass media siano completamente estranei ed impermeabili ad ogni tentativo di influenza? Non è invece più probabile che essi cerchino di raggiungere un equilibrio fra tutte le pressioni subite? Quante volte i mass media sottostanno, in toto o in parte, alle richieste esterne – provengano esse dalla proprietà o dalla politica, dalle fonti o dagli inserzionisti o ancora dai gruppi d’interesse – ignorando il diritto sovrano del lettore all’obiettività dell’informazione ed in barba a tutte le Carte deontologiche?

Il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuscinski non nega l’evidenza: «L’ideale, naturalmente, è l’indipendenza assoluta – sostiene – ma la vita e l’ideale sono due cose diverse. Il giornalista subisce pressioni perché scriva quello che vuole il datore di lavoro. La nostra professione è una continua lotta tra i sogni di libertà e la realtà che ci costringe a rispettare gli interessi, le opinioni e le aspettative dell’editore. Nei paesi dove vige la censura, si lotta per esprimere la maggior parte possibile di ciò che si vuole dire. Nei paesi dove vige la libertà di parola, la libertà del giornalista viene limitata dagli interessi del giornale per il quale lavora. In molti casi il giornalista, specie se giovane, deve accettare gravi compromessi e ricorrere ad una raffinata strategia per evitare gli scontri diretti». «Comunque, bisogna conquistarsi a forza ogni frammento di indipendenza». Quanti ci riescono?