silvio berlusconi

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È un caso che la scorsa domenica io abbia acceso il televisore e sentito Roberto Saviano, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, pronunciare queste parole su quanto la verità sia a favore o contro il proprio paese: «È uno dei temi con cui mi devo confrontare quotidianamente: essere considerato un diffamatore della propria terra. La cosa che mi fa più male in assoluto è vivere questo clima di fastidio verso quello che dico come se fossi uno che detesta la sua terra o sputa sull’immagine del suo paese. E’ come se si lasciasse perdere chi ha dato fuoco e si desse la colpa a chi dà l’allarme dell’incendio. Questo sta accadendo. Cioè, tu parli di queste cose: sei colui che sta creando queste cose. (…) La colpa viene data a chi queste cose le racconta e le fa arrivare al grande pubblico».

Trascorrono pochi giorni e l’entità che accusa Saviano di non far altro che «cattiva pubblicità» al Bel Paese acquista un’identità precisa: quella del premier Silvio Berlusconi, che ieri ha puntato il dito contro Gomorra e contro fiction come la Piovra per dire che trovate come queste non fanno per niente bene all’immagine dell’Italia, che le cose in realtà stanno diversamente e che non c’è da allarmarsi: da queste parti la mafia è sotto controllo. Vedi le numerose operazioni di polizia ed i risultati strabilianti ottenuti dal suo governo. Ma ho già scritto ieri sull’argomento e non voglio tornarci.

Invece terrei a riflettere sul rapporto tra giornalismo e verità. Non ci ha (stranamente) tirati in ballo il premier nella sua requisitoria, è vero. Ma il tema riguarda noi giornalisti molto da vicino.

Ricordo che qualche anno fa scrissi un pezzo su una lettera piuttosto dura che un turista appena tornato dalle vacanze aveva inviato a “Repubblica” riguardo alle pessime condizioni del paese in cui vivo. Pubblicato l’articolo, il sindaco allora in carica fece il diavolo a quattro, accusandomi di fare cattiva pubblicità alla mia città. Dovetti difendermi sostenendo di non aver fatto altro che il mio lavoro, il quale consiste nel raccontare la realtà, e che della realtà non potevo certo essere io la responsabile.

Avevo ventuno o forse ventidue anni, e ben poca esperienza. Però qualche tempo prima mi era capitato di leggere un fondo di Piero Ottone, mi pare proprio su “Repubblica”; l’avevo ritagliato e conservato sotto il vetro che da sempre protegge il legno bianco della mia scrivania. Ancora oggi – per quanto ingiallito dal tempo – ce l’ho sempre sotto gli occhi e mi viene in soccorso nelle amnesie professionali. Ottone scrive: «Il New York Times aveva pubblicato la notizia che il governo americano stava addestrando alcune migliaia di fuoriusciti cubani, per invadere Cuba: una notizia esplosiva, imbarazzante per il governo. La spedizione fallì. Pochi giorni dopo, John Kennedy deplorò la pubblicazione, invitò i direttori dei giornali più importanti alla Casa Bianca, li esortò a porsi il problema, prima di pubblicare certe notizie, della sicurezza nazionale. Turner Cartledge, direttore del New York Times, rispose che il giornalista non può, e non deve, diventare uomo di Stato, sostituirsi al governante, chiedersi quali saranno le conseguenze di quel che pubblica: “Il nostro compito è di pubblicare i fatti, quando siamo certi che siano veri”. In altra occasione disse che niente secondo lui era più importante, per il paese, che la conoscenza della verità».

Certo le due pubblicazioni – le lamentele di un turista insoddisfatto e i preparativi dell’invasione di Cuba – non sono confrontabili, ma la sostanza è identica. Cosa viene prima? La convenienza, la cautela, la paura dei rimproveri e delle ritorsioni o la verità dei fatti? Sono tentazioni, queste, che si fanno avanti, impietose, quando ci troviamo di fronte al foglio bianco e siamo chiamati a scegliere se scrivere e con quali parole. Potremmo decidere di non raccontare la verità o di non raccontarla tutta per mille buoni motivi. Per non subire le conseguenze dei mal di pancia che causeremo ai proprietari del nostro giornale, agli inserzionisti, alle nostre fonti, ai politici, ai gruppi d’interesse, per esempio. È una guerra impari, ché contro tutti questi motivi ce n’è uno soltanto: l’idea che siano i fatti a contare, che in fondo sia la verità la cosa più importante. Sta a noi giornalisti decidere. Sta a noi la scelta.

