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San Giuliano ieri, L’Aquila oggi. Stesso dolore, stesse parole.

Thursday, April 9th, 2009

Su Google Earth, L’Aquila è tale e quale a com’era il 4 settembre 2006, quando la fotografò il satellite. Lo zoom sulla città plana lungo fasce di tetti rossi allineati, strade intatte, cupole inviolate. Google l’ha immortalata integra e intonsa. In foto è un luogo immobile: pure le auto rimangono ferme in mezzo al traffico, imbottigliate per sempre. Queste immagini sono ormai cartoline d’epoca, perché L’Aquila oggi è una città diversa. Cambiata per sempre. Come percorsa da un gigante. Sotto i suoi piedi si sono sbriciolate case e palazzi, ed esistenze sono state spezzate per sempre o, nei casi fortunati, soltanto interrotte, segnando il confine tra ciò che era e ciò che è.

L'Aquila in Google Earth

Con chi prendersela ora, per tutto questo? Chi maledire per le distruzioni immense e per le morti odiose? «Nessuno è senza colpa. Molti sono stati coinvolti nella costruzione dei palazzi crollati. Deve esserci un esame di coscienza senza discriminanti né coloriture politiche, non per battersi il petto, ma per capire cosa è indispensabile e urgente fare per evitare che questi fatti si ripetano e perché si possa fare prevenzione, non con fantasiose profezie o impossibili previsioni, ma apprestando mezzi indispensabili perché case ed edifici resistano», ha detto oggi il presidente della repubblica Giorgio Napolitano in visita a L’Aquila.

Il significato delle sue parole non è diverso da quello espresso solo un anno e mezzo fa, in occasione del quinto anniversario del terremoto di San Giuliano di Puglia, il 31 ottobre 2007, quando, in un messaggio al presidente del Comitato vittime della scuola elementare, Antonio Morelli, il presidente Napolitano aveva sottolineato la necessità di «promuovere una maggiore e più diffusa cultura della sicurezza nell’edilizia scolastica». Perché quel che accadde a San Giuliano non debba mai più ripetersi.

Già, San Giuliano. Morirono ventisei bambini allora, il 31 ottobre 2002, sotto le macerie dell’unico edificio del paese che non seppe reggere al terremoto: la scuola Francesco Iovine. Disse l’arcivescovo di Campobasso, monsignor Armando Dini, nel dì dei funerali, tre giorni dopo il disastro: «Qui manca la cultura della prevenzione. Dovremmo fare come in Giappone». Lo stesso presidente Carlo Azeglio Ciampi ribadì il concetto: «Occorre insistere sulla prevenzione».

Le accorate esortazioni di sette anni fa sono dunque identiche a quelle di oggi; tuttavia poco o nulla è cambiato da allora, se l’Italia piange ancora i suoi figli, sepolti sotto cumuli di macerie di palazzi che avrebbero dovuto ergersi sprezzanti del pericolo e invece si sono sgretolati miseramente.

Funerali delle vittime del terremoto di San Giuliano di Puglia - Fonte: Corriere della Sera

Le bare dei bimbi di San Giuliano erano bianche, bianchi i fiori che le ricoprivano. Una madre in nero salì sull’altare delle esequie e pronunciò parole semplici: «Io sono la mamma di Luigi, ma sono la mamma di tutti questi angeli. E a tutti chiedo una cosa sola: che le nostre scuole siano più sicure. Non voglio assolutamente che nessuna mamma e nessun papà, nessuno pianga più i suoi figli». Oggi a L’Aquila altre madri piangono su altre bare bianche, culle eterne dei loro bimbi innocenti, creature che la vita non volevano perderla e non l’hanno persa: la vita è stata loro strappata. Nessuna mamma e nessun papà, nessuno avrebbe più dovuto piangere i suoi figli. Lo disse quella madre affranta e tutti applaudirono. Ma non tutti, forse, ascoltarono davvero.