Posts Tagged ‘calabria’

Galleria a Tropea

Friday, April 1st, 2011

San Fili di sfuggita

Friday, April 1st, 2011

Vista su San Lucido

Thursday, March 24th, 2011

Crepuscolobliquo

Tuesday, March 22nd, 2011

C’era una volta la rivolta

Friday, February 25th, 2011

Rosarno un anno dopo la sommossa dei migranti che mise a ferro e fuoco la città

Non è bastato smantellare i ghetti per evitare che tornassero: i neri non sono mai andati via del tutto da Rosarno e quelli che l’hanno fatto sono rientrati a distanza di qualche tempo dal gennaio 2010, quando centinaia di migranti in rivolta hanno invaso le strade della città. I neri sono tornati, ma non fanno rumore.

Come prima ogni mattina si allineano sulla Statale e aspettano una chiamata per raccogliere arance a pochi centesimi a cassetta. Come prima vivono in catapecchie che cercano di rendere dignitose come possono. Nulla sembra cambiato dai giorni della sommossa, se non le statistiche: dai tremila che erano, adesso gli africani sparsi per la Piana sarebbero poco più di un migliaio.

A fornire il dato è una ottantatreenne dalla personalità di ferro che i neri chiamano mamma. Mamma Africa. «Che mi portasti?», è la prima cosa che domanda, in dialetto. Per la sua mensa, fondata sulla generosità altrui, può servire tutto. Dal 2000 Norina Ventre – questo è il suo nome – offre un pasto domenicale a centinaia di braccianti. «Adesso gli africani a Rosarno sono un migliaio, forse più», dice. «Dopo quel macello di gennaio li hanno messi sui pullman e sui treni tutti quanti, con e senza permesso di soggiorno. Alcuni si sono nascosti per paura che li portassero via. Nessuno voleva più uscire per strada. “Mamma, e ora come facciamo?”, mi chiedevano». I neri si fidano di lei.

I primi migranti africani arrivano a Rosarno all’inizio degli anni Novanta. Nella Piana trovano un impiego come braccianti agricoli, utile per mantenere intere famiglie in patria – mogli giovanissime e figli che non vedranno crescere – ma in nero, al soldo di «patroni» e caporali che ripagano con pochi spiccioli un lavoro lungo dall’alba al tramonto. Abitano in capannoni abbandonati e fabbriche dismesse. Vent’anni dopo la prima ondata migratoria, le condizioni di vita restano difficili e con la crisi i guadagni cominciano a scarseggiare. Dopo il grande boom, il mercato ortofrutticolo percorre la sua parabola discendente.

Snervati dal lavoro che manca, dai crampi della fame, dalle tensioni quotidiane, il 7 gennaio 2010 i migranti scendono in strada: è la rivolta. Qualche giorno dopo, a bordo di pullman e treni, vengono trasferiti in piena notte nei centri di prima accoglienza di Bari e Crotone. Le ruspe smantellano i capannoni in cui vivevano e con essi ogni possibilità di tornarci. Dunque mai più neri a Rosarno?

Alcuni non avrebbero mai lasciato la zona, nascondendosi nelle campagne, molti vi hanno fatto ritorno con la stagione delle arance. Distrutti o resi inaccessibili i ghetti storici della “Rognetta”, dell’ex “Cartiera”, della “Collina” e dell’ex “Opera Sila”, hanno occupato vecchi casolari diroccati persi in mezzo agli aranceti, ma anche le case “sgarrupate” del centro storico. Piccoli Bangladesh in cui manca tutto: l’acqua, la corrente elettrica, i servizi igienici. Le difficoltà quotidiane sono attenuate in parte da gente di buona volontà come Mamma Africa o come gli attivisti della Flai-Cgil che ogni giorno offrono ai migranti assistenza sindacale, cibo e indumenti. Perpetua, piccola e sofferente, abita proprio nel centro storico: per occupare una stamberga paga «one-fifty», 150 euro al mese.

Le case, quelle vere, spiegano alcuni, si preferisce fittarle agli immigrati dall’Est Europa, che non sostano in Calabria giusto il tempo della stagione degli agrumi ma per periodi più lunghi. Inoltre ospitando cittadini comunitari non si corre il rischio di accogliere irregolari. Per lo stesso motivo i proprietari terrieri preferiscono assoldare bulgari, rumeni o ucraini: per tenersi al riparo dal reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dopo la rivolta infatti i controlli da parte delle forze dell’ordine e dell’Ispettorato del Lavoro si sono fatti più serrati.