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Il nostro premier Silvio Berlusconi sostiene che la mafia italiana è più famosa che pericolosa. Che essa, in parole povere, è figlia più dei media che della realtà. Il fatto m’inquieta – e molto – ma non mi sorprende.

Prendiamo Berlusconi. Lo si può contestare come premier, ma nessuno può negare sia un grande comunicatore. Come tale, egli conosce bene tecniche e dinamiche della comunicazione. Sa che ciò di cui parlano i media, la televisione in particolare, esiste; tutto il resto no. Ad esempio: se in questo momento un uomo ne ha ucciso un altro in Kenya e nessun organo d’informazione ne riporta la notizia, il fatto è accaduto ma in effetti per l’opinione pubblica non è mai esistito. Se si tiene conto di questo, non può stupire il fatto che il nostro premier addebiti ai media – alle fiction ed alla letteratura – la responsabilità di aver “creato” la mafia, di averne fatto – soltanto parlandone – un potere più forte di quel che è.

Secondo Berlusconi, «la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta, perchè c’è stato un supporto promozionale che l’ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra programmate dalle tv di 160 paesi nel mondo e tutta la letteratura in proposito, Gomorra e il resto…». Dunque, se di mafia italiana si fa tanto parlare e scrivere con allarme e preoccupazione, è perché i media esagerano. Il fenomeno in realtà è più circoscritto di quanto le fiction ed i libri di Saviano vogliano farci credere.

Ma la mafia è esagerazione. È omicidi, sequestri, intimidazioni. Fosse anche un solo omicidio, un solo sequestro, un solo atto intimidatorio sarebbe già esagerato. E non c’è classifica delle mafie – cinese, russa, giapponese; primo, secondo, sesto posto – che regga. Lo si vada a dire ad una madre a cui è stato assassinato il figlio, ad un padre cui hanno sequestrato una figlia, ad un uomo onesto e minacciato che la mafia in Italia, in fondo, non fa poi così tanto male. È che la disegnano così.

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Oggi le prime pagine di tutti i giornali sono occupate dall’inchiesta Rai-Agcom che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il commissario dell’Autorità garante delle comunicazioni, Giancarlo Innocenzi, e il direttore del Tg1, Augusto Minzolini. Una vicenda che riporta in auge il tema del rapporto tra politica e giornalismo, ed in particolare delle pressioni spesso esercitate dalla prima sul secondo.

Non è per nulla raro che i mass media si autodichiarino indipendenti e, con ciò, privi di vincoli che li leghino a persone o cose in grado di condizionarli. Spesso essi si autoproclamano fonti d’informazione libere, tanto nella scelta dei contenuti e della forma da attribuir loro, quanto nella costruzione del quadro nel quale inserirli. Si autodefiniscono, insomma, testate indipendenti perché svincolate da ogni interferenza, influenza o pressione che sia. In questi giorni, per esempio, abbiamo sentito Minzolini affermare che il telegiornale che dirige, il Tg1, è «libero», ma in Italia molti quotidiani, come il Corriere della Sera o il Sole24Ore, associano alle varie Carte che regolano la professione giornalistica alcune norme deontologiche che rappresentano autentiche dichiarazioni d’indipendenza.

Fonte: http://www.kaleidoscomunicazione.it

Tuttavia, nonostante norme e proclami, l’indipendenza dei mass media non è per nulla scontata. Un qualsiasi operatore dell’informazione può ritrovarsi al centro di pressioni e di influenze volte al controllo o al condizionamento del suo lavoro. Facciamo un esempio pratico. Un ministro, a fine mandato, decide di ricandidarsi. Egli, è chiaro, ha tutto l’interesse di venire rieletto. Tuttavia certe notizie “scomode” potrebbero compromettere il suo sogno di gloria. Affinché esse non vengano diffuse oppure siano rese innocue, il nostro ministro decide di premere sui mezzi d’informazione. Ciò gli consente non solo di tutelare la propria immagine pubblica, ma anche di lustrarla un po’ con l’aiuto di quegli stessi media su cui preme. Immune da macchia e con la vittoria in tasca, il ministro rieletto a questo punto potrebbe andare in cerca di un direttore di giornale che appoggi le sue iniziative politiche, e così via.

