Stamattina ho finito di leggere Un cappello pieno di ciliege, il romanzo-saga di Oriana Fallaci. L’ultimo, postumo, mai terminato dalla grande scrittrice e giornalista toscana. Avevo promesso che ve ne avrei parlato, ed eccomi qui.
Quello per Un cappello è stato un autentico colpo di fulmine. L’ho incontrato per la prima volta nella libreria di un paese qui vicino (ché nel mio di questi posti straordinari non ce ne sono, ahimé). C’erano due file di volumi sullo scaffale, e Un cappello pieno di ciliege era in seconda. Quasi nascosto. Cercavo un libro da regalare, così ne prendevo uno, lo guardavo, leggevo la terza di copertina, lo giravo, lo rigiravo. Poi facevo la stessa cosa con un altro, fino a quando non ho trovato quello adatto e l’ho comprato. Non prima però d’innamorarmi di lui.

Dicevo che se ne stava lì, nascosto. Non ha una copertina di quelle che si fanno notare, questo libro, di quelle dai colori accesi, dalle immagini forti che richiamano l’attenzione. Al loro posto c’è il nome dell’autrice, stampato in grande, molto più in grande rispetto al titolo, come se l’attrazione in fin dei conti fosse lei: Oriana. È una copertina elegante ma che facilmente passa inosservata se non si cerca con attenzione. Il bello sta tutto dentro le sue 823 pagine.
Dalla libreria a casa mia c’è arrivato per una circostanza fortunata: si dà il caso che il mio ventinovesimo compleanno sia caduto proprio qualche giorno dopo l’incontro fulminante col romanzo. Così mia madre ha pensato bene di farmi una sorpresa e regalarmelo. Nonostante smaniassi dalla voglia di leggerlo, ho rimandato la lettura di qualche mese, presa com’ero da tante, troppe altre cose. Non so esattamente quando ho cominciato, ma non dev’essere stato molto tempo fa, dal momento che ho letteralmente divorato questo romanzo immenso ma così appassionante da rubarmi la voglia di spegnere la luce, nonostante sia tardi e gli occhi si chiudano per la stanchezza.
In genere giudico un libro da quanto mi prende: Un cappello pieno di ciliege mi ha risucchiata. Ma oltre al fascino della narrazione, c’è un altro motivo per cui apprezzo tanto Un cappello. Più volte mi è capitato di pensare che ognuno di noi è il prodotto delle vite dei nostri antenati, che in qualche modo, con le loro esperienze, le loro gioie, le loro ferite, determinano la nostra natura, lasciandoci traccia delle loro vite passate nel dna. Perciò, quando nasciamo, siamo un po’ anche loro. Capire cosa c’è in noi dei nostri antenati è un po’ come vedere le immagini delle cose già viste negli occhi di uno che ha girato il mondo. Non avevo focalizzato bene il concetto finché non ho letto l’incipit del romanzo, che dice:
Nel 1773, quando Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena era granduca di Toscana e sua sorella Maria Antonietta regina di Francia, corsi il rischio più atroce che possa capitare a chi ama la vita e pur di viverla è pronto a subirne tutte le catastrofiche conseguenze: il rischio di non nascere. Naturalmente l’avevo già corso numerose volte, per milioni di anni e ogni volta che un mio arcavolo si sceglieva un’arcavola o viceversa, ma quell’anno fui proprio sul punto di pagare con la mia pelle il principio biologico che dice: «Ciascuno di noi nasce dall’uovo nel quale si sono uniti i cromosomi del padre e della madre, a loro volta nati da uova nelle quali s’erano uniti i cromosomi dei loro genitori. Se cambia il padre o la madre, dunque, cambia l’unione dei cromosomi e l’individuo che avrebbe potuto nascere non nasce più. Al suo posto ne nasce un altro e la progenie che ne deriva è diversa dalla progenie che avrebbe potuto essere.
Una folgorazione. La sistemazione teorica di ciò che avevo pensato, ma confusamente.
Non so esattamente di quante generazioni racconti Oriana Fallaci, nel viaggio attraverso le storie di arcavoli e arcavole, bisnonni e bisnonne, nonne e nonni. Ad un certo punto ho perso il conto e, se non fosse stato per i brevi e opportuni flash sui personaggi e i fatti passati che riepilogano quanto narrato in precedenza, facilmente mi sarei persa. So però che ad alcune figure mi sono affezionata più che ad altre: a Caterina, a Montserrat, ad Anastasìa. Se leggerete il romanzo, scoprirete che ognuna delle loro storie sarebbe potuta essere un romanzo a sé. Invece Oriana Fallaci, incalzata dalla morte, ha dovuto raccontarcele di corsa, una dietro l’altra, come chi – andando via – deve lasciare più informazioni possibile a chi resta.
Finita la lettura, mi viene voglia di rileggere le prime pagine e tornare al momento in cui la saga dei Fallaci e delle famiglie che si sono intrecciate con essi – i Ferrier, i Launaro, i Cantini – ha avuto inizio. E probabilmente lo farò.