Molti media, poche bugie?
Thursday, April 8th, 2010Il dato che i mezzi di comunicazione non siano controllati direttamente o indirettamente – non proprio tutti almeno – da uno solo, come succede tipicamente in dittatura, rassicura molti sul fatto che l’Italia sia una democrazia, nella convinzione che l’esistenza di molte fonti d’informazione rappresenti un antidoto contro l’alterazione delle notizie che ogni giorno ci vengono propinate.
È chiaro infatti che quando la maggior parte o tutti i canali di informazione sono controllati o dipendenti da uno, è piuttosto difficile che si levi una voce fuori dal coro. Al contrario, in un contesto “multimediale”, nel quale cioè più media esprimono posizioni diverse e diverse prospettive su fatti ed argomenti, è difficile – ma non impossibile – che un mezzo di comunicazione ometta completamente o deformi in modo evidente le notizie senza che qualcuno tra i media concorrenti o il pubblico, presto o tardi, alzi la mano per riprendere o correggere notizie censurate o manipolate (vedi il caso Mills: il fatto che il Tg1 diretto da Augusto Minzolini abbia parlato di assoluzione piuttosto che di prescrizione ha causato una sollevazione di massa su Facebook al grido di «prescrizione non è assoluzione»).
Perciò il fatto stesso che un mezzo di comunicazione s’inserisca in un contesto di pluralismo in qualche modo assicura la sua credibilità, appunto perché si suppone che esista un controllo reciproco reale e fattivo tra tutti i media e da parte dell’opinione pubblica.
Ma la pluralità dell’informazione in un sistema democratico è davvero, di per se stessa, una garanzia? Il fatto che un mezzo di comunicazione si trovi nelle condizioni di esercitare un controllo su un altro o, viceversa, di subirlo costituisce un anticorpo efficace contro i tentativi di distorsione e manipolazione dei contenuti? Basta che un mezzo di comunicazione sia inserito in un sistema di sentinelle perché eventi ed argomenti non vengano a lungo taciuti o deformati senza vergogna?
A ben guardare no. Anche in assenza di un potere totalitario – pure in democrazia insomma – i media possono farsi portavoce di versioni distorte dei fatti, impunemente. Il risultato può essere identico a quello prodotto da un controllo di tipo centralistico sui contenuti elaborati dai media. Tutti i mezzi di comunicazione, anche in democrazia, possono veicolare una versione dei fatti analoga, e non per costrizione bensì per scelta. Infatti le aspettative su come gli altri media tratteranno la notizia, le posizioni di quelli tra loro che vengono considerati opinion leaders ed il valore che comunemente viene attribuito alla notizia possono far sì che essa venga trattata in modo del tutto analogo dai vari mezzi d’informazione. Sono, questi, meccanismi dovuti allo stesso pluralismo dell’informazione, che finisce così per partorire la sua antitesi.
Ogni giornale tiene d’occhio la concorrenza ed ipotizza quelle che potrebbero essere le decisioni altrui rispetto alla stessa notizia di cui si sta occupando: così, se ritiene che un lancio d’agenzia verrà preso in considerazione dai media concorrenti, tenderà a fare lo stesso per non mancare d’inserire la notizia nel proprio palinsesto; al contrario, se pensa che gli altri media scarteranno l’informazione, la ometterà. È una logica che riguarda anche la fase successiva alla prima pubblicazione della notizia: quando una testata pubblica più notizie di una certa importanza su uno stesso tema, le altre tenderanno a seguirla, anche per non “bucare” – come si dice in gergo – la storia.
Le aspettative reciproche sulla pubblicazione s’intrecciano poi con l’influenza degli opinion leaders, cioè dei mezzi di comunicazione che vengono assunti come punti di riferimento per la scelta dei temi da trattare e dei modi con cui farlo. Gli opinion leaders sono una sorta di oracolo per gli altri media: fissano l’agenda dei contenuti e le connessioni possibili fra temi ed eventi. Gli altri media, facendo riferimento agli opinion leaders per stabilire cosa fa notizia, causano così un effetto a cascata da cui deriva l’uniformazione dell’intero scenario informativo. «Verso le quattro del pomeriggio l’”Associated Press” diffonde le notizie all’interno di una rubrica dal titolo “Uno sguardo agli editoriali”, e usa come fonte principale il “New York Times”», scrive Noam Chomsky nel suo libro Il potere dei media, raccontando di possibili pratiche redazionali americane. «Se, per esempio, sono il direttore di un qualsiasi quotidiano locale, guardo quella rubrica e dico: “Bene! Queste sono le notizie per domani sulla prima pagina. Me ne servirò per costruire i miei articoli”. Anche i telegiornali delle reti televisive prendono e selezionano le notizie dagli articoli del “New York Times”, del “Washington Post” e del “Wall Street Journal” e di pochi altri. In sostanza ci sono alcune grandi industrie dei media che stabiliscono i contenuti dell’attività giornalistica di tutti gli altri». In Italia non avviene diversamente.
E poi ci sono i valori-notizia, cioè i fatti e i temi che i media ritengono degni d’assurgere al rango di notizia. Le notizie rispondono ad una scala di valori: ci sono notizie che vendono e notizie che non vendono. «Le accuse fanno scrivere bei pezzi. Le difese fanno sbadigliare. Le accuse sono sexy, divertenti, fantasiose, eccitanti, scandalose. Le difese sono noiose, scontate, rituali, cavillose», scrive il noto giornalista Vittorio Zucconi. Certo, subito dopo aggiunge: «Peccato che il 90 per cento delle accuse che fanno notizia e tengono banco sui media per qualche giorno si rivelino infondate e si dissolvano nella grande cloaca delle reputazioni inquinate e delle vite avvelenate», ma si tratta di dettagli: intanto le vendite hanno subìto un’impennata significativa per le casse del giornale.
E così aspettative, opinion leaders e valori-notizia finiscono con l’appiattire il panorama delle informazioni. La geografia dei notiziari, uniforme e consonante, viene privata (o quasi) di elementi d’originalità. Con buona pace del più confortante pluralismo.