Se questo è ciò che potrebbe accadere, viene da chiedersi: ma i giornalisti sono liberi nell’esercizio del proprio lavoro oppure no? In realtà i fattori in grado d’incidere sul loro operato sono numerosi, a partire dalla stessa proprietà del giornale. Gli interessi dei proprietari potrebbero costituire la principale linea da seguire nel trattamento delle notizie, dei commenti, degli editoriali. Ascoltiamo due grandi proprietari di giornali americani: Matthews e Murdoch. «In linea di massima, i direttori avranno una libertà completa purché siano d’accordo con la politica che io ho stabilito», dichiara Matthews. «Non ho fatto tutta questa strada per non interferire», risponde Murdoch al direttore di un giornale che protesta per le pesanti ingerenze nella linea editoriale. Le loro parole non confortano i sostenitori dell’autonomia del direttore rispetto alla proprietà.

Tornando nell’italica patria, una vicenda esemplare del delicato rapporto tra direzione e proprietà – in questo caso interviene anche il fattore politico – è quella raccontata dal giornalista toscano Indro Montanelli. Nel 1974 Montanelli fonda il quotidiano Il Giornale. Quattro anni dopo entra a far parte dell’assetto proprietario Silvio Berlusconi, inizialmente con una percentuale azionaria del 30 percento, che cresce fino all’82 percento negli anni Novanta. Ceduto Il Giornale al fratello Paolo nel 1990, in seguito all’entrata in vigore della legge Mammì – che introduce la proibizione per chi detiene la proprietà di un canale televisivo di controllare contemporaneamente un quotidiano – Silvio Berlusconi fonda nel 1994 il partito Forza Italia e si candida alle elezioni politiche. Montanelli racconta che, nel corso di un’assemblea di redazione, Berlusconi avrebbe preteso di ottenere dal quotidiano l’appoggio alla propria candidatura. «Quell’incursione – scrive Montanelli – era inammissibile. Anche solo dal punto di vista formale, il fatto che Berlusconi ratificasse d’avere ancora ingerenze nel Giornale metteva me in posizione di grave impaccio». «Quando un redattore gli chiese a bruciapelo se fosse disposto a sostenere ancora il Giornale, rispose che l’avrebbe fatto solo se avesse seguito una linea che piacesse a lui». Dopo il fatto, Montanelli decide di dimettersi in segno di dissenso.

Ora: è realistico credere che i mass media siano completamente estranei ed impermeabili ad ogni tentativo di influenza? Non è invece più probabile che essi cerchino di raggiungere un equilibrio fra tutte le pressioni subite? Quante volte i mass media sottostanno, in toto o in parte, alle richieste esterne – provengano esse dalla proprietà o dalla politica, dalle fonti o dagli inserzionisti o ancora dai gruppi d’interesse – ignorando il diritto sovrano del lettore all’obiettività dell’informazione ed in barba a tutte le Carte deontologiche?

Il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuscinski non nega l’evidenza: «L’ideale, naturalmente, è l’indipendenza assoluta – sostiene – ma la vita e l’ideale sono due cose diverse. Il giornalista subisce pressioni perché scriva quello che vuole il datore di lavoro. La nostra professione è una continua lotta tra i sogni di libertà e la realtà che ci costringe a rispettare gli interessi, le opinioni e le aspettative dell’editore. Nei paesi dove vige la censura, si lotta per esprimere la maggior parte possibile di ciò che si vuole dire. Nei paesi dove vige la libertà di parola, la libertà del giornalista viene limitata dagli interessi del giornale per il quale lavora. In molti casi il giornalista, specie se giovane, deve accettare gravi compromessi e ricorrere ad una raffinata strategia per evitare gli scontri diretti». «Comunque, bisogna conquistarsi a forza ogni frammento di indipendenza». Quanti ci riescono?