Se all’alba i ragazzi neri non trovano lavoro nei campi, stanno in piazza o si spostano da una parte all’altra della città su biciclette sgangherate che un pensionato del posto ripara gratis. Oppure si collegano ad Internet dalla mediateca del paese. Aprono Facebook per contattare i familiari e non vedono l’ora di essere in regola coi permessi per poterli raggiungere. Diallo non mette piede in patria da quindici anni. «Questa è mia moglie che non mi vede più, ma come faccio ad andare senza documenti?», dice mostrando una foto scolorita. Le resistenze a parlare di sé o a lasciare che si fotografino i posti in cui vivono sono radicate.

Per i neri le cose non sembrano migliorate dalla rivolta in poi. Anzi la crisi del settore avanza e l’integrazione è lontana. C’è ancora molto da fare. La Regione Calabria ha sottoscritto due Accordi di programma con il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali proprio per migliorare il tenore di vita degli extracomunitari, mentre il Comune di Rosarno ha inaugurato un campo d’accoglienza capace d’offrire un alloggio certamente più dignitoso a centoventi di loro. Vale a dire alla decima parte. Per gli altri possono bastare quattro mura in bilico perse nelle campagne o annidate nel centro storico per restare, almeno fino a quando non sarà finita la stagione delle arance. Restare, senza fare rumore.

Assegnato il premio “Guglielmo Zucconi” al gruppo Goel, per “il forte impegno espresso in Calabria”

Tuesday, December 14th, 2010

Il suo nome somiglia a quello di un gigante buono dei cartoni animati, di quelli che salvano le principesse dagl’incantesimi o gli eroi dai malvagi e, a pensarci bene, gigante e buono sono due aggettivi che ben lo definiscono. Stiamo parlando di Goel, gruppo d’imprese della Locride e della Piana di Gioia Tauro, che ha (appunto) la gigantesca ambizione di fare della Calabria una terra migliore, libera e riscattata. Sembra impossibile? Eppure non lo è: molto lavoro in questa direzione è già stato fatto e con risultati stupefacenti.

Se ne sono accorti anche i giurati del Premio internazionale “Guglielmo Zucconi”, istituito dal Comune di Modena come riconoscimento per chi opera in Italia e nel mondo a favore delle nuove generazioni, intitolato al giornalista e scrittore che, nel corso della sua vita, ha dimostrato una costante attenzione per i giovani. Il premio, giunto alla quinta edizione, è stato assegnato per il 2010 proprio al Gruppo Goel quale “solida realtà del terzo settore – è la motivazione del riconoscimento – che si distingue per il forte impegno con il quale si dedica al percorso di sviluppo sociale ed economico della Locride e della Calabria ed alla battaglia per la libertà e la democrazia in Calabria e nel resto d’Italia”. A ritirarlo a Modena è stato il presidente Vincenzo Linarello, alla presenza del sindaco Giorgio Pighi, del procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria Nicola Gratteri e del giornalista Vittorio Zucconi, figlio di Guglielmo cui è intestato il premio.

Per capire il perché del riconoscimento bisogna pesare il bagaglio d’iniziative che Goel ha promosso dalla sua nascita, nel 2003, ad oggi: servizi sociali, turismo responsabile, artigianato, accoglienza e recupero dei minori a rischio, commercio equo e solidale sono alcuni dei settori nei quali il Gruppo opera attraverso le imprese associate. Non è soltanto un esempio di fattività ma uno strumento di lotta contro il malaffare, come dimostra l’ultima creatura: si chiama “Goel Bio” ed è una nuova azienda del Gruppo che commercializza arance, clementine ed oli biologici provenienti dalla Locride e dalla Piana di Gioia Tauro.

La portata dell’operazione si può ben comprendere se collocata nel contesto in cui nasce: siamo nella terra dei “fatti di Rosarno”, che un anno addietro portarono alla ribalta della cronaca il lavoro nero tra gl’immigrati di colore, in particolare nel comparto agricolo. Ebbene: l’agroalimentare biologico di Goel è la risposta diretta ai fatti di Rosarno e ad un mercato locale che complica il lavoro degli agricoltori onesti. «I prezzi sono da fame», denuncia il Gruppo. «Spesso non consentono di coprire nemmeno le spese vive né il costo sindacale del lavoro: si arriva a pagare le arance 10 centesimi al chilo. È un mercato spesso condizionato dalla prepotenza della ‘ndrangheta che, come al solito, vive da parassita sulle fatiche e sui sacrifici dei Calabresi. Goel allora sceglie di stare al fianco degli agricoltori onesti, spesso vessati dalla ‘ndrangheta con uno “stalking” prepotente e spietato che mira a sottometterli e condizionarli, se non addirittura ad espropriarli». Goel Bio offre i prodotti provenienti dai terreni di coloro che resistono alle pressioni mafiose, difendendo la dignità del proprio lavoro e, con essa, quella del territorio. L’obiettivo è dunque, ancora una volta, affermare la legalità contro lo strapotere della malavita, per raggiungere l’auspicato cambiamento in terra calabra.

Si diceva, pronunciando la parola Goel, di giganti buoni e di gigantesche aspirazioni. La suggestione del suono non mente: il nome che a suo tempo venne scelto per il Gruppo ha radici bibliche e significa “il liberatore”, colui che paga il prezzo del riscatto di chi è schiavo per renderlo un cittadino libero. E allora tanti auguri, Calabria.

Pubblicato da “l’Altro quotidiano.it”
14 dicembre 2010
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Sulla costa tirrenica buone notizie dal ministero

Tuesday, May 11th, 2010

Il rapporto parla del 93% di balneabilità in Calabria. Ma soprattutto cancellato l’incubo della “nave dei veleni”

Caso chiuso: nel mare antistante Cetraro, che si trova al centro del tratto di costa tirrenica che va da Maratea a Diamante, non c’è traccia di quell’inquinamento radioattivo di cui si era parlato lo scorso anno in seguito alle “rivelazioni” del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti. In una dichiarazione spontanea alla magistratura Fonti aveva segnalato la presenza proprio nel mare di Cetraro della nave “Cunsky”, carica – secondo il suo racconto – di fusti pieni di rifiuti tossici. Della vicenda si erano occupati giornali e televisioni di tutta Italia perché era scattato un allarme ambientale di enormi proporzioni. Ora l’esito finale delle analisi ha portato ad archiviare il caso: la nave in questione non è la “Cunsky” e il mare di Cetraro non è inquinato.

Va tutto bene quindi? Immergersi tranquillamente davanti alle spiagge del Tirreno cosentino e lucano è possibile? Ma quanti – insieme col caso “nave dei veleni” – archivieranno anche le preoccupazioni per altre forme d’inquinamento che invece da anni affliggono queste cose?

I motivi per essere preoccupati ci sono, come c’erano negli anni scorsi, ben prima che l’ingiustificato allarme per le “rivelazioni” di Fonti creasse il panico. La Calabria, del resto, esce con le ossa rotte dalla stagione estiva 2009, almeno stando alle conclusioni di Legambiente. Anche l’anno scorso l’associazione ambientalista ha sguinzagliato in giro per le coste italiane il suo celebre battello Goletta Verde che in due mesi ha raccolto cinquecento campioni d’acqua e li ha analizzati secondo i crismi di legge. I risultati sono stati tutt’altro che confortanti per la Calabria: la regione s’è guadagnata la maglia nera per inquinamento, con quindici punti critici. Uno ogni 47 chilometri di costa. Se non fosse che sono quindici anche le località calabresi premiate nel 2009 con le Vele della Guida blu di Legambiente e Touring Club, ci sarebbe davvero da preoccuparsi.

Consola invece leggere il Rapporto 2009 sulle acque di balneazione del ministero della Salute. Il documento attesta che dei 653 chilometri di costa calabrese controllati 609 sono balneabili in quanto non contaminati da microrganismi e batteri. Dunque il 93 per cento del litorale sottoposto a verifica (sui 715 chilometri di costa complessivi, 62 non sono accessibili al monitoraggio) risulta balneabile. Tuttavia il Rapporto viene stilato in base ai risultati delle analisi effettuate dalle Agenzie regionali per l’ambiente nella stagione balneare precedente. Ciò significa che potremo conoscere i dati ministeriali sulle condizioni attuali del nostro mare soltanto nel 2011. In ogni caso, per il 2009 il ministero aveva previsto la possibilità di monitorare in tempo reale i divieti di balneazione attraverso il proprio sito, in modo da fornire al cittadino una fonte aggiornata.

Per rispondere alle richieste d’informazioni da parte del pubblico, l’Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria) aveva attivato persino un numero verde ed una casella di posta elettronica dedicata. D’altronde si era allora nel pieno delle proteste dovute al mare sporco che si levavano da più parti. Proprio in quei giorni, sul Tirreno cosentino la Procura della Repubblica di Paola aprì un’inchiesta sui depuratori di alcuni comuni, ipotizzando reati come danneggiamento comune, disastro ambientale, omissione d’atti d’ufficio e mancato rispetto delle norme sui rifiuti e sullo smaltimento dei rifiuti speciali. C’era chi, vedendo acque poco chiare, si chiedeva dove fosse mai quel «mare da bere» auspicato da tempo dal presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio. Una promessa, la sua, difficile da mantenere. Tra il dire e il bere c’è di mezzo un mare di problemi.

Pubblicato da “l’Altro quotidiano”
11 maggio 2010

Qui il giornale in pdf, l’articolo è a pagina 9.

La Sicilia, oltre lo Stretto

Tuesday, November 3rd, 2009

La Sicilia, oltre lo Stretto

Lounge sunset

Tuesday, September 22nd, 2009

Lounge sunset

San Lucido di notte

Sunday, September 20th, 2009

San Lucido di notte

Michael Cipolla, una storia a lieto fine

Thursday, April 9th, 2009

Una buona notizia è buona il doppio in questi giorni di disperazione. Così, se una vicenda si conclude col lieto fine, non si tira un sospiro di sollievo ma due. Spazio alla lieta novella, allora. Il bimbo di cinque anni scomparso ieri a San Marco Argentano, comune della provincia cosentina, è ora di nuovo tra le braccia di papà Aldo e mamma Virginia.

Di Michael Cipolla, questo il suo nome, non si avevano notizie dalla tarda mattinata d’ieri, quando si era allontanato dal piazzale davanti casa, dove stava giocando col fratello maggiore, per raggiungere suo padre, che in quel momento stava lavorando i campi a pochi metri dal casolare. Michael aveva avvisato del suo spostamento la nonna, la quale però non l’ha più visto tornare e, non riuscendo a trovarlo, ha allertato i genitori. Dunque, segnalata la scomparsa del piccolo ai carabinieri, sono partite le operazioni di ricerca.

Le foto diffuse su Facebook

Tutta la zona di contrada Ghiandaro, località del comune di San Marco Argentano in cui si trova il casolare della famiglia Cipolla, è stata setacciata palmo a palmo per tutta la notte da carabinieri, polizia, vigili del fuoco, vigili urbani e protezione civile locale, coadiuvati da un elicottero della polizia e unità cinofile. Alla ricerca ha partecipato l’intera comunità cittadina. Nel frattempo è partito il tam tam su Facebook, dove sono state diffuse alcune fotografie del piccolo per aiutare le ricerche. Si temeva, in quelle ore di preoccupazione, che Michael fosse rimasto vittima di una disgrazia in un territorio di aperta campagna; per questo i soccorritori hanno controllato pozzi e canali d’irrigazione della zona.

In forte apprensione, com’è comprensibile, i genitori. «Rivoglio mio figlio, ridatemi mio figlio. È un angelo e quando lo vedrete capirete perché», urlava disperato il padre, che fa il bidello e che si era detto disponibile a pagare un riscatto se suo figlio fosse stato rapito. «Sono disposto a vendere tutto pur di riavere mio figlio. Sono disposto a pagare un riscatto. Sono pronto a vendere la casa ed il terreno». La probabilità veniva comunque considerata remota. L’ipotesi più accreditata rimaneva quella di un allontanamento del bimbo alla ricerca del papà, in seguito al quale però si sarebbe perso. Non si escludeva comunque l’eventualità di un incidente.

Per fortuna la vicenda si è conclusa questo pomeriggio nel migliore dei modi. Michael sta bene, ha solo qualche graffio sul viso e adesso è di nuovo in compagnia dei suoi genitori. Sarebbero stati alcuni parenti impegnati nella ricerca a trovarlo, richiamati dalle urla del bambino, in un canalone coperto di rovi e vegetazione, dove sarebbe caduto accidentalmente. La zona del ritrovamento dista due chilometri da casa, in località Iotta. Michael è quindi stato restituito alla famiglia dai carabinieri. Il ricongiungimento coi genitori è stato accompagnato da un lungo e commosso applauso.