Saviano e il potere delle parole
Thursday, March 26th, 2009Dunque Roberto Saviano è tornato in tv. Ogni volta è netta la percezione del ritorno nel senso letterale del termine: come visita nuova di un luogo dopo esser stato assente, o quantomeno invisibile. Nel caso di Saviano, che vive sotto scorta, introvabile: è come se, nel compiere il giro prima di tornare al punto di partenza, in qualche modo egli perdesse la propria concretezza e si smaterializzasse inesorabilmente, per poi emergere di nuovo, tutte le volte che riappare in pubblico, da una dimensione astratta, da un posto inconoscibile, da un buco nero che inghiotte la sua esistenza e la restituisce poi. Saviano va via, ogni volta, per andare chissà dove e per poi tornare direttamente dall’ignoto. Egli esiste, di fatto, solo quando compare oppure si esprime in forma pubblica coi suoi articoli. È incredibile come la dimensione “sociale” sia divenuta tutto ciò che oggi quest’uomo possiede. Un uomo che, dando alle stampe il suo libro, scegliendo di diffondere il più possibile ciò di cui è a conoscenza, ha finito per vivere solo in quella dimensione.
Difficile aggiungere parole a quelle che lo scrittore napoletano ha pronunciato ieri sera, sia durante il lungo monologo nella prima parte di “Che tempo che fa”, andato in onda per oltre due ore a partire dalle 21.10 su RaiTre, sia nel corso dell’intervista col conduttore Fabio Fazio e in occasione del trittico televisivo con Paul Auster e David Grossman. È difficile commentare certe fotografie di giovani innocenti ammazzati e dimenticati, come Salvatore Nuvoletta, o le storie di reputazioni infangate per convenienza, come quella di don Peppe Diana. Ma è bene che, dopo il monologo di Saviano, il giornalismo si ponga un paio di domande.
Joseph Pulitzer scriveva che «una stampa cinica e mercenaria prima o poi creerà un pubblico ignobile». Davanti a certi titoli di giornale, come quelli citati dallo scrittore napoletano, viene da chiedersi se siamo o no sulla buona strada. Certo è difficile capire se il modo di gestire l’informazione derivi dalla realtà o la realtà derivi dal modo di gestire l’informazione, così com’è arduo rispondere all’interrogativo imperituro se sia nato prima l’uovo o la gallina. Tuttavia è chiara la responsabilità che il giornalismo ha nel definire l’opinione pubblica. I mass media hanno l’immenso potere di esercitare un condizionamento, di creare un’opinione, una data visione della realtà. E questa visione della realtà può passare anche dalla titolatura.
Il titolo di un articolo di giornale è un contenitore pieno zeppo di significati, e a riempirlo è il giornalista. A volte è, questo, un esercizio praticato con onestà assoluta, con precisione e secondo i crismi della professionalità; moltissime altre è un compito svolto con malizia, con cinismo, ricorrendo ai doppi sensi, alle allusioni, caricando le parole scelte di significati altri, di accuse velate, persino di condanne. E tutto questo non è mai casuale. Non è per caso che un titolo viene composto in un certo modo, tantomeno in una terra di camorra in cui pesa ogni parola, in cui se “sbagli”, se “sgarri” non puoi sperare in nessun perdono.
E allora che dire di titoli come: «Stupra donna sposata e finisce in cella», con il riferimento – curioso e assurdo – allo stato civile della donna violentata; «Giustiziato sindacalista», quando la giustizia c’entra poco; «Pirolo, la corte assolve l’Infame»: così viene definito negli ambienti della camorra il collaboratore di giustizia?
Ripetere quotidianamente messaggi portatori di significati dati finisce col perpetuare di giorno in giorno la visione della realtà veicolata: l’annaffia tutti i dì come fosse un tulipano, mantenendola viva e prosperosa di generazione in generazione. «Io sono cresciuto in una terra raccontata così, raccontata al ritmo di questi titoli. È come se tu ti abituassi a queste parole, è come se le parole in genere potessero condizionare anche la lettura dei fatti. A seconda di come viene data un’informazione o di come viene percepita dal territorio tu ti fai un’idea, una costruzione della tua terra», dice Saviano.
Dagli studi Rai andiamo quindi nella terra dell’autore di Gomorra, nella Campania felix, e vediamo come ha reagito la stampa casertana, tirata in ballo direttamente (e non per la prima volta) da Saviano (che ne aveva già parlato in occasione del Festival della letteratura di Mantova, nel settembre 2008).
Il Mezzogiorno di Napoli e Caserta, tramite il direttore editoriale Gianluca Parisi, si è dichiarato subito solidale nei confronti dei «giornalisti, ingiustamente colpiti dalla caduta di stile del Saviano, che tra mille difficoltà, raccontano puntualmente ogni giorno la cronaca e gli eventi di Caserta e Provincia». Il Mezzogiorno esprime quindi vicinanza al “Corriere di Caserta” e alla “Gazzetta di Caserta”, il primo «reo di prestare il fianco nella titolazione delle notizie camorristiche» e il secondo «reo di aver pubblicato e risposto ad una lettera spedita dal carcere da Sandokan, Francesco Schiavone».
Scrive Parisi sul blog della testata: «L’attacco è sembrato subito spropositato e gratuito, soprattutto nei confronti dei lavoratori giornalisti precari di questi due giornali che, quotidianamente, fanno i salti mortali per sopravvivere».
Ma Parisi, contrattaccando, accusa Saviano di diffamazione, non diversamente da quanto accaduto subito dopo l’omicidio di don Diana: «Proprio in occasione dell’assassinio di Don Peppino Diana, Saviano ha fatto notare che all’epoca fu messa in atto una campagna diffamatoria e denigratoria nei confronti del sacerdote, volta a giustificare quel barbaro omicidio o quantomeno tentare di farlo. Ieri sera, alimentando negli spettatori il dubbio che i quotidiani potessero addirittura prestare il fianco alla Camorra, Saviano si è comportato allo stesso modo di quanti hanno tentato di infangare Don Peppino Diana». Che titolo daresti, tu, ad un intervento così?