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Quanti di voi, disorientati dalla strana divergenza delle informazioni messe in circolo, si sono chiesti l’altro giorno davanti alla tv e ad una cotoletta: «Ma quest’avvocato è stato condannato o assolto?». C’è qualcosa che non torna, infatti. Da una parte c’è la Cassazione che, dopo la condanna a quattro anni e sei mesi dei giudici di Milano, prescrive il reato di corruzione in atti giudiziari per il legale inglese David Mills. Dall’altra c’è il telegiornale di Augusto Minzolini che invece dà Mills come assolto:

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Quello di Ferruccio de Bortoli alla guida del “Corriere della sera” non è un debutto, ma un ritorno. Il direttore uscente del “Sole 24 Ore” ha infatti già occupato la poltrona più importante di via Solferino per sei anni, dal 1997 al 2003. Anche allora de Bortoli andò a sostituire Paolo Mieli, proprio come avviene in quest’occasione. L’addio (che quest’oggi si ridimensiona in un arrivederci) di de Bortoli al “Corriere” risale al 2003, quando dovette cedere il posto a Stefano Folli. Ufficialmente per motivi personali, ufficiosamente (neppure troppo) per le pressioni subite da parte del governo.

Ferruccio de Bortoli - Fonte: Web

Tutto ha inizio il 9 febbraio 2003. Ferruccio de Bortoli firma un editoriale titolato «Le ragioni per dire no» con cui critica la guerra preventiva, perché «rischia di trasformarsi in una guerra continua». «È la guerra continua che lasceremo ai nostri figli in un Occidente più diviso e, dunque, più vulnerabile?», domanda. Non solo: de Bortoli critica anche la politica del governo in materia di giustizia e pone l’accento sul conflitto d’interessi del premier.

«Noi del Corriere abbiamo sempre detto e scritto cosa pensiamo della politica del governo. Abbiamo scritto pagine di attualità politica relative ai progetti di politica economica e abbiamo detto ad alta voce cosa pensiamo del conflitto di interessi del presidente del Consiglio, ma le pressioni si sono fatte indubbiamente sentire. L’impressione è che si voglia avere un’informazione vassalla», scrive de Bortoli il 22 febbraio 2003. In maggio, tre mesi più tardi, il direttore rassegna le dimissioni. Causa pressioni politiche? Niente affatto per il presidente di Rcs MediaGroup, Cesare Romiti, il quale dichiara: «Che gli editoriali non siano piaciuti è vero, che questi abbiano provocato la richiesta di de Bortoli di lasciare la direzione non è vero. Della richiesta di lasciare il giornale ne abbiamo parlato ieri in Consiglio. Abbiamo cercato di convincerlo. Lui ha detto no».

Ma scrive Antonio Padellaro sull’ “Unità”: «Adesso diranno che Ferruccio de Bortoli non è stato dimesso, bensì che si è dimesso da solo dalla direzione del “Corriere della sera”, guidato per oltre sei anni con equilibrio, competenza, onestà professionale», e aggiunge: «De Bortoli non è stato cacciato, perché non c’era bisogno di farlo. Hanno aspettato che si esaurissero le sue riserve fisiche e nervose. Hanno fatto in modo da rendergli la vita impossibile. E poi lo hanno molto gentilmente accompagnato alla porta».

Trascorrono cinque anni. Nel frattempo, nel 2005, de Bortoli diviene il numero uno di un’altra testata, il “Sole 24 ore”, e qui decide di rimanere quando, ai primi di questo mese, viene indicato quale possibile presidente della Rai. De Bortoli rifiuta: «Ringrazio Dario Franceschini e Gianni Letta per l’offerta di presiedere la Rai, azienda patrimonio del Paese. Un incarico di grande prestigio per il quale mi ero reso disponibile. Dopo attenta riflessione ho però deciso di restare dove sono: a fare solo il giornalista».

Peccato, perché la sua figura quale presidente Rai aveva ottenuto il placet dell’intero mondo politico. Anche di Berlusconi («Per de Bortoli avevamo dato il nostro benestare, invece lui ci ha ripensato») e dello stesso Romiti che, come cinque anni prima dinanzi alla dipartita di de Bortoli dal Corriere, mostra dispiacere e rassegnazione: «È una notizia che, in un certo senso, mi dispiace. Ma dobbiamo accettare le motivazioni che lui dà. Ho una grande stima di de Bortoli». Al suo posto, verrà nominato Paolo Garimberti.

Chissà se già allora si prospettava per de Bortoli la possibilità di sostituire Mieli al “Corriere”. Fatto sta che le voci su un cambio del direttore in via Solferino si rincorrevano già da un po’ di tempo, senza tuttavia che il presidente Berlusconi fosse al corrente di una simile possibilità. «Non mi risulta ci sia un cambio di direzione al “Corriere della sera”», ha detto Berlusconi solo sei giorni or sono scendendo dal treno Frecciarossa sulla nuova linea Milano-Roma. «Tutte le volte che si cambia il direttore del “Corriere della Sera” – ha detto il premier ai giornalisti – si entra in un fatto traumatico ed è sempre colpa del premier, come già accadde alcuni anni fa con Mieli».

Mieli, appunto. Perché è stato di nuovo sostituito, peraltro con la stessa persona? Il comunicato diffuso da Rcs MediaGroup lo cita solamente per esprimere «vivo apprezzamento per l’attività svolta in contesti spesso delicati e complessi e per la disponibilità a continuare, nelle forme che saranno concordate, a collaborare con il Gruppo, che ha verso il dottor Mieli profondi motivi di gratitudine». Resta ora da capire se Mieli ha scelto le dimissioni o qualcuno l’ha fatto per lui.

Rassicurazioni arrivano intanto dal presidente della società, Piergaetano Marchetti: «È una designazione di forte indipendenza», ha detto ai rappresentanti del Comitato di redazione del “Corriere”, ribadendo l’autorevolezza e l’indipendenza del giornale.

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Si stende sull’Italia l’«ombra del fascismo». Lo scrive oggi il “Guardian” che, in un editoriale dal titolo «Italy: Fascism’s shadow», evidenzia come l’Italia, «diversamente dalla Germania del dopoguerra», non si sia «mai confrontata completamente con l’eredità del fascismo. Come risultato, mentre il neofascismo non è mai davvero riemerso in Germania, in Italia c’è stata una significativa continuità», che si è ora «rafforzata». «È questo – sostiene il “Guardian” all’indomani del congresso fondativo del Popolo della libertà – un giorno vergognoso per l’Italia».

«L’ultima mossa di Berlusconi – si legge a proposito dell’avvenuta unione tra Forza Italia e Alleanza nazionale – può lasciare un segno più durevole sulla vita pubblica italiana di ogni altra cosa il magnate populista abbia fatto», e ciò perché Forza Italia si è fusa proprio con Alleanza nazionale che, osserva il “Guardian”, «deriva direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini». Per il quotidiano inglese, dunque, il Bel Paese non ha mai rotto davvero col passato, con il quale si ravvisa una certa «continuità».

Pur riconoscendo che «An ha percorso una lunga strada in sessant’anni» e che «il suo leader, Gianfranco Fini, ha smesso i vecchi abiti politici ed ha condotto il suo partito in direzione del centro» ed oggi «parla di necessità di dialogo con l’Islam, denuncia l’antisemitismo, e patrocina un’Italia multietnica», il “Guardian” non manca di sottolineare come Berlusconi faccia «fatica» ad «accordarsi» con queste posizioni, viste «le sue campagne populiste anti-zingaro e anti-immigrato» e la «predisposizione» ad un «razzismo soft-core». «È davvero scioccante – osserva il quotidiano inglese – il pensiero che vi sia un capo di governo tra i venti leader mondiali nel summit economico di Londra di questa settimana che ha riedificato la sua base politica su fondamenta gettate dal fascismo».

E sulla figura del premier italiano, il “Guardian non fa sconti”. «L’obiettivo principale di Silvio Berlusconi come presidente del consiglio italiano è sempre sembrato sfacciatamente ovvio – si legge in apertura di articolo. Sin da quando egli ha cavalcato il vuoto politico creato nel 1993 dallo scandalo del governo contemporaneo da una parte e il crollo del comunismo italiano dall’altra, Berlusconi ha usato la sua carriera politica e il potere per proteggere se stesso e il suo impero mediatico».

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Il cancan delle dichiarazioni, tra repliche e controrepliche e repliche alle controrepliche, come al solito non s’è fatto attendere. Il vulnus scatenante è costituito stavolta dalle parole di Antonio di Pietro, il quale, dopo aver ascoltato la trionfale chiusura del primo congresso del Popolo della libertà da parte del premier Silvio Berlusconi, ha dichiarato d’aver intravisto nel suo stile modi da «ducetto» ed ha aggiunto che il presidente del Consiglio «vuole azzerare la Costituzione e diventare il padre padrone della sua nuova azienda “Italia”», che «propone la riforma dei regolamenti parlamentari al solo fine di eliminare definitivamente quel che lui considera un inutile ingombro, ossia l’opposizione» e infine che «pretende che vengano dati maggiori poteri al premier, cioè a lui, così avrà mano libera su quello che lui percepisce come una zavorra: la democrazia».

Dopo Di Pietro, ecco il leader dell’Unione di centro, Pierferdinando Casini, che, ospite della trasmissione “In 1/2 ora” su RaiTre, afferma: «Splendido dal punto di vista scenico, ha ricalcato anche nel discorso quello di 15 anni fa». «Nel frattempo Berlusconi è stato 7 anni, la meta’ del tempo, a Palazzo Chigi, e oggi ripropone le stesse cose come se fosse Alice nel paese delle meraviglie». Quindi Anna Fiocchiaro, presidente dei senatori del Partito democratico: «Un refrain che e’ sempre lo stesso. Un Paese nelle mani di un uomo solo, un’idea di partito quasi confessionale, la sottovalutazione dei reali problemi del Paese».

silvio berlusconi primo congresso popolo della libertà marzo 2009

Berlusconi ha sostenuto questa mattina sul palco del congresso: «La Costituzione assegna al presidente del Consiglio dei poteri quasi inesistenti. In altri Paesi, invece, il premier ha poteri veri: in Italia ahimé ha solo poteri finti e così il governo non può intervenire con prontezza e lo Stato non può funzionare. Il Paese ha bisogno di governabilità». In particolare, Berlusconi ha in mente di modificare, «senza stravolgerla», la seconda parte della Carta costituzionale che, afferma, «va rivitalizzata e arricchita. Una delle missioni della nostra maggioranza – ha detto il presidente del Consiglio – è ammodernare l’architettura istituzionale dello Stato».

Ma torniamo a Di Pietro. Più che un progetto d’ammodernamento, egli scorge all’orizzonte italiano una fase d’arretramento, che porterà il Paese ad essere tale e quale a come fu pensato trent’anni fa da Licio Gelli, Gran Maestro Venerabile della loggia Propaganda Due. «Dopo il controllo dell’informazione, l’attacco all’indipendenza della magistratura, l’indebolimento del sindacato, ecco il potere assoluto – sostiene Di Pietro – ultimo tassello per il compimento del Piano di rinascita democratica della P2, di cui Berlusconi è un noto affiliato».

Il Piano di rinascita democratica è il documento d’intenti della loggia massonica Propaganda Due, definita brevemente P2. Viene sequestrato nel 1982 all’aeroporto di Fiumicino sul fondo di una valigia della figlia di Licio Gelli, Maria Grazia, che sta rientrando in Italia da Nizza. Si legge in premessa al documento: «Il piano tende a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori». E poi: «I programmi a medio e lungo termine prevedono alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali». Insomma: il piano si propone di “restaurare” le istituzioni fondamentali, di sollecitazione in sollecitazione, per poi ritoccare la Costituzione. Tali interventi interessano i partiti politici, la stampa, i sindacati, il Governo, la magistratura, il Parlamento e non sono finalizzati, precisa il piano, al rovesciamento del sistema. Soltanto alla sua modifica, tramite quella degli organismi principali e dunque della Costituzione.

Un anno prima del ritrovamento del Piano di rinascita democratica, nel corso d’indagini dalle finalità diverse, vengono rinvenute le liste dei 962 affiliati (o presunti tali) alla loggia P2, nella cassaforte della fabbrica d’abbigliamento Gio.Le di Castiglione Fibocchi. Nell’elenco compaiono i nomi di tre ministri e quarantaquattro parlamentari in carica, insieme con quelli di sessanta politici, cinquantadue dirigenti ministeriali, ma anche numerosi militari, banchieri, industriali, medici, docenti universitari, commercialisti, avvocati, magistrati, imprenditori. In particolare la tessera numero 625 corrisponde ad un certo Silvio Berlusconi. Il quale una decina d’anni più tardi entrerà in politica. Ma questa è un’altra storia?

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